Piede

Che la sua vita sarebbe stata tutta un lottare lo capì fin dal primo contatto con la luce, nello specifico il momento in cui fu afferrato e tenuto in aria, così, penzoloni, per svolgere la procedura solita che comporta l’essere partoriti.
Immediatamente venne il momento di crescere. Ogni cosa, dopo pochi giorni, gli andava stretta e scomoda. A malapena riusciva a tenersi sù.
Solo dopo un paio d’anni conobbe la comodità, quando, una volta imparato a camminare si disse che, per tutto il resto della vita, non sarebbe stato male continuare a farlo. Insomma, come si dice, ci prese gusto.
Sviluppando il concetto di simpatia e antipatia, cominciò a farsi piacere e non piacere tutto ciò che incontrava, sfiorava, vedeva e calpestava. Sì, proprio così: cal-pe-sta-va.
Stiamo parlando di un piede.
Anzi, di Piede. Di chi sennò?!

Piede era un piede destro, tranquillo e sottomesso. Del resto, non poteva farci granché. La vita di un piede esclude quasi del tutto il concetto di riconoscenza. Specie quando sei il piede destro di uno che non è mancino.
La lotta di Piede (perché stiamo parlando di una vera e propria sopravvivenza), consiste nella sua quotidianità.
La giornata inizia col suo fare i conti con la coperta che va via, poi il trauma del toccare terra e sperare che, per quel giorno, possa essere lui “il piede giusto”, successivamente la doccia che gli scrosta di dosso tutto l’intorpidimento conquistato durante la notte, che poi è l’unico momento di vero riposo per lui (tranne quando il gemello gli si butta addosso e ci rimane all-night-long, eccome se ci rimane), solo dopo viene il dramma delle calze (a pois, a rombi fucsia, a strisce oblique multicolor o con gli smiles) e i mocassini (arancioni scamosciati, blu col pendente a forma di baffi, telati finti-strappati o con la cordicella marinara tutta attorno), che il padrone hipster decide quotidianamente. Piede, in questo periodo della sua vita, se ne va all’università. Lì, incrocia piedi di quasi tutti i tipi e lui, che ha una certa sensibilità alla pulizia, non sopporta sono fondamentalmente di 3 categorie: i piedi freakettoni con i sandali anche a Gennaio, i piedi con la vena grossa, costretti a stare in tensione a causa del tacco 12 che ha imposto loro la padroncina di turno e infine quei poveretti che urlano pietà dall’interno degli anfibi che li torturano. Tornato a casa per pranzo, ovviamente a piedi e dopo aver sfiorato per tutto il tragitto i prodotti gastrici di cani e piccioni, non gli viene concesso neppure per qualche minuto di farsi coccolare un po’ dalle pantofole sformate e così poco coerenti col personaggio che si è costruito il suo superiore che subito dopo pranzo.. si va fuori! A casa dell’amico del padrone, Piede, può di solito concedersi un pisolino, ma solo fino a che il Lui non si lamenta del formicolìo muovendo tutta la gamba, spesso anche schiaffeggiandola. Lì sono sempre in quattro: Piede, il suo gemello e i due appartenenti all’amico de il Lui. Vestíti bene, per carità, con quelle Converse gialle semplici e non sporcate apposta per farle più vissute ma, per i suoi gusti, si muovono troppo. Un paio d’ore lì, a fare chissà cosa (c’è sempre una nebbia strana in quelle stanze), e poi di nuovo a casa. Finalmente pantofole! Il sollievo di Piede, a quel punto, comanda al cervello il rilascio di dopamina. A volontà. Il Lui s’addormenta e poi viene la sveglia del suo cellulare a ricordare a Piede e al suo socio di rimettersi in attività, sopportando questa volta chissà quale mise per chissà quante ore e vivendo chissà quali situazioni improbabili e scomode. Quindi, SI ESCE! A tarda sera, una volta tornati a casa, Piede, sviene così come il suo padrone e tutto ricomincia (esclusi festivi).
Insomma: una vitaccia!

