Il buio mi fece l’anima di acqua
A forza di sbattere ovunque, il vento si stancò.
Cessò del tutto di soffiare.
Si arrese.
Le persone non trovavano più piacere nel sentire la brezza sulla loro pelle.
Troppe le giacche a vento, troppi i colletti alzati, troppe le sciarpe, troppi no si prese il vento per continuare, come fosse nulla, ad accarezzare la terra.
Così, Vento, un giorno non precisato d’Agosto – il più caldo, forse per fare in modo che la sua mancanza si notasse in maniera definitiva – decise di andare via da qui.
Improvvisamente i bambini non riuscirono più a far volare i loro aquiloni, le girandole smisero di vorticare, le bolle di sapone caddero tutte inesorabilmente verso il basso senza opporre resistenza alcuna alla forza di gravità, i fiori del tarassaco – quelli su cui si soffia esprimendo un desiderio – smisero di attraversare l’aria e neppure i baci volanti funzionarono più.
Vento rimase oltre le nuvole. Si nascose al limite tra lo spazio siderale e il primo cielo terrestre. Richiamò a sé persino la Bora per poi mettersi a guardare, ferito e malinconico, di sotto.
L’umanità tutta prese a chiedersi cosa fosse successo.
Non passò neppure un giorno dalla diserzione di Vento che già lo smarrimento ebbe modo di creare il suo nido velenoso.
L’aria si fermò pesante sulle ciglia di chiunque.
Si fermò anche il coriandolare del polline tra i campi, allora il Fiore, che vide Vento nascondersi e sospirare a se stesso quelle parole di sconforto, con la lungimiranza di chi sa spargere un po’ di sé per colorare la vita degli altri, gli si rivolse alzando i petali come in una hallelu-Jah.
– Vento, tu hai ragione. Non v’è dubbio alcuno. La gratitudine è come l’acqua per le mie radici. Quando manca muore tutto. Seccano i propositi. Cade l’entusiasmo sul terreno. Calpestato dalle aspettative pesantissime che ognuno di noi si porta addosso.
Considera questo, però. Il campo non muore se un fiore solo sfiorisce. Le piogge prima o poi tornano secondo i loro giri. Con questo voglio dirti, senza troppe parole inutili, che ho bisogno di te. Perché fondamentale è la tua forza. I miei semi possono permettersi di posarsi, portati da te, sui fiori migliori. A colorare altre distese, ad essere raccolti dall’innamorato, a profumare la passeggiata, a seguire il Sole, ad essere disegnati da un bambino e così di nuovo rinascere, per colorare altre distese, per essere raccolti dall’innamorato, per profumare la passeggiata, per seguire il sole, per essere disegnati da un bambino.
Gli umani hanno scordato il motivo per cui sono qui, arrivati molto dopo di te, molto dopo di me, su questa terra che gli abbiamo dato in gestione. Hanno deciso di ricreare il mio profumo in laboratorio, hanno cercato di fermare i tuoi cicli finendo per mancare al patto con la nostra madre comune, Natura. Non hanno imparato nulla durante la convivenza con noi. Coinquilini presuntuosi e menefreghisti. Finiscono col celebrare e poi praticare il loro ego, come fosse una virtù. Non hanno imparato nulla dalle maree che tornano, dai fiumi in piena e dal respiro fremente della terra.
Per questo motivo, così maldestri e ingenui, vanno accarezzati. Perché il ricordo di una carezza può cancellare tutte la colpe di una coscienza imbrattata. Tu accarezzali. Dovrò bastarti io, così come dovrà bastarti la vita che mi hai dato, annodata com’è al tuo soffio.
Così parlò il Fiore.
Vento provò a cantare la sua riconoscenza.
Ci riuscì.
Il Fiore lasciò andare un seme.
Vento lo raccolse e lo portò con sé dall’altra parte del mondo affinché gli ricordasse, ad ogni giro della terra, il sapore della gratitudine.
L’ho guardata e sono uscito.
Avevo l’immagine di lei fissa lì, come l’ultimo fotogramma dell’ultimo film al mondo.
Era stesa sul divano, guardava fiera quello che restava sul letto, guardava fiera quello che avrei dovuto ancora mettermi addosso per dirmi vestito.
– Così te ne vai.
– Così me ne vado.
– E cosa rimane?
– Nulla rimane, so cosa ho lasciato, ma non rimane niente. – disse lui.
– Niente?
– Niente! Quello che mi hai dato è stato solo quello da cui sei voluta fuggire.
– Ma che dici? Discorso da telenovela.
– Sarà, ma le telenovela dovranno pur essersi ispirate a qualcosa.
– Stronzate! – accigliata lei guardò dall’altra parte e continuò – Comunque non è vero..
– Cosa?
– Quello che tu pensi di me, adesso.
– E cosa penso di te adesso?
– Pensi che io sia quella lì, quella che non ti conosce, che è così e basta, che finisce tutto.
– Mi hai detto mille cose prima – disse girandosi i polsi della camicia – tutti i discorsi che facevi, tutto quello che dicevi di adorare di me: la voce, lo sguardo, i movimenti delle mani, le parole. Ma dopo tutto non rimane nulla. Perché dopo tutto quello che abbiamo desiderato resta sempre nulla. Hai mai visto un bambino che dopo la sorpresa non ne desidera un’altra?
– Che centrano i bambini ora?
– È così, dai, restiamo così, ne abbiamo parlato. Abbiamo tutto dei bambini, tranne l’arrendevolezza.
– L’arrendevolezza?
– Sì, l’arrendevolezza. I bambini si arrendono alla loro età, noi invece non abbiamo niente a cui dare conto. Ti sembra poco?
– Io mi sto rivestendo. Abbiamo fatto l’amore. Perché tu sesso, questo, non puoi chiamarlo. Riesci a chiamarla arrendevolezza?
– No, ma restiamo bambini. Non hai voluto quello che desideravi?
– Affatto.
– Cosa desideravi?
– Te! – lui smise di affaccendarsi un istante, la guardò, ma non riuscì a farlo più di un secondo.
– Nooooo, non desideravi me. Desideravi l’idea di me.
– L’idea di te sei tu. Non dire cazzate. Tu sei quello che sembri, mai il contrario. Noi siamo sempre quello che sembriamo. Non abbiamo nessuna possibilità di essere quello che siamo davvero. Altrimenti sarebbe come se tu mi avessi detto di rimanere con te, per sempre.
– Per sempre?
– Vedi!? Non sai essere quello che vuoi!
– Hai bevuto troppo.. io dico.
– Io dico, invece, che tu adesso saresti dovuta essere il mio corpo. – lui si dissolse dietro una porta sbattuta. Lasciò il suo odore e niente più.
Lei si alzò, aprì la finestra, il fresco della notte le colpì il seno e piano, schiuse le labbra, sussurrò – ho perso.