Ah, se potessi modellarti con la terra di casa mia!
Mi piaceva posare i miei giorni sopra i tuoi,
vivere di una vita piccola ma confortevole.
Mi piacevano i giorni che mi offrivi
come fossero paste di crema della Domenica.
Quei giorni profumati
fuori di terra bagnata,
dentro di legna bruciata,
di casa di campagna
di ‘900.
Io mi ricordo,
restavo a domandarmi
come facessero a essere così belle
le tue sopracciglia disordinate.
Sono stato molti amori,
ho contratto molti baci,
e redento i miei rancori
ma mi piaceva posare i miei giorni sopra i tuoi.
Mi piace immaginarti
seduta di fronte a me
in una tavolata felliniana.
Mi fai pensare
ad un’enorme tavolata felliniana di campagna,
di quelle con la tovaglia a quadri;
spesso mi rimandi a questa immagine:
il tuo vestito antico,
così leggero
che sembra fatto di vento come te,
i tuoi piedi scalzi,
il tuo sguardo malandrino,
la tua sigaretta incerta
appesa all’angolo delle tue labbra,
la tua voce bambina,
le tue mani piccole e veloci,
il tuo sguardo distratto,
come distratta sembri tu.
Sembri.
Un’enorme tavolata felliniana, sei.
Tutta quella gente al nostro convivio
e tu che mi sei l’unica scenografia.
Il grano brucia al sole,
come io brucio alla tua luce.
Equazione Naif.
Ecco il mio cuore in fiamme.
Ecco il mio sorriso più vero.
Ecco la mia mano sul tuo fianco
sul lungotevere.
Ecco la premura che ho provato
quando credevi ti stessi braccando.
Ecco il riflesso della luna
sul tuo corpo d’amianto.
Ecco le tue spalle nude
che non sanno affrontare il mondo,
che io ero pronto ad affrontare per te.
Ecco la tua malattia
che io ero pronto a contrarre.
Ecco il suono del mio nome
tra le tue labbra.
Ecco il suono del tuo nome
tra le mie labbra.
Ecco il tuo cancello,
sempre chiuso,
sempre chiuso.
Ecco quello che non sarai mai
e quello che saresti potuta essere.
Ecco le lenzuola stropicciate del mio amore per te.
Ecco il gioco del destino,
che gioca sporco.
Ecco quello che lasci
e che crederai di trovare altrove.
Ecco le tue parole inutili,
la causa vera di ciò che perdi
e che continuerai a perdere.
Ecco il mio ultimo sacrificio
sull’altare delle tue attenzioni.
Ecco il tempo che sa curare.
Curerà te,
curerà me
e io alzerò il mento
al posto tuo.
«Esco un attimo!»
«Vado a comprare una cassa di birra,
perché qui non finisco per oggi…»
«Non riesco a rattoppare
tutto il disamore che hai creato».
«Mi metterò il cappello, va bene,
ma l’ombrello non posso portarlo,
non riuscirei a tenere
la cassa di birra con entrambe le mani».
«Ti ho detto di sì,
ho bisogno proprio di una cassa!»
«Di due birre non me ne faccio niente, su,
da brava».
«No, entro oggi no».
«Ti ho già detto che il disamore è troppo
e così, lucido, senza propulsione,
non riesco a farlo tornare amore,
nessuno ci riuscirebbe».
«Smettila!»
«Se proprio mi vuoi lucido,
evita di non esistere
ogni volta che ti amo».
Vieni a visitare il mio dolore,
conservo le sante reliquie
delle volte in cui non ho capito.
Ho un bellissimo affresco
di Myriam che mangia il mio cuore
mentre io le bacio le parole.
Poi c’è un’enorme collezione
di piccole gocce cristallizzate
cadute sulla foto di Sonia,
lei stessa le raccolse
dopo aver coperto il sole
mentre mi allargava la cassa toracica.
Vieni a visitare il mio dolore,
ma devi pagare il biglietto.
Costa quanto una carezza data male.
Anzi, fai una cosa,
prenditene cura tu.
Io vado a morire più in là
come i cani.