Piede ne potrebbe raccontare di avventure. Come quella volta in cui, d’Estate, in spiaggia, si trovò davanti a due piedi di ragazza. Piccoli, sporchi di sabbia e bagnati. Ci rimasero per un po’, dopo di che si puntarono, sprofondarono per qualche centimetro e improvvisamente si alzarono, come se stessero prendendo il volo. Ma non erano in volo, no, semplicemente il Lui aveva afferrato quella ragazza dalla sua piccola vita perché, ai piani superiori, stava svolgendosi un primo bacio.
Un’altra volta ancora, anni prima, il Lui, nella palestra della scuola elementare, finì per tramortire Piede. Prese a calci una palla da basket e.. AIO! Seguirono tre/quattro giorni di cure, ma prima che il dolore fosse passato del tutto, si tornò alla vita di sempre; fatta di mignolini sbattuti agli angoli dei mobili, storte, calpestamenti vicendevoli e d’estate, gli scogli appuntiti su cui il Lui si arrampicava per tuffarsi assieme agli altri padroni di altri piedi.

Nella vita di Piede, ad un certo punto, successe un incontro. Successe perché non se l’aspettava, almeno con quelle modalità.
Era in un locale electro-chic perché il Lui, in quel postaccio, avrebbe incontrato una Lei appartenente a una delle 3 categorie che lui proprio non sopportava, ovvero il piede con la vena grossa.
Piede, stanco e debilitato, viene poggiato al suo gemello sinistro, così, accavallato. All’improvviso la tensione e la postura dritta. Al che Piede pensa “eccola, la vena grossa sarà nei paraggi”. Il Lui si sposta di quarantacinque gradi e.. una carrozzella. No no no no, non quelle per metterci dentro i bimbi e i rispettivi piedi, proprio una carrozzella per adulti.
Piede si ritrova davanti un altro piede, ma immobile, sul reggi-gambe della sedia a rotelle.
Gli pare, però, da una seconda impressione, di aver già visto quelle scar.. ..le Converse gialle!
Rimangono ferme, pensa.
Si muovevano troppo, pensava.
E adesso?
Ferme.

Ipnotizzato dalla situazione che s’era palesata, ha giusto intravisto, senza che si girasse o che spostasse la sua posizione, il tacco 12 avvicinarsi e allontanarsi in un momento.
Piede e le Converse gialle rimasero di fronte l’uno alle altre per una mezzora buona. Poi il Lui, velocemente, prese la strada di casa. E ciò che bagnava Piede, non era pioggia.

Piede quella sera pensò a ciò che aveva sempre considerato una sfortuna. Essere giù, in tutti i sensi. Dover subire gli ordini dalla testa, sempre sottomesso, mentre le mani possono toccare il cielo e avere la possibilità di amare. Le spalle possono dire la loro, sollevandosi e riabbassandosi. E il collo, torcendosi, ha la possibilità di sentenziare Sì e No, proprio come la bilancia della giustizia. Ma un piede? Ma.. Piede?

Piede si rese conto, a differenza di mani, piedi, spalle e testa, nonostante tutto, che possedeva la libertà di andare lontano, anzi, lontanissimo.
E lontanissimo, con lui, poteva portarci le scelte di tutta una vita.

L’albicocca

  
Sul piccolo molo di travi galleggianti, tenute al fondo da corde e pietre pesanti, s’attracca la barca vecchia fatta di legnaccio, col suo odore di olio meccanico e nafta mista a salsedine. Pronta per salpare al suo giro, una turista grassa in costume due pezzi che sembra un’enorme albicocca succosa e troppo maturata al solleone, con un panino assaggiato in una mano e la borsa tenuta con l’avambraccio, sovrastata da un largo cappello da spiaggia, grida nella sua lingua a quelli rimasti a terra di sbrigarsi, ché quel contenitore galleggiante sta per salpare; solo la sua voce forte da fumatrice rompe la musica costante, acidognola e sguaiata come cani che piangono in coro, dei bambini greci che giocano sul bagnasciuga.

L’albicocca tira un grande strappo al suo panino da bar mentre nel masticarlo vistosamente gracchia un’altra frase ruvida e portentosa.

La raggiungono due ragazzine snelle, dorate, con una peluria bionda che corre dall’attaccatura del loro collo fino alla schiena elastica e slanciata.

Sono le sue due figlie, presumo. Eh sì, sono le sue due figlie, ne ho conferma.
Ho strappato una promessa al loro destino, di non divenire mai come la loro albicocca genitrice. Non sembra possibile possano avere un divenire tanto incline a decadere.

