Tu sei fatta di ragazza

Tu sei tutta ragazza,
tu sei fatta di ragazza.
Hai la pelle di ragazza,
il sorriso di ragazza,
le mani di ragazza,
la schiena di ragazza,
la curva della nuca di ragazza,
i capelli di ragazza,
i pensieri di ragazza,
la voce,
il tuo occupare lo spazio fisico nell’aria,
il tuo sbattere di ciglia,
i baci,
le carezze
e la rabbia di ragazza,
le orme che lasci sulla sabbia
sono di ragazza,
hai le caviglie di ragazza,
hai i ricordi di ragazza,
le scarpe di ragazza,
i nei di ragazza,
il profumo
e il seno di ragazza,
il sonno di ragazza,
i fianchi lievi di ragazza,
hai persino il sapore di ragazza,
ma il tuo amore
quello,
non è di ragazza,
non lo è più
e per questo
se puoi,
perdonami.

Piede

Che la sua vita sarebbe stata tutta un lottare lo capì fin dal primo contatto con la luce, nello specifico il momento in cui fu afferrato e tenuto in aria, così, penzoloni, per svolgere la procedura solita che comporta l’essere partoriti.
Immediatamente venne il momento di crescere. Ogni cosa, dopo pochi giorni, gli andava stretta e scomoda. A malapena riusciva a tenersi sù.
Solo dopo un paio d’anni conobbe la comodità, quando, una volta imparato a camminare si disse che, per tutto il resto della vita, non sarebbe stato male continuare a farlo. Insomma, come si dice, ci prese gusto.
Sviluppando il concetto di simpatia e antipatia, cominciò a farsi piacere e non piacere tutto ciò che incontrava, sfiorava, vedeva e calpestava. Sì, proprio così: cal-pe-sta-va.
Stiamo parlando di un piede.
Anzi, di Piede. Di chi sennò?!

Piede era un piede destro, tranquillo e sottomesso. Del resto, non poteva farci granché. La vita di un piede esclude quasi del tutto il concetto di riconoscenza. Specie quando sei il piede destro di uno che non è mancino.
La lotta di Piede (perché stiamo parlando di una vera e propria sopravvivenza), consiste nella sua quotidianità.
La giornata inizia col suo fare i conti con la coperta che va via, poi il trauma del toccare terra e sperare che, per quel giorno, possa essere lui “il piede giusto”, successivamente la doccia che gli scrosta di dosso tutto l’intorpidimento conquistato durante la notte, che poi è l’unico momento di vero riposo per lui (tranne quando il gemello gli si butta addosso e ci rimane all-night-long, eccome se ci rimane), solo dopo viene il dramma delle calze (a pois, a rombi fucsia, a strisce oblique multicolor o con gli smiles) e i mocassini (arancioni scamosciati, blu col pendente a forma di baffi, telati finti-strappati o con la cordicella marinara tutta attorno), che il padrone hipster decide quotidianamente. Piede, in questo periodo della sua vita, se ne va all’università. Lì, incrocia piedi di quasi tutti i tipi e lui, che ha una certa sensibilità alla pulizia, non sopporta sono fondamentalmente di 3 categorie: i piedi freakettoni con i sandali anche a Gennaio, i piedi con la vena grossa, costretti a stare in tensione a causa del tacco 12 che ha imposto loro la padroncina di turno e infine quei poveretti che urlano pietà dall’interno degli anfibi che li torturano. Tornato a casa per pranzo, ovviamente a piedi e dopo aver sfiorato per tutto il tragitto i prodotti gastrici di cani e piccioni, non gli viene concesso neppure per qualche minuto di farsi coccolare un po’ dalle pantofole sformate e così poco coerenti col personaggio che si è costruito il suo superiore che subito dopo pranzo.. si va fuori! A casa dell’amico del padrone, Piede, può di solito concedersi un pisolino, ma solo fino a che il Lui non si lamenta del formicolìo muovendo tutta la gamba, spesso anche schiaffeggiandola. Lì sono sempre in quattro: Piede, il suo gemello e i due appartenenti all’amico de il Lui. Vestíti bene, per carità, con quelle Converse gialle semplici e non sporcate apposta per farle più vissute ma, per i suoi gusti, si muovono troppo. Un paio d’ore lì, a fare chissà cosa (c’è sempre una nebbia strana in quelle stanze), e poi di nuovo a casa. Finalmente pantofole! Il sollievo di Piede, a quel punto, comanda al cervello il rilascio di dopamina. A volontà. Il Lui s’addormenta e poi viene la sveglia del suo cellulare a ricordare a Piede e al suo socio di rimettersi in attività, sopportando questa volta chissà quale mise per chissà quante ore e vivendo chissà quali situazioni improbabili e scomode. Quindi, SI ESCE! A tarda sera, una volta tornati a casa, Piede, sviene così come il suo padrone e tutto ricomincia (esclusi festivi).
Insomma: una vitaccia!

