Incredula mi chiederesti

Non fidarti

andrò a svernare in una casa silenziosa

che tu non potrai desiderare

non potrai desiderare.

Non reggeresti

mi sono allenato le orecchie e sono abituato

agli scricchiolii del legno

al vento che fruscia tra le persiane

alle volpi che guaiolano

– appaiono sul viale

veloci come il dubbio –

certamente ti spaventeresti.

Forse all’inizio un poco di poesia

all’inizio però

poi dopo

ti parrà impensabile

senza rima né morale.

Conteresti le ore

dal vespro al primo bagliore

non ce la faresti più

con gli occhi spalancati

incredula mi chiederesti, come fai?

Come fai.

Come fai.

Come fai.

Mi viene da ridere.

Come fai.

Mi viene da ridere mia cara.

Mi viene da ridere ma non lo farò.

Bisogna starsene in silenzio

per ascoltare.

Come siamo brave persone

Grugnisce la città

come il porco affamato

invece nella campagna

si abbaia a ogni cane sbracato 

fifa dei polli canto del niente

vena nel tuo corpo stancato

innocenza prosciugata

amore mio raccontami la storia

di tua madre della masseria

cose turistiche e scandali di paese

e di come siamo brave persone:

ci amiamo per niente

ci odiamo per tutto.

Il valore del porco

che si diano pure le perle ai porci

che fa?!

che acquistino valore i porci inghiottendole

non si volteranno a divorarci

quindi che badino loro alle perle

noi ci faremo bastare

guardandoli grugnire

il lusso composto della pietà

Il tuo cardigan bianco



È sera e parli
è come in un miraggio ma parli
è sera e sorridi
è come in un miraggio e mi guardi
e fuori c’è un ventaccio, libeccio
e suonano bene alcune parole
le ho immaginate ma non saprei dirle
mi cerca tutto di te
ti alzavi e creavi un vortice
che annusavo serrando gli occhi
benedicendo l’esistenza in quell’istante
in quel posto con quella luce
il profumo del tuo cardigan bianco
È sera e parli
e non dici niente e vinco
quello che non ho vissuto
e che ricorderò, sì
ma solo fino alla prossima
gelatura primaverile.

Niente da dichiarare

Districammo le mani

non rimase che il vuoto

lo riempimmo gesticolando

dando un colore al disordine.

Fermi nello spazio che occupavamo

ci guardammo intorno

cercammo una gravità 

alla quale appartenere.

Le carezze orfanelle

se ne restarono sospese

inutilizzate si fecero antiche:

nulla più le riempiva o rianimava. 

Al primo schiocco del frigorifero

tornammo alle cose terrestri

smettemmo di domandarci l’amore

compimmo un altro giro del sole;

una terra disabitata dietro le palpebre

e niente da dichiarare

al confine dell’ultimo bacio.

Illustrazione di Ryan Tippery

Passa domani

Se io leggo il mio sterno

ci trovo scritto “passa domani”;

le colpe del dopo

le narici dilatate

gli occhi bruciano

il pezzo sfasciato

e tutto è moltiplicato ma più piccolo, svilito

non spendibile alla cassa

se non barattando questa colpa gelida

per una grazia più grande

ronzante viva turbolenta e ritta

e che mai mai mai riconoscerò.

Buongiorno sbagliato

E per un soffio
non fosti mie giornate
una gioia mattutina
o un suono che mi sveglia.
Per un soffio
uno soltanto
non sei il cuore altero
e il mio sogno scritto.
Per un soffio tu
non mi sei questa notte
il sonno distratto
dal desiderio di esistere
nel tuo buongiorno sbagliato.

Leccare la notte

Comprammo due pacchi di Merit, poi mi disse di guidare fino ai laghi e a una certa girare a sinistra. Scendi scendi, fece. Destra, sinistra, sinistra, sinistra, destra. Il casale prese a profumare solo dopo aver chiuso la portella dell’auto. Sapeva un po’ di muschio, un poco di sale, un poco di nafta, e petricore. Sara accese la veranda, sembrava le falene non aspettassero altro. Niente fu detto, solo fu fatto dell’amore iniquo, colpevole, freddo, imperiale. Poi di nuovo in veranda, sulle sediacce, le feci presente che la mia macchina era rimasta a Otranto, quella mi scalciò addosso coi piedi neri, da sedia a sedia. Tre sigarette furono succhiate a turno veloci. Poi due, più lente, pur sempre le tre del mattino. Commettemmo l’atrocità di parlare solo dopo aver leccato la notte. Così andò: io uscii la lingua, non la guardavo, guardavo la pineta, lei mi diede gli occhi e pure lei clachh, srotolò la lingua con lo schiocco. Ve l’ho detto, leccammo la notte. Ora cosa avete da guardare? Ci dicemmo quello che non saprete. Andate a dormire, adesso.

Illustrazione di Ryan Tippery.

Un fatto cardiologico

Accade

nel volto serale dei due soli

che la distanza si ferisca lì

dove il corpo meritava casa e guscio;

si facesse il salto delle carezze

avremmo o non avremmo il merito

di parlarci in bocca?

Conosco davvero il tuo colore

o è solo esegesi?

Porto la reliquia qui

vicino al sottopelle

per un fatto cardiologico

(tutto ti somiglia).

Illustrazione di Ryan Tippery

Marcia nuziale

Commettiamola qualche dialettica svirgola

senza amarci troppo

la capacità di tirarci addosso la verità

la vanità scomposta del vestito bucherellato, dai

e la marcia nuziale tutta per noi

una marcia nuziale immaginata, scema

come ci starebbe bene un sax dolorosissimo

un’altra colpa a ridosso del futuraccio.