La barcaccia parte, i cani guaiscono, una coppia fa l’amore più al largo, sono convinti nessuno se ne stia accorgendo.

Non lo so perché gli volevo bene

– CON TE NO!

Grazia, mentre lo disse, lo guardò dalla testa ai piedi e ritorno, poi si diresse verso il suo banco, lo raggiunse, si voltò verso Alice e ghignò con lei come solo i bambini sanno ghignare.

Valentino ci rimase malissimo. Ancora alla Scuola elementare e già sentirsi rifiutare dai compagni di classe per così tante volte.

Già, perché non era la prima volta quella. E ci stava male. E quindi, sfogava sugli altri bambini. In maniera non certamente cauta. Li picchiava. Anche per niente.

Il motivo per cui venisse sempre respinto era da ricercare nel suo odore personale.

Valentino puzzava.

Molto.

Il 2° di 3 figli di genitori che definire poveri è far loro un complimento. Erano Leo, il più grande, Valentino e Angela, la più piccola.

Santuzzo, suo padre – gracidino, baffo nero leggermente ossigenato dal fumo delle sigarette, stempiato, guance infossate nel teschio, sguardo siculo e crocifisso d’oro al collo – in primavera apriva ricci di mare agli angoli delle strade e il resto dell’anno lavoricchiava qui e lì; Maria, sua madre –  colpi di sole sul castano scuro, un’occhio verde che se ne andava per i fatti suoi, occhialoni con la montatura finto osso rosa sporco, bassa quanto magra e bianchiccia – casalinga molto distratta e soprattutto esaurita. Motivo per cui.

Valentino aveva la faccia trapuntata di lentiggini: tantissime sul naso, che si diradavano percorrendo il viso fino alle orecchie.

Valentino aveva i dentoni da castoro, i capelli corti, rosso scuro, ruggine marcia.

Valentino non aveva la toppa.

Ognuno di noi aveva, sul grembiule, all’altezza del cuore, una toppa. La mia raffigurava un aquilone blu con i fiocchetti colorati sulla coda. Chi aveva Topolino, chi dei palloncini, chi una barchetta, chi Biancaneve, via dicendo. Valentino no.

Valentino malandrino.

A me non faceva nulla, non m’ha mai toccato.

Perché?

Perché riuscivo a resistergli! Più che a lui, al suo malodore.

Spesso mi ritrovavo suo compagno di banco, l’accoppiamento lo facevano le maestre. Lo intuirono così come intuirono che non mi sarei lamentato.

Spesso Valentino aveva atteggiamenti che lo spingevano sempre più lontano dal benvolere dei compagni di classe.

Ad esempio si scaccolava.

Lo faceva senza vergogna.

La sua produzione la potevi trovare tutta sul sottobanco. O sui tubi che componevano la sedia sul quale si sedeva e che nessuno voleva utilizzare. Perché era l’unico ad avere una sedia fissa, tutta sua.

Io la voce di Valentino me la ricordo rauca già da bambino. Sembra sempre come se avesse gridato fino a raschiarsela, ma lui si svegliava la mattina che già ce l’aveva quella vociaccia.

Non parlava molto. Però vociaccia.

Non parlava molto. Però cazzotti.

Non parlava molto. Però gli volevo bene.

Non lo so perché gli volevo bene. Tu lo sai perché vuoi bene a uno!? Non i motivi che ti hanno portato a volergli bene. Parlo proprio della sostanza di cui è fatto il bene. Quello che si porta dietro e quello che timbra il nostro bene nei confronti di quello o quell’altro, quella o quell’altra. Che lo certifica. Io non lo so.

Santuzzo spesso aspettava Valentino all’uscita di scuola. Ma non lo aspettava. Nel senso che l’ingresso della scuola confinava e confina tutt’ora con un circolo di pescatori a vozzo – di quelli che vanno a ‘inzillare’ i polpi. Santuzzo se ne stava là, col Peroncino in mano – i soldi per il Peroncino c’erano sempre – la nazionale al lato della bocca e sempre una bestemmia pronta a condire e a contribuire allo sproloquio dei compagni (Cum Panis, letteralmente: colui con cui si spezza insieme il pane (calco dal greco σύντροφος, “cresciuto con”).

