Il tuo cardigan bianco



È sera e parli
è come in un miraggio ma parli
è sera e sorridi
è come in un miraggio e mi guardi
e fuori c’è un ventaccio, libeccio
e suonano bene alcune parole
le ho immaginate ma non saprei dirle
mi cerca tutto di te
ti alzavi e creavi un vortice
che annusavo serrando gli occhi
benedicendo l’esistenza in quell’istante
in quel posto con quella luce
il profumo del tuo cardigan bianco
È sera e parli
e non dici niente e vinco
quello che non ho vissuto
e che ricorderò, sì
ma solo fino alla prossima
gelatura primaverile.

Passa domani

Se io leggo il mio sterno

ci trovo scritto “passa domani”;

le colpe del dopo

le narici dilatate

gli occhi bruciano

il pezzo sfasciato

e tutto è moltiplicato ma più piccolo, svilito

non spendibile alla cassa

se non barattando questa colpa gelida

per una grazia più grande

ronzante viva turbolenta e ritta

e che mai mai mai riconoscerò.

Vero o no

Gli asfodeli del Peloponneso mi hanno cercato nel sonno.
A quanto pare non era vero il miraggio di una terra senza amore
il dio non volle essere il solo ballerino della taverna;
portandoti rifece il giardino che ci meritammo
a forza di desiderare il buio e la baldoria.
Tesa tesa la corda non cedette
cedette l’arco invece, quel malandrino
non potemmo far altro che passarci a turno la freccia
ridendo immaginando la traiettoria che non ebbe.
La cera si strusciò senza che la processione passasse
e se pure fosse passata
la candela
l’arco
la freccia
gli asfodeli
il buio
e la baldoria
non ce li saremmo fatti mancare.
Vero o no!?
Vero!
E diglielo tu.

Una fotografia

Una giovane donna
al centro di una fotografia
lei cammina
taglia l’inquadratura perpendicolarmente
eppure è sfocata
riesco a notare la sua pelle chiara
e i capelli neri corti e aperti dal vento
lo sfondo è una texture di persone
le persone, invece, sono bene a fuoco
un mercato rionale, forse
certamente d’estate
magliette colorate
e sole chiaro che le ravviva tutte quante
la giovane donna veste una gonna bianca
le arriva alle ginocchia
una maglia a bande orizzontali
verdi, bianche – le più sottili – e rosse
cammina di fretta
tenendosi alla borsa come se questa pesasse una tonnellata
e guarda in basso
proprio in direzione
del suo prossimo passo.

La passeggiata

Mentre passeggiavamo
e ti legavi il pullover alla vita
mi parve che il quartiere fosse
una scenografia perfetta
m’importava solo che quel pomeriggio
ti avessi preparato un buon caffè;
la casa del vigile, alla girata
aveva la veranda con le luci accese
una piccola festa forse o semplicemente
sua moglie che leggeva al fresco;
raggiungemmo il mare
mentre quello muggiva
per scacciare i turisti dell’ultima ora
avrei voluto dirti qualcosa di forte
che potesse incastonarsi con la potenza di quel momento
invece praticai una specie di silenzio
perché posasti la guancia sulla mia spalla
così facendo mi rimboccasti le parole e
senza accorgertene
facesti un capanno attorno alla mia gioia bambina
e cominciasti ad abitarla.

Barbecue

Il mio cane
accetterebbe di me ogni cosa
che per gli altri umani
sarebbe inconsueta
sospetta
strana.
Per esempio
potrei accendere un barbecue
ogni mattina alle 6
senza però cuocere nulla:
s’accuccerebbe nel cortile
e dormirebbe sapendo che sono lì
comunque.
Potrei
starnazzare
o imitare il pavone:
prenderebbe ad abitudine pure quello.
Che gli frega?
Quello che conta
è che io ci sia
che io gli esista appresso
non importa in quale modo.
Stamattina
ho letto le ultime pagine
di una raccolta di Simic
poi ho acceso il barbecue
– aspettavo ospiti –
dopo sono entrato in casa
ho aperto un altro libro
di un altro autore
su versi a caso;
sentivo il bisogno di leggere
ancora una poesia
una soltanto
una dose della nostalgia di qualcun altro
un poco di parole giustapposte.
Se il mio cane accetta
posso accettare pure io
di farmi piacere la poesia:
questa cosa strana
che gli uomini fanno
quando quello che c’è
quando c’è
non è abbastanza.
Basta che si esista appresso.
 