Piede ne potrebbe raccontare di avventure. Come quella volta in cui, d’Estate, in spiaggia, si trovò davanti a due piedi di ragazza. Piccoli, sporchi di sabbia e bagnati. Ci rimasero per un po’, dopo di che si puntarono, sprofondarono per qualche centimetro e improvvisamente si alzarono, come se stessero prendendo il volo. Ma non erano in volo, no, semplicemente il Lui aveva afferrato quella ragazza dalla sua piccola vita perché, ai piani superiori, stava svolgendosi un primo bacio.
Un’altra volta ancora, anni prima, il Lui, nella palestra della scuola elementare, finì per tramortire Piede. Prese a calci una palla da basket e.. AIO! Seguirono tre/quattro giorni di cure, ma prima che il dolore fosse passato del tutto, si tornò alla vita di sempre; fatta di mignolini sbattuti agli angoli dei mobili, storte, calpestamenti vicendevoli e d’estate, gli scogli appuntiti su cui il Lui si arrampicava per tuffarsi assieme agli altri padroni di altri piedi.

Nella vita di Piede, ad un certo punto, successe un incontro. Successe perché non se l’aspettava, almeno con quelle modalità.
Era in un locale electro-chic perché il Lui, in quel postaccio, avrebbe incontrato una Lei appartenente a una delle 3 categorie che lui proprio non sopportava, ovvero il piede con la vena grossa.
Piede, stanco e debilitato, viene poggiato al suo gemello sinistro, così, accavallato. All’improvviso la tensione e la postura dritta. Al che Piede pensa “eccola, la vena grossa sarà nei paraggi”. Il Lui si sposta di quarantacinque gradi e.. una carrozzella. No no no no, non quelle per metterci dentro i bimbi e i rispettivi piedi, proprio una carrozzella per adulti.
Piede si ritrova davanti un altro piede, ma immobile, sul reggi-gambe della sedia a rotelle.
Gli pare, però, da una seconda impressione, di aver già visto quelle scar.. ..le Converse gialle!
Rimangono ferme, pensa.
Si muovevano troppo, pensava.
E adesso?
Ferme.

Ipnotizzato dalla situazione che s’era palesata, ha giusto intravisto, senza che si girasse o che spostasse la sua posizione, il tacco 12 avvicinarsi e allontanarsi in un momento.
Piede e le Converse gialle rimasero di fronte l’uno alle altre per una mezzora buona. Poi il Lui, velocemente, prese la strada di casa. E ciò che bagnava Piede, non era pioggia.

Piede quella sera pensò a ciò che aveva sempre considerato una sfortuna. Essere giù, in tutti i sensi. Dover subire gli ordini dalla testa, sempre sottomesso, mentre le mani possono toccare il cielo e avere la possibilità di amare. Le spalle possono dire la loro, sollevandosi e riabbassandosi. E il collo, torcendosi, ha la possibilità di sentenziare Sì e No, proprio come la bilancia della giustizia. Ma un piede? Ma.. Piede?

Piede si rese conto, a differenza di mani, piedi, spalle e testa, nonostante tutto, che possedeva la libertà di andare lontano, anzi, lontanissimo.
E lontanissimo, con lui, poteva portarci le scelte di tutta una vita.

Il nostro fiato stropicciato

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli,
avere cura della tua stanchezza.
Non c’è niente di più reale
della tua stanchezza.
Voglio reincontrare le tue gambe
sul tuo divano
alla Domenica sera.

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli;
portarti al sicuro nel tuo letto Ikea.
Non c’è niente di più ricordato,
dai miei ricordi,
del tuo letto Ikea.
Voglio conoscere il tuo smalto
che si consuma
sulla lava incandescente della noia.