Quando Valentino usciva, appunto, lo trovava lì. A casa si tornava solo dopo un altro Peroncino.

Non era chiaro come passasse il resto del tempo Santuzzo.

Personcine a modo, attorno a lui, non ne vedevo mai.

Personcine a modo, attorno a lui, non ne vedevamo mai.

Personcine a modo, attorno a lui, non ne vedeva mai, Valentino.

Verso la mia 4ª elementare, mia sorella – 7 anni più grande di me – cominciò a fare volontariato con un’associazione di ragazzi del suo liceo. Svolgevano il doposcuola per ragazzi facenti parte di famiglie al limite dell’indigenza che abitavano nel paese vecchio.

Lo faceva in casa di Titina, una signora anziana che metteva a disposizione il suo modesto spazio vitale. C’era anche il grande tavolo che costruì suo marito, venuto a mancare anni prima, per le scorpacciate domenicali nella loro ormai ancor più mancata famiglia.

Al doposcuola, una volta, ci andai pure io con lei.

Ricordo l’odore di naftalina mista aceto che occupò subito il mio olfatto, una volta scostate le tendine fatte di perline di plastica.

Attorno al tavolozzo c’erano una decina di bambini, ma anche una ragazzina dai capelli sfibrati – chissà perché ricordo questo particolare – e un grassoccio occhialuto con indosso una t-shirt con sopra scritto “DOORS” ed il faccione di Jim Morrison subito sotto.

C’era Leo.

Il fratello di Valentino.

Biondiccio scugnizzo che, a 37 anni meno del padre, già c’aveva le guance dentro al cranio. Una finestrella nera al posto di un incisivo superiore. Che mi sorrideva. Perché mi conosceva. Ogni tanto andavo a casa di Valentino a giocare o comunque lo trovavo che s’annoiava con Santuzzo, mentre Santuzzo bruciava le sue labbra con le nazionali e poi le innaffiava col Peroncino. Bruciava ed estingueva, in realtà, tutte le opportunità di un’esistenza.

Era simpaticissimo pure Leo.

Che molti adulti già chiamavano Nardino. Forse per abituarlo alla piccolezza del suo futuro.

Come Valentino, menava. Però menava quelli più grandi di noi. Era passato di grado sbarcando alle scuole medie.

Quel pomeriggio pure ci divertimmo, fecero qualche compito e poi mangiammo tutti la torta alla nutella che preparò Titina.

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Il giorno dopo.

– Oggi è chiusa la scuola – rispose mia madre quando le chiesi come mai non mi avesse svegliato quella mattina.

– Chiusa?

– Eh sì, ieri sera in Piazza Palmieri c’erano i delinquenti.

– E che centrano i delinquenti con la scuola? – non che fossi dispiaciuto del fatto di non essere andato a scuola, non ero e non sono il tipo che si dispiace per una epifania del genere, ma c’era un’aria strana nelle parole trattenute da mia madre.

Pensando a Piazza Palmieri mi venne in mente la fontana, e poi la Chiesa di S. Pietro e Paolo vicina alla fontana, e poi l’alimentari di Rita vicino a S. Pietro e Paolo, e poi la casa di Valentino vicina all’alimentari di Rita. Giocavano sempre in Piazza Palmieri. Sia Valentino che Leo che Angela.

– Perché è chiusa la scuola mamma?

– Hanno fatto la sparatoria.

Avevo già sentito parlare di questa parola: sparatoria. Neppure il tempo di pensarci e il suo significato mi si schiantò nel cervello.

Hanno fatto la sparatoria, disse mia madre. Proprio così: hanno fatto la sparatoria. Non UNA sparatoria. La sparatoria.

Come fosse prevedibile.

Ora il centro storico della mia Città è mangime per turisti.

Tutto aggiustato. Tutti i locali. Tutte le iniziative culturali. Tutto il passeggio. Sparatorie? Quali sparatorie? Ma quando mai!

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“La Città piange la scomparsa del piccolo Leo e si stringe attorno al dolore dei suoi familiari. I funerali saranno celebrati presso la Chiesa di S. Pietro e Paolo, domani, alle ore 16:30.”

Non rividi mai più Valentino.

