Il bacio

Porta la testa in avanti
si prepara al lancio
allo scatto finalizzato
tutti i muscoli contratti
parlano di una volontà indicibile
poi finalmente: il bacio
 
dopo, un poco di sfinimento c’è
le labbra appese al volto
sfinite dal lavoro
gettate oltre il fatto
anche per loro adesso
è arrivato il momento di non più dire.

Fiori blu su corpo bianco

Fu bello bagnarsi nell’Egeo
accarezzando la virgola in cui
l’ultima unghia dell’Olimpo
graffia l’arenile di pietre lunari
e alle tre del pomeriggio
sentir arrivare un profumo intenso: triglie fritte
così raccogliere le poche cose nello zaino
precipitarsi nella taverna sopra il mare.
 
Un vestito a fiori blu
si tolse da un corpo bianco
baciò la terra
e divenne Grecia.
 
È bello ora soffocare di nostalgia
attendendo un barcone scassato
che mi porti nella grotta di Agamennone
a flirtare con la storia. Di nuovo per l’ultima volta.

I tuoi fiori

C’è una piantina in un grande vaso di terracotta, all’ingresso
l’ha portata il giardiniere almeno quattro mesi fa
da lui è stata innaffiata per un paio di mesi
s’è impettita di verde e vestita di fiori.
Il giardiniere poi
tutto occupato con il nuovo roseto
ha cominciato a dimenticarsene;
la piantina quindi s’è seccata
così ho preso a metterle l’acqua che Shiro
faceva avanzare nella ciotola:
qualche goccia al mattino e poi di nuovo a sera
senza speranze di sorta
[né ho avuto mai il pollice verde].
Oggi
mi sono ritrovato a toglierle di dosso
i vecchi rametti secchi:
di nuovo i tuoi fiori fucsia
– mi sono sorpreso a dirle –
e nemmeno conosco il tuo nome.

Fino a non pensare per non sentire. (palmo aperto a carezza contro La malattia)

Io vorrei vederti in carne, mai in ossa;
che tu non possa ascoltare il sibilo della fine
da dove ti vorrò portare
che non scalci la tua coscienza quando te ne dimenticherai:
in un lago d’estate – l’estate non è il mare –
in un centro commerciale giapponese
sulla transiberiana o in Messico o in Sud Africa o in Alaska;
non si svegli il tuo senso dell’attenzione
sicché non ti venga in mente che noi lo si faccia
per addormentare un dolore tuo
o mio per un dolore tuo
e non è vero che non serve dimenticare
molto si pulisce, invece
a cominciare dalla condizione terrena
attraverso la quale passiamo
da cui guardiamo e veniamo guardati
e che sorpassiamo
spesso senza salutare
come conviene di fare
a chi non sopporta il commiato.
 

Mai mai mai mai più

Acqua minerale effervescente e sigarette nazionali:
di questo odoravano i campeggi italiani
nell’estate del ’94.
Poi una volta il circo rimase da settembre a novembre
e una ragazzina sinti della famiglia circense venne in classe
– la presentò la maestra –
io uscivo da quell’estate lì con la carnagione più scura della sua
quel primo giorno Michelino non c’era e lei restò al banco mio
parlava bene l’italiano e non lo davo per scontato
visto che la maestra sottolineò “è una sinti”.
Ricordo che mi chiesi se la nazione dalla quale provenisse
si chiamasse Sintònia.
Il suo cuore era dolciastro – giocava a raccogliere i fiori del cortile
e alcuni me li faceva assaggiare, danno di limonata, diceva, ed era vero –
il suo carattere invece era forte
non aveva paura di sporcarsi le mani a cacciare lucertole
e difatti nessuna delle altre della classe aveva piacere a giocare con lei.
Un giorno successe pure che mi portarono al circo a veder lo spettacolo
e scrutando tra le mascherine
non riuscii nemmanco a intravederla.
I tre mesi furono soffiati via in un attimo con l’arrivo dell’autunno
e alla fine
– e forse si può intuire da come ho srotolato romanticamente questa storia –
ci fu il bacio
e davvero, non per creare un qualche tipo di climax
successe proprio all’ultimo minuto prima di non vederci più
proprio più
mai mai mai mai più.
E io non me la ricordavo ‘sta storia
[proprio zero]
perché sono sempre stato bravo
a dimenticarmi quel che mi provoca delle sommosse coscienziali;
l’ho riesumata dall’ippocampo dopo aver visto un servizio
di approfondimento in tv.
In un campo sinti intervistavano il capofamiglia
parlava di come tutti loro anni prima fossero in un circo
per vera tradizione circense
e che poi ha dovuto cominciare a fare un lavoro nuovo
un lavoro di tutti i giorni, dice
poi gli spunta da dietro una giovane donna
con un bimbo piagnucoloso addosso
il capofamiglia la acclude con un braccio e la tira avanti
bene bene a favor di telecamera
e fa
questa mia figlia, per fare continuare studiare come italiani
per questo abbiamo lasciato circo.
Ovviamente era lei
e quello suo figlio
e quello suo padre
e io non ho una morale per ‘sta storia
ma è una poesia
anche solo per il fatto
di poterla riammettere
tra le cose
che non dimenticherò
mai mai mai mai più.