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli
perché una volta ti ho guardata dormire
sul fogliame dei nostri vestiti
ancora caldi,
con i nostri odori ormai tutti consumati,
il nostro fiato stropicciato
e l’aria che brillava fuori dalle persiane.
Quella volta ho protetto il tuo riposo,
e baciato il tuo ultimo sbadiglio
prima che ti addormentassi.
Era Domenica sera
e da allora,
la sera,
sei tu.

La superficie della tua bellezza

Ormai la notizia è ufficiale: l’Ente Internazionale per lo Studio dei Movimenti Interstellari non riesce a calcolare la superficie della tua bellezza.

Un nuovo comunicato stampa è stato diffuso questa mattina mettendo in chiaro i dati sulla capacità della tua pelle di assorbire la luce e di irradiarla donando calore al mio cuore. Nonostante le ricerche, nessuna delle diverse comunità scientifiche impegnate nell’impresa di scoprire il movimento aureo del tuo sbattere di ciglia, è giunta ad un risultato certo e definitivo.

Il presidente dell’EISMI non ha voluto rilasciare commenti a tal proposito, si è limitato, durante l’incontro con la stampa, ad affermare l’assoluta inspiegabilità del fenomeno gravitazionale che porta le mie mani a dover orbitare attorno al tuo corpo.

A quanto pare, a detta degli esperti esterni all’EISMI, ci vorranno ancora 100.000.000 – centomilioni – di secoli per riuscire calcolare la superficie della tua bellezza.

Carogna

Forse avrei dovuto ascoltarti,
mi sarei dovuto riposare.
Non facevo altro,
da mattina a sera.
E così,
alla fine,
è arrivata la fine.

Nelle ultime ore,
quando affannato tremavo
e fatica sudavo,
le ore si sono fatte grandi
e sono esondate
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.

Avrei dovuto riposare,
e dicevi tu
e parlavi di ciò che vedevi,
che già intuivi
e mi mostravi.

Negli ultimi minuti,
quando ho rovistato
tra le macerie della mia volontà,
i minuti si sono gonfiati
e poi sono esplosi
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.

E avrei dovuto ascoltarti,
di certo
mi sarei dovuto riposare.

Però,
carogna tu,
non lo dicevi per me,
lo dicevi per te
che mi sarei dovuto riposare.

E allora fammelo un monumento,
carogna.
Un monumento in marmo bianco
come quelli per i caduti in guerra.
Fallo un monumento
a uno che se lo merita
e facci scrivere sopra:
“Qui giace uno
che non mi ha mai smesso.
Che non mi ha mai smesso.
Mai, mi ha smesso.”

Due farfalle sono venute a fare l’amore

Oggi,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.

Anche ieri,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.

L’hanno fatto, l’amore,
nel senso che le ho viste
mentre una inseguiva il volo dell’altra.

L’amore, l’hanno fatto,
hanno creato in me il senso dell’amore.

Perché se
quelle due farfalle che ieri e oggi
sono venute a fare l’amore a casa mia
domani non verranno a fare l’amore a casa mia
io avrò creato una mancanza dentro di me,
sentirò l’attesa crescere
e poi farsi delusione
e non mi sentirò amato
dal loro amore.

Ma aspetterò
come ho aspettato
e già aspetto,
quelle due farfalle che sono venute a fare l’amore
a casa mia.

Il tuo modo di gesticolare

La timidezza è il tuo sguardo che si toglie dal mio.

E fa bene il tuo sguardo a togliersi dal mio.

La timidezza è il tuo modo di gesticolare

come se tra me e te ci fosse un confine di vetro

che non valichi mai.

La timidezza è tu

che Donna ti ergi

al cospetto delle mie mani

come un obelisco

fatto di carne e dinamite.

Le parole che avevo messo da parte per te

Lo vedi?

Il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

se n’è andato per terra.

Sono inciampato

sul tuo silenzio

e il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

s’è schiantato a terra.

 

Ora,

stanotte ha piovuto molto,

il marciapiede fradicio

ha reso le parole

irriconoscibili.

Si sono unite,

bagnate com’erano,

in una poltiglia di sillabe,

accenti,

punti,

virgole,

parentesi,

vocali,

consonanti

e maiuscole.

 

Ho raccolto

quello che c’era da raccogliere.