Il giorno seguente i funerali, Valentino e quello che rimaneva della sua famiglia, furono spostati chissà dove. Protezione la chiamano. Fù dato loro un nuovo cognome e probabilmente un nuovo status sociale.

Ho bisogno di credere che la memoria di chi ha l’anima pura non possa cambiare, né cancellarsi.

Mi rimane questa foto. Mi tiene il braccio sulla spalla, Leo.

Che futuro è quello che viene concesso a noi e non a chi vogliamo bene. Da soli rischiamo di perderci, in mezzo a tutto questo schifo.

Partimmo

Come profuma il legno delle biblioteche antiche, quelle che sono sempre state biblioteche, quelle che non hanno mai cambiato destinazione d’uso, oppure è puzza, bhò – questo pensavo quando entravo in quella di Montichiari. La ricerca per conto dell’università aveva l’andatura di un pachiderma, avrei dovuto archiviare tutti i testi riguardanti l’alluvione, la frana e il conseguente abbandono dell’antico centro del paese, che anni dopo, verso la metà degli anni 20 del ‘900, venne rifondato e ricostruito un paio di kilometri più a valle. Avrei dovuto finire il lavoro entro le festività natalizie, già, avrei dovuto. A metà di Novembre non avevo completato la consultazione di neanche la metà dell’intera biblioteca. Gli unici edifici rimasti in cima a Montichiari vecchia erano il Bar di Tancredi con i suoi consueti tre avventori che consistevano nel parroco, nel fratello di Tancredi e nel gatto randagio grigio – tutti e tre con i loro sguardi diffidenti e indagatori – e appunto l’antica biblioteca. Quando pedalando fiaccamente con la mia rumorosa, arrugginita Bottecchia da donna, arrivavo nella piazza vuota e silenziosa, mi riposavo qualche minuto per riprendere il fiato. L’aria gelida mi creava un pizzico, piccolo e acuto, in fondo alla gola, la sentivo raccogliersi sotto il palato e aggrapparsi alla laringe. Nella piazzetta fantasma percepivo il solido e gelido abbraccio delle case abbandonate e del marmo grigio della chiesa madre, matriarcale e severa nella sua facciata settecentesca.

Era tutta là Montichiari vecchia, minuscola che pareva la bomboniera di un battesimo mai celebrato.

Quella mattina mi svegliai almeno un’ora prima del solito, di soprassalto, ma non capii mica perché, se per un incubo o per un rumore in strada. Comunque feci tutto secondo la tabella di marcia che mi autoinfliggevo da lì a qualche mese ad ogni risveglio. M’alzai dal letto e mi scaraventai davanti al lavandino e io non mi guardo mai allo specchio senza prima essermi bagnato la faccia con l’acqua gelida e così feci, solo dopo verificai che non ci fossero residui di sonno inquieto negli angoli interni dei miei occhi. Come sempre mi coccolai l’asciugamani per qualche secondo e cambiai stanza, anzi, l’altra stanza, visto che la mia casa di Montichiari era un bilocale. Il cucinino era a gas e ad ogni accensione buttava fuori una puzza da voltastomaco, mi ripetevo in continuazione che avrei dovuto farlo controllare, cosa che, ovviamente, non feci mai. Quella volta, dalla moka, il caffè uscì lento e odiai la divinità che decide quando far uscire il caffè lento e quando farlo uscire denso e questo grande accadere succede spesso, nonostante io ci metta sempre la stessa quantità e qualità di caffè e la stessa quantità e qualità di acqua. Così lo rifeci e finalmente uscì come dicevo io. Mi versai il mio secchio d’acqua fresca e mi sedetti col caffettone al tavolo gracilino della cucina. Non accendevo mai la tv la mattina presto e così non l’accesi neppure quella volta; me ne stetti in silenzio a guardare nell’universo della caffeina necessaria.

La nebbia se ne stava lì a ricordarmi ancora una volta che il sole, nel caso si fosse palesato, l’avrebbe fatto non prima di mezzogiorno.