Un fiore feroce

È nato un fiore feroce
a cui non basta bucare il cemento
lui dice zitto i colori dei petali suoi
che il buio annerisce.
 
La tavola in disordine
il vino versato:
cola una goccia rossa
e nel tragitto verso la terra
confonde il senso dell’ordine.
 
Coriandolando
la polvere dà un peso specifico al tempo.
 
Solo i grilli
e i disperati
cercano l’amore
al riparo dalla luce
ingigantendo l’attesa
per un attimo di finitudine.

Gli occhi di Serse

Un anziano pastore tedesco arruffato si trascina lento
la lingua gli pende da un lato del muso
viene portato a guinzaglio
da una ragazza con la maglietta fucsia
che sorride sempre;
guardandolo sorride di più.
Dentro alla luce aranciata
della giornata consumata
nel parco siamo io
lei
l’anima stanca.
Il vecchio pastore tedesco ha su di sé
intorno a sé, una luce diversa
più chiara e brillante
pare un guerriero
che ha finalmente smesso le sue battaglie
che ha guardato gli occhi di Serse,
come a portare dentro alla memoria sua
alcune grandi responsabilità della storia.
Mi ricorderò di te, Maestro
e magari sposerò la tua padrona
che sorride sempre
e che guardandoti
sorride di più.

Cristo e liquori

Scesi dalla metro, il Pireo ci offrì:
un cieco che disponeva all’elemosina,
un prete ortodosso sull’uscio della chiesa
poggiato al muro come il proprietario di un pub
– you can enter with shorts and skirt –
ci urlò sollevando il mento
poi verso uno dei moli, una giovane donna molto bella
salì a bordo di uno yatch con personale di bordo;
proseguendo ci trovammo di fronte il portone
dell’associazione nautica Aristoteles Sokrates Homer Onassis
e io dissi – pazzesco!
Ma ero stanco, avrei potuto dirle di più
spiegarle chi è stato Onassis
tutto ciò che ha significato
ma ero stanco
così poco dopo ci fermammo alla taverna Adelfos
ordinammo sarde arrosto, taramosalad, polpo alla brace;
in acqua i gabbiani panciuti mangiavano le molliche del nostro pane
a due palmi dal tavolo.
Il lenzuolo blu della sera si stese completamente
e percorrendo il ritorno nella ragnatela delle case vecchie
mi capitò di guardare all’interno
di una finestra accesa
di un piano terra,
mi fermai:
un uomo anziano col vestito della festa, di spalle
il suo collo pareva quello di una tartaruga tricentenaria
se ne restava seduto di fronte al lettore di musicassette
ascoltando una saltellante melodia di bouzouki
ma la cosa che più di tutte mi rivoltò il petto
fu notare all’angolo opposto della stanza
un carrellino con sopra – da sinistra verso destra:
una grande cornice dorata con dentro una foto in bianco e nero
un volto di ragazza – sua moglie forse –
santini
una cornice di legnaccio
con dentro un disegno raffigurante Maria piangente
un’icona di Cristo pantocratore
e subito accanto, svariate bottiglie
– alcune piene, la maggior parte quasi terminate –
di rakomelo, ouzo, metaxa, tsipouro, mastika e altro mai visto.
Tutto questo sullo stesso piano.
Moglie
santi
Cristo
e liquori.
Riprendemmo il passo.
A pochi metri le grandi navi dei milionari
imitavano il gorgoglìo della terraferma.
Le voci e il rumore delle posate
uscivano dalle affollatissime taverne col menù turistico.
I gatti di strada litigavano coi colombi.
L’odore di nafta misto acqua di mare misto pesce fritto.
Poco altro accerta la verità della grazia
come la disperazione.

