Di fumo, quindi.

Allora ho comprato due sigarette dal camionista del tavolo accanto. Quello non ha fatto nemmeno la mossa di volermene regalare una. Zero. Pagate un ero e cinquanta, non è stato un grande affare. Lorenzo mi ha guardato e mi ha detto oh che fai fumi mo? No gli ho detto, sono per te. Madonna io non avrei mai fatto una roba del genere, mi da proprio di freakkettone, mi dice. Ma se stai sclerando gli rispondo. Mi ha detto tutta la sera, guardando il camionista che, beato lui, evviva che fuma così avidamente due sigarette in due minuti, se l’è ciucciate. Io gli ho risposto che sì, ma anche che forse (forse!) non ha molto da perdere, il tipo. Nel senso, se non hai un grande amore per un amato amore sfumato, è difficile che fumi in maniera compulsiva così. Nel senso, lì c’è proprio un vuoto che si sta cercando di stracolmare, no!? Sì forse hai ragione, fa. Però capisco cosa vuoi dire – ho ripreso io – se hai grandi cose da pensare, c’hai bisogno di un rombo da qualche parte, un rumore sotto, un varietà. Oppure è la solitudine – che hai pur scelto – che ti dice “riempi il bacile, stronzo!”.
Lorenzo si è fumato ‘ste due sigarette. Non come il camionista, ma tempo un quarto di ora. Forse quello non era manco un camionista, maledetti preconcetti, maledetti film italiani anni ’80. Però ci sta, dai. Pure ‘sto vuoto, a qualcuno, per un piccolo pezzo, s’è colorato di cosa umana. Di fumo, quindi.
Opera grafica di Ryan Tippery