Vabhè, mi dissi, in biblioteca non ci entra la nebbia e non ci entra il sole. In realtà me lo ripetevo ogni giorno e ogni giorno era lo stesso, tutto come ho detto, tutto in fila come ho detto. Quella volta, nonostante l’alzataccia, feci persino ritardo rispetto alla solita tabella di marcia. Non che avessi un cartellino da timbrare, ma neppure potevo permettermi grande relax con tutto il lavoro che c’era ancora da portare avanti. Non riuscivo a trovare la chiavetta del lucchetto che chiudeva la catena della bici. E difatti non la trovai. Dovetti farmi da Montichiari nuova a Montichiari vecchia a piedi, la nebbia somigliava al velo di una sposa, così fitta che faceva diventare tutte le cose ai lati della strada come fossero in un sogno antico e un po’ spettrale. A 500 metri dalla biblioteca poi, muovendo le dita nella tasca del montgomery nel tentativo di riscaldarle, ecco tintinnare la chiave. Questo non fece che rendermi ancora più cupo e mortificato di quanto già non fossi.

Marlinda, la signora custode annoiata e analfabeta, si rinchiudeva nelle sue cose da fare che non si capiva mai quali realmente fossero, ma tant’era, nessuno sarebbe andato a farle discorsi sulla fortuna di avere un lavoro come quello e sul tenerselo stretto, eccetera. Nessuno chiedeva libri che poi avrebbe dovuto riportare, quindi non c’erano titoli da risistemare su un qualche scaffale. Spolverava con l’asciugacapelli, per capirci.

Ogni mattina entravo e come ogni mattina – Buondì! – pieno di falsi positivi propositi e come ogni mattina un cenno del mento di Marlinda a fare da risposta.

Ogni mattina, mentre io mi arrampicavo sugli scaffali in cerca della sua storia, lei rimaneva dietro al bancone pensantissimo su cui poggiava la sua borsa, il limaunghie e le sue rivistacce di cronaca rosa.

Ogni mattina non mi controllava mica, no no, l’ho detto, se ne rimaneva lì, immobile la trovavo e immobile la lasciavo alla sera. Che non la vedevo arrivare e non la vedevo neppure andar via, ad un certo punto arrivai addirittura a pensare che vivesse dentro alla biblioteca. Avrei potuto portarmi a casa l’intero edificio, con i muri e tutto quanto e lei non se ne sarebbe accorta. Sarebbe rimasta lì, al gelo, con le sue abitudini dozzinali.

Ogni mattina tutto questo.

Ogni mattina ma non quella.

– Buondì! – nessuna risposta, come sempre, ma quello che mi fece strano non fu quello, piuttosto il fatto che sul bancone c’erano la borsa, il limaunghie e le rivistacce di cronaca rosa, e che dietro di esso non ci fosse seduta Marlinda.

– BUONDÌ! – rincarai.

Niente.

Con l’espressione “bhò” avanzai verso lo scaffale in fondo, quello da cui avevo lasciato la sera prima. Sento il suono di passi calmi. Diminuisco il peso dei miei e cerco di ascoltare meglio e sicuramente, il suono dei passi di Marlinda, non erano! Così decisi di deviare ed entrare nel reticolato formato dall’urbanistica degli scaffali centrali.

– ..hey.. – un sibilo dal nulla, sembrò più fiato che suono e difatti era Marlinda, fantasma anche la sua voce, che facendomi un gesto con la mano mi chiamava dalla sua parte.

I suoi ricci erano stretti e vicini, così vicini che si radunavano in ciocche, che verso le punte diventavano boccoli. Piccolissimi che la texture che creavano pareva l’oceano increspato visto da 2.000 metri d’altezza, anzi, da un satellite. Il suo castano tendeva al rossiccio, diventava più chiaro ogni volta che si spostava più verso la luce giallo-calda che pendeva quieta dal soffitto. Lo stesso scherzo di colori avveniva attorno alle sue pupille. Il taglio dei suoi occhi è sempre stretto, perché sempre sorride. Le sue lentiggini, costellazioni rade sulle guance, diventano una fittissima pioggia di asteroidi mano a mano che s’avvicinano al naso piccolino. Muoveva le mani in maniera gentile, con le sue dita bianche e sottili, a volte sembrava volesse afferrare l’aria. Ogni tanto, involontariamente, con il polpastrello dell’indice destro, si premeva la fossetta della guancia sinistra e poi con il pollice si accarezzava le labbra fiorite, sottili e rosa. Lo faceva soprattutto mentre leggeva i titoli dei libri sugli scaffali.