Le formiche non sanno pregare

Una striscia di calce immacolata
anella la piccola cappella ortodossa dell’isola.
Oltre la calce
per qualche motivo scientificamente dimostrabile
le formiche non vanno;
in questo modo l’uscio della bomboniera sacra è salvo.
 
Le formiche non sanno pregare.
 
Tre grandi alberi di eucalipto vegliano tutto
sfrondano col Meltemi
raffrescando la croce bianca
che svetta nel cielo lattiginoso.
 
L’umidità smeriglia la riva della terraferma dall’altra parte.
 
Tutto ora si siede:
l’uomo della taverna
l’anziano con il komboloi
un enorme gabbiano grigio
e i miei pensieri, infine puliti.

Avocado su Sacher

L’auto fagocita il nastro grigio della strada che si trapunta di macchie nere mano a mano che i goccioloni cominciano a precipitare dal cielo. Simona, andando indietro con la testa, chiude gli occhi per godersi il picchiettio che incalza insistendo sulla carrozzeria. Cerca di rilassarsi. Nemmeno un momento dopo Dario riprende il discorso, intende specificare la sua posizione sulle liste di sinistra per le prossime amministrative; Simona allora schiude gli occhi. Risalendo la Puglia, tornando a casa nel finesettimana dopo le lezioni, ha sempre la sensazione che viva in una regione con uno steccato tutto attorno, uno steccato gigantesco e che quello sia sufficiente a tenere le cose del mondo di fuori, fuori. Io Pansa mica lo voto solamente perché Ema ci sta facendo la tesi assieme, un’amministrazione seria non ha bisogno di questi personaggi, non di questi che cercano consensi fragili e facili – dice Dario. Prima della prossima curva c’è una piccola stazione di servizio e Simona lo sa, così gli dice fermiamoci qui, lui risponde che mezzoretta e sono arrivati e lei insiste ottenendo uno sbuffo, l’accensione della freccia e la svolta nella corsia di decelerazione. Nello spiazzo antistante il cubo in muratura che contiene bar, toilette e tabacchi, ci sono solo due pompe, una per la benzina e l’altra per il gasolio; c’è anche un’auto di ben diverse pompe, funebri, senza conducenti e col carico pieno. Simona ci fa caso e accenna un sorriso a Dario che spinge un’occhiata in direzione dell’auto, tira su col naso e apre diffidente la portella. Esce per primo per non mostrare segni di genetica superstizione che male aderirebbero alla sua coscienza socialista. I due pinguini sono al bancone e hanno appena finito di centellinare i caffè nella densità di un silenzio a malapena raschiato dalla pioggia che fuori s’è fatta importante. Sembra si detestino tanto quanto è il tempo che sono costretti a passare vicini alla morte. Il barista, a vederlo vicino ai becchini col grembiule coloratissimo, pare un avocado acerbo su una Sacher; asciuga tazzine. Nel momento in cui Dario e Simona fanno cigolare la porta, tutti si voltano verso tutti. Radionorba passa la Pausini che, dalle casse sfasciate, più che cantare sembra gracchiare. Un barista, due becchini e due fidanzati che studiano fuorisede. Sembra una barzelletta e invece in tutti loro e addirittura nella morte, c’è un qualche tipo di disamore. Questo pensa Simona.

Dario la lascia all’angolo prima di quello di casa che ancora sta parlando di Pansa e delle amministrative. Simona lo interrompe con un bacio posato appena appena sulle labbra, esce dall’auto e lui non la sta a guardare. Parte subito senza lasciarle nemmeno l’ombrello. Lei pensa che con molta probabilità avrà ricominciato a parlare da solo. Di piovere ha smesso, comunque. Una volta giunta sotto casa guarda in alto e tutte le persiane della palazzina a due piani sono serrate. Dà una rapida occhiata interrogativa alla coccarda nera attaccata al portone verde e giallo. Attraversa la soglia che è aperta, il buio dell’atrio le si attacca alle reni. Salendo il primo scalino s’immobilizza: un’auto parcheggia giusto all’imboccatura del portone.