Leccare la notte

Comprammo due pacchi di Merit, poi mi disse di guidare fino ai laghi e a una certa girare a sinistra. Scendi scendi, fece. Destra, sinistra, sinistra, sinistra, destra. Il casale prese a profumare solo dopo aver chiuso la portella dell’auto. Sapeva un po’ di muschio, un poco di sale, un poco di nafta, e petricore. Sara accese la veranda, sembrava le falene non aspettassero altro. Niente fu detto, solo fu fatto dell’amore iniquo, colpevole, freddo, imperiale. Poi di nuovo in veranda, sulle sediacce, le feci presente che la mia macchina era rimasta a Otranto, quella mi scalciò addosso coi piedi neri, da sedia a sedia. Tre sigarette furono succhiate a turno veloci. Poi due, più lente, pur sempre le tre del mattino. Commettemmo l’atrocità di parlare solo dopo aver leccato la notte. Così andò: io uscii la lingua, non la guardavo, guardavo la pineta, lei mi diede gli occhi e pure lei clachh, srotolò la lingua con lo schiocco. Ve l’ho detto, leccammo la notte. Ora cosa avete da guardare? Ci dicemmo quello che non saprete. Andate a dormire, adesso.
Illustrazione di Ryan Tippery.