Era la prima volta che la guardavo e immediatamente percepivo tutte queste cose. Sentivo il bisogno di trasformare questo che avevo notato, in ricordi.

Successe che Sonia, così si chiama, pure lei se ne venne a Montichiari, le serviva conoscere le stesse cose che interessavano al sottoscritto, lei però lavorava alla sua nobile tesi – “Dissesto turistico e riqualificazione sociale nei paesi fantasma. Utopia o opportunità?”. Seduti fuori, all’unico tavolino del Bar di Tancredi, con la scritta Algida sbiadita dai gomiti, nella mia prima pausa caffè a Montichiari vecchia da quando ci sono arrivato, la sfogliai. Sonia, oltre a dirmi della tesi e del motivo della sua apparizione – perché sì, la sua fu un’apparizione -, mi parlò di quanto bello fosse il paese, che profumava, che in vecchiaia ci avrebbe persino vissuto in una di quelle case, magari con un camino acceso e la sicurezza che non possa crollare da un momento all’altro, mi disse che lei ha finito gli esami prima del tempo, che adesso poteva star tranquilla con la tesi e permettersi di girare l’Italia per un paio di mesi, mi confessò anche che riusciva a farlo perché stava bene-di-famiglia, che poi avrebbe inseguito il sogno di riabilitare, con i suoi progetti, i paesi abbandonati attraverso iniziative turistiche, magari patrocinate dal ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo visto che suo padre, a quanto ho capito, ha delle conoscenze piuttosto “alte”. E io, scemo, che le rispondevo chiedendole ogni volta – perché? – e lei diceva cose con la voce bella che ha, che poi, la verità: mi sarebbe bastata pure solo quella, senza gli argomenti, solo starlo ad ascoltare, il suono suo. Avrebbe potuto cianciare, sarebbe stato lo stesso tutto quel tutto.

Che io neppure volevo innamorarmi, che non feci in tempo a costringermi a non farlo che successe, come succede di starnutire mi scappò l’amore. Ché innamorarsi così, a prima vista, è proprio da deficienti, da adolescenti, da imbecilli, da ingenui, perché poi rimane la posa della realtà, i rimasugli della verità, di come stanno davvero le cose, che non stanno mai come vogliamo e insomma, mi facevo tutte queste menate qua e mentre me le facevo, all’improvviso, le sue labbra, anzi, la sua voce, anzi, il suono suo, tuonò – ma tu!?.

– Eh, ma io, Sonia. Io sono un cretino, Sonia. Io sto facendo ‘sto progetto in università, Sonia, che mi servirà solo a prendere i crediti per potermene stare con il minimo dei voti agli altri esami. E in realtà mi sto anche rompendo qua da solo, Sonia. A me non frega nulla di tutta ‘sta disgrazia, e non ne posso più di Marlinda, delle salite in bici col gelo nelle sinapsi, degli sguardi dei 3 al Bar, compreso quel gattaccio della malora e non ne posso più del freddo umido, della nebbia che rende tutte le cose senza vita, della salita con la Bottecchia scassata a prima mattina, che io non volevo venirci a Montichiari. – questo avrei voluto dirle. Sapete invece cosa le risposi? Ebbene, le dissi che mi piaceva molto tutto e che la biblioteca aveva un buon profumo, anche se il personale all’interno è fin troppo silenzioso, perché lavorare ogni giorno nel silenzio assoluto può portare alla pazzia e le dissi che d’altro canto questa condizione mi permetteva di lavorare concentrato e in modo veloce. Le parlai del progetto della mia università, del mio compito di catalogare tutte le informazioni circa la frana e l’abbandono del paese, del fatto che fossi molto avanti con la ricerca dei volumi-tomi-libri che trattavano il caso, le parlai del piacevolissimo fresco Montichiarese e mentre le gettavo addosso tante altre diplomatiche, deplorevoli, reprensibili, giuste, ottimistiche, non vere parole di gioia e marcia soddisfazione circa la mia situazione, lei mi interruppe

– Non è vero!

– Cosa?

– Non ti credo!

– Che?

– Proprio non riesco a crederti. Mi dici che stai bene qui, che ti piace tutto, che lavori bene, ma Marlinda m’ha detto tutt’altro. Dice che spesso ti sente parlare solo in biblioteca, sbuffare e addirittura bestemmiare.