 
 
 
* ~ l’acquerello è di Filippo Motole – “Vittorio e Shiro” [2016].

Εγώ Σ’ Αγαπώ

La donna greca della taverna
tutta ammantata di malinconia
con uno sciame di pensieri che le ronzano sopra la testa
fuma sospirando.
 
Guarda il molo
e le barche bianche
ipnotizzate dal mare marmorizzato
dalla luce della luna.
 
Un cliente schiocca le dita in sua direzione
lei scaccia via la ronza dei pensieri scuotendo lo sguardo
chiude di nuovo dentro sé la malinconia
fa tutto questo velocissimamente.
 
Ora sorride di un sorriso inquinato
mentre parte un’altra vecchia canzone
che dice
“egò s’agapó”.

Mi riguarda tutto questo?

Mi riguarda il gatto che lecca la griglia su cui ho arrostito ieri?
Mi riguarda Shiro che, appisolato sull’atrio soleggiato
non se ne accorge e quello continua fare?
Mi riguardano le foglie dell’ulivo
che sfottono le nuvole bianche?
Mi riguarda l’edera rigogliosa che stringe il mandorlo?
Mi riguarda il suono soffice
che fanno le carrube quando cadono sul fogliame?
Mi riguarda il contadino che per una riconoscenza sconosciuta
o per abbondante generosità della sua terra
mi fa dono dei fichi maturi?
Mi riguarda la legna che si stiracchia asciugandosi al sole?
E la lucertola che stringe gli occhi sul muretto di pietra scuffilato?
Mi riguarda?
Il maestrale che diverte il pino, mi riguarda?
Il rosmarino selvatico
che accasa il timo e gli aghi degli asparagi, mi riguarda?
Le chianche vestite del muschio che indica un certo nord,
mi riguardano anche loro?
Mi pare ci sia qualcosa che non vorrò lasciare mai;
e pregherei i giorni
di prendersela con calma
di non affrettare i passi
o almeno di non contare quelli pallidi
e di convincere sua signoria il tempo
ché è lui
a dare le carte
dopo averle segnate tutte.

Fiori blu su corpo bianco

Fu bello bagnarsi nell’Egeo
accarezzando la virgola in cui
l’ultima unghia dell’Olimpo
graffia l’arenile di pietre lunari
e alle tre del pomeriggio
sentir arrivare un profumo intenso: triglie fritte
così raccogliere le poche cose nello zaino
precipitarsi nella taverna sopra il mare.
 
Un vestito a fiori blu
si tolse da un corpo bianco
baciò la terra
e divenne Grecia.
 
È bello ora soffocare di nostalgia
attendendo un barcone scassato
che mi porti nella grotta di Agamennone
a flirtare con la storia. Di nuovo per l’ultima volta.

I tuoi fiori

C’è una piantina in un grande vaso di terracotta, all’ingresso
l’ha portata il giardiniere almeno quattro mesi fa
da lui è stata innaffiata per un paio di mesi
s’è impettita di verde e vestita di fiori.
Il giardiniere poi
tutto occupato con il nuovo roseto
ha cominciato a dimenticarsene;
la piantina quindi s’è seccata
così ho preso a metterle l’acqua che Shiro
faceva avanzare nella ciotola:
qualche goccia al mattino e poi di nuovo a sera
senza speranze di sorta
[né ho avuto mai il pollice verde].
Oggi
mi sono ritrovato a toglierle di dosso
i vecchi rametti secchi:
di nuovo i tuoi fiori fucsia
– mi sono sorpreso a dirle –
e nemmeno conosco il tuo nome.