Ricorre dentro
Poggia i sassi
uno a uno sulla sabbia
mano a mano che li dipinge.
Non riesco ad afferrare l’immagine
ma mi sembra la stessa per ogni pietra:
un vago fondo azzurro che si spezza a metà
poi una striscia gialla e un punto bianco tra i due.
La luce attorno è così forte che sembra provenire da
più di un sole [è la salsedine che appesantisce l’aria fresca].
Allora penso al petrolio per sporcare la delicatezza, all’atalante
all’equilibrio inquinato: inquieto, acquattato e poi ancora inquieto.
Voglio voler esistere nella curva infinita per saper mai cos’aspettarmi.
I greci quando cantano ai tavoli delle taverne chiudono gli occhi. Li chiudono perché il midollo della loro canzone popolare è fondamentalmente tutto succo di dolore. Una sera, in una taverna della periferia di Atene mi è capitato di assistere a un momento pieno pieno, tutto inzuppato di antropos: un uomo tanto possente – ma non grasso – al capotavola con altre sei persone fa un cenno al cameriere, quello riaccenna assenso a sua volta e corre in cucina, subito cambia la musica, allora l’omone afferra gli angoli della tavolata come ci fosse un terremoto in corso, tira il capo indietro, chiude gli occhi e a voce altissima, tutta scurita dalle sigarette, comincia a cantare; in quel precisissimo momento le posate di tutta la taverna hanno smesso di tintinnare, gli uomini di giocare con il komboloi, le donne di parlottare tra loro, persino la cucina di spadellare.
L’uomo cantava.
La Grecia è un filo rosso.