– Marlinda?

– Sì, Marlinda. La custode.

– Ma che ne sa lei?! Non fa altro che leggere le sue bassissime riviste rosa, che ne sa!? E poi, scusa, com’è uscito il discorso tra voi due? Che centro io? Perché proprio io nel discorso?!

– Perché stamattina le ho chiesto se la biblioteca fosse sempre così vuota e quindi, sai, l’unico a frequentarla sei tu e ti lascio immaginare il resto..

– E perché mai dovrei immaginarlo? Ti ha fatto una pessima presentazione del sottoscritto, ha detto che sono uno schizofrenico, nervoso, bestemmiatore e per giunta che parlo con me stesso ad alta voce. Dimmi almeno se ti sembro quello là, quello che Marlinda t’ha descritto.

– Ma non lo so, ci conosciamo da due ore.

– Ah – e aveva ragione, mi sentivo sempre più stupido – allora magari io, così, tornerei in biblioteca per continuare il mio lavoro, se non ti spiace.

– Certo! – fece Sonia e accompagnò l’esclamazione piegando la testa da un lato, spalancando gli occhi e aprendo la mano in direzione della biblioteca.

Feci cenno a Tancredi che sarei passato dopo a pagare, lui rispose con un occhiolino e poi mi congedai da Sonia – ci vediamo dentro, allora – feci con la mano il saluto militare sulla fronte e mi sentii estremamente patetico nel farlo.

La sentii rientrare una mezzoretta dopo e mi chiesi cosa avesse potuto mai fare in quei trenta minuti. Da Tancredi? Un altro caffè? Beveva molti caffè, quindi? Smisi di chiedermelo e continuai ad impolverarmi i polpastrelli tra gli scaffali del piano soppalcato. Di lei, per le restanti 4 ore, sentii solamente qualche passo che riverberava tra il vuoto e il pavimento a scacchi, poi niente più. Niente più perché quando scesi che era ormai sera, la trovai seduta al tavolone centrale, con l’abatjour col vetro verde accesa. Leggeva, ma quando intersecai la sua traiettoria rimasi letteralmente sconvolto dal fatto che lei mi stesse aspettando con lo sguardo, guardava già nella mia direzione. Era una cosa importante per me, eh. Vabbhè che c’eravamo io, lei e quella vipera di Marlinda, ma per un momento sono stato più importante di quei volumoni aulici e così preziosi.

Le feci segno con la mano che stavo per prendere la strada di casa, non pronunciando, ma solo mimando la parola “vado!” con le mie labbra. Lei mi indicò, poi fece la mossa di avere le mani su un volante e mimò “hai auto?” con le sue labbra. Io “no!”. Lei “Ah”. Poi indicò se stessa e mi fece un movimento con il suo palmo come a dire “aspetta”. Aspettai, mise le sue cose nell’enorme borsa nera, chiuse il libro e lo mise in cima ad una colonna di altri quattro o cinque volumoni. Soffiò un “andiamo!”, salutammo all’unisono Marlinda che strizzò gli occhi sospettosa e uscimmo dalla biblioteca. Subito fuori Sonia, mettendosi il cappuccio che a malapena riusciva a far arrivare alla fronte vista l’enorme massa dei suoi capelli, mi fece – allora, hai l’auto? – feci no con la testa e aggiunsi – di solito ho una bici, ma questa mattina qui ci sono arrivato a piedi. Non ci credo! – fece lei. Eh, dovrai crederci – feci io – per questo oggi ho cominciato in ritardo, non trovavo la chiave del catenaccio che tiene la bici legata alla ringhiera del sottoscala di casa mia, ovvero, queste – la uscii dalla tasca. Poi lei sorrise di un sorriso che mostrava tutta la superficie panoramica delle sue labbra e mi fece cenno di seguirla. Aveva l’auto fuori l’arco che dava l’entrata al centro abitato di Montichiari vecchia. Nel tragitto verso l’automi disse che aveva preso casa subito fuori Montichiari nuova, poi mi chiese dove abitassimo io e la mia bici e dopo non dicemmo nulla più. Una bella Alfa Mito rossa fiammante. Diedi una smorfia di soddisfazione serrando le labbra e lei sorrise di nuovo di quel sorriso.

Partimmo.