Sono tornato indietro,

ho aperto casa,

poggiato la palla di parole,

il cesto

e le mie intenzioni

sul tavolo della cucina.

Poi mi sono accucciato sul tappeto

accanto al tavolo della cucina,

come faceva il segugio

che è il tuo sesto senso,

quando mi dicevi

che t’avrei lasciata

perché io sto bene

solo da solo.

E io ti rispondevo che no,

che dici,

ma dai.

 

Lì mi sono addormentato,

sul tappeto accanto al tavolo della cucina,

mentre gocciolava sulla mia faccia

il sidro

delle parole che avevo messo da parte per te.

Niente di romantico

Dalla finestra della mia casa di città
ho visto i miei film preferiti.
È sera tardi.
Un’auto.
C’è un uomo
e c’è una donna
e la bambina di lei
da pochi mesi venuta a questo mondo.
Non sono sposati,
lo si capisce e non so perché,
arrivano sotto casa di lei,
lui scende calmo, tira su col naso e si copre meglio il petto
chiudendo i lembi superiori del suo piumino dozzinale.
Lei toglie dal sedile la bambina con il sediolino
e la poggia sul carrozzino.
La bambina comincia a piangere.
Poi, lei sola, arriva sotto le scale davanti al portone,
con un cenno sforzato della voce sale gli scalini,
apre,
chiama l’ascensore,
aspetta,
ci entra
e l’ascensore comincia a salire.
Si sente il pianto della bambina
che aumenta di volume
quando la sua mamma apre la porta dell’ascensore
ed esce sul pianerottolo.
Il suono della serratura che lavora è morbido.
Di nuovo il pianto della bambina si attenua,
sono ormai dentro casa
e la mamma comincia a cantare
un la-la-la dolce e rassicurante.
Lui resta sulle scale del portone,
s’accende una sigaretta e l’afferra
tra indice e medio come stesse tenendo un sigaro,
tira di nuovo col naso,
esce il telefono dalla sua tasca con la mano libera,
si guarda attorno.
Smanetta col cellulare
mentre continua la dolce nenia quattro piani sopra.
Lui sbuffa,
ché già ha finito la sigaretta.
L’aria è bagnata
che se riuscissi a guardare in cielo
ci sarebbe di sicuro la luna circondata dal suo lago di luce.
Lui accende un’altra sigaretta.
La bambina smette di piangere,
sua madre smette di cantare,
si sarà addormentata.
L’ascensore scende dopo pochi minuti,
il portone s’apre,
lei lo bacia su un angolo delle labbra
senza parlare.
Si richiude il portone,
risale l’ascensore,
di nuovo la serratura al quarto piano.
Lui resta immobile
per un po’
e dopo getta anche quella sigaretta.
Il suo respiro fuma ancora,
ma solo per il freddo,
ché solo quello gli è rimasto. 

L’albicocca

  
Sul piccolo molo di travi galleggianti, tenute al fondo da corde e pietre pesanti, s’attracca la barca vecchia fatta di legnaccio, col suo odore di olio meccanico e nafta mista a salsedine. Pronta per salpare al suo giro, una turista grassa in costume due pezzi che sembra un’enorme albicocca succosa e troppo maturata al solleone, con un panino assaggiato in una mano e la borsa tenuta con l’avambraccio, sovrastata da un largo cappello da spiaggia, grida nella sua lingua a quelli rimasti a terra di sbrigarsi, ché quel contenitore galleggiante sta per salpare; solo la sua voce forte da fumatrice rompe la musica costante, acidognola e sguaiata come cani che piangono in coro, dei bambini greci che giocano sul bagnasciuga.

L’albicocca tira un grande strappo al suo panino da bar mentre nel masticarlo vistosamente gracchia un’altra frase ruvida e portentosa.

La raggiungono due ragazzine snelle, dorate, con una peluria bionda che corre dall’attaccatura del loro collo fino alla schiena elastica e slanciata.

Sono le sue due figlie, presumo. Eh sì, sono le sue due figlie, ne ho conferma.
Ho strappato una promessa al loro destino, di non divenire mai come la loro albicocca genitrice. Non sembra possibile possano avere un divenire tanto incline a decadere.

La barcaccia parte, i cani guaiscono, una coppia fa l’amore più al largo, sono convinti nessuno se ne stia accorgendo.