Innamorevoli porcherie

Dal cardine cade l’anta della persiana
il gatto salta, poi corre a nascondersi.
Mi hai detto innamorevoli porcherie
le ho viste coriandolare dappertutto
ogni volta le ho sgamate senza dirlo.
Ora come la riaggiustiamo ‘sta vita?
Se ci mettiamo a dormire lasciando
tutto così com’è, rischiamo grosso:
il gatto fugge
la sera scende
si fredda casa
cerco un plaid
lo cerco per te
ritorno a letto
e tu non ci sei
sorridendomi.

Nuova nuova

Mattina
molto presto
una nave mercantile
muggisce alla bocca del porto
lo fa ancora e un’altra volta ancora
mi stacca dalla carta adesiva del sonno
mentre sogno di farti nuova nuova
ma ora degli stracci della notte
non so che farmene:
più tardi forse
ti chiamo.

Quei due.

Dieci preti neri neri camminano uno dietro l’altro sul marciapiede opposto sventolando gli abiti talari. La loro traiettoria è attentata da frutti di cani, motocicli incatenati, cartelli stradali e pubblicitari, piccole pozzanghere formate dal cedere di alcune mattonelle. Loro sembrano aleggiare su tutto questo, lievitano con eleganza spirituale. Per assistere a questo fotogramma che nemmeno Sorrentino, mi sono bruciato l’interno dell’indice e del medio: la sigaretta s’è fumata da sola. La città enorme, la trappola comoda, si srotola tutta attorno al centro che coincide con il punto esatto in cui sono seduto. Mi spetta un altro pizzico di ritardo di Dora, un altro poco di poco tempo, poi lascerò ‘sta poltronissima vip sulla scena di un indaffarato mattino metropolitano.
Dora arriva. Strappo il suo bacio sentito e le restituisco un tanto di saliva. Penso in un lampo che – come si fa ad avvicinarsi in maniera così appassionata, a un qualcun altro qualsiasi, così velocissimamente? Intanto già parla. Ininterrottamente parla. Sì – faccio io – sì sì. Arriviamo all’all you can eat del cibo italiano. È nuovo – dice voltandosi mentre spinge la porta – tutte ricette italianissime, porzioni piccole e quindi mangi quello che vuoi fino a che non scoppi. Dora è la stessa che mi strappa le gonadi con la storia di smazzare, di come stavo quando l’ho conosciuta tre mesi fa – un figurino. Alle volte preferisce così come sto ora, però. Crede che io non possa uscire dal suo ranch perché, come sto ora, mi fa meno desiderabile agli occhi delle altre, forse. Sbaglia.
No, non abbiamo prenotato – rispondiamo a quello che accoglie i clienti, forse il proprietario, all’ingresso. Va bene uguale – dice – oggi siete fortunati. Come no, come no – gli rispondo nella testa. Ci accomodiamo al tavolo. Ci sono parecchi camerieri, tutti vestiti uguali col grembiule-stereotipo che si ha all’estero del ristoratore italiano, sorridenti a sforzo.
E poi stanno due a un tavolo più in là. Una ragazza pienotta in maniera educata che pare uscita poco fa dall’insegnare catechismo ai figli degli amici dei suoi, tutti professionisti con un nome. Un freakettone tanto magro coi capelli a paglione, curati però, un cardigan vagamente grunge. Chissà se è dal suo sguardo spuntato, oppure dal modo basso in cui muove le mani bianche e sottili, in qualsiasi caso traspare tutto il benessere economico e la scomodità sociale della sua famiglia. Dora mi legge il menù. Tutto me lo legge. Ordiniamo. Anzi, ordina. Dora parla, persino guardandomi, ma non s’accorge di cosa m’interessa davvero. Non sa. Vorrei mi raccontasse cosa è successo al fratello di suo padre, il motivo per cui lo chiama fratello-di-suo-padre e non zio. Dora parla e vabbhè. M’interesso a quei due. Quei due si interessano a loro due, com’è giusto che sia, come dovrebbe essere. Ma c’è una storia lì, la vedo svaporare dai loro corpi. Ci sto pensando. Ora all’improvviso m’è chiaro. M’è chiaro perché lui le prende la mano, la tira verso sé, quella lo guarda incantata, lui gliela bacia. Mentre lo fa si guarda attorno.

Non era mai salita sulle macerie.

La professoressa non voleva sentirsi sola mai
tutta tenuta attenta a farsi amare da pochi
e da quei pochi moltissimamente
                 – chissà da chi non è stata amata –
me lo chiedevo ogni volta che segnava sul registro
le mie uscite improvvise dalla classe.
Strano era guardarla e capire quanto avesse pianto
durante la notte e persino in macchina
mentre raggiungeva scuola.
Io capivo, ne ero sicuro sicuro sicuro.
Lei era bruttina, ma certamente da sposare
da quello che diceva sapeva cucinare
al mondo ci sapeva stare
e credeva e forse crede ancora
che le poesie siano tutte rime da baciare
una donna semplice era, e probabilmente
è.
Una volta provai a darle quello che mi aveva chiesto
il compito, l’esercizio, eccetera
lo feci male, ovviamente
ma non si disperava
mi trattava come era stata trattata:
senza parlare mi metteva UNO.
Me lo metteva perché ZERO sarebbe stato scontato
       – al di là della semplice battuta.
Ho voluto bene alla professoressa
lei non lo sa;
mi sentivo un po’ Cristo a volerle bene.
La guardavo con occhi di sfida
ma quando poi puntualmente me ne finivo in bagno
a spliffare con gli altri
la pensavo
la pensavo assai
pensavo a quello che l’aspettava a casa       – sola sola –
il dato che avevo era che non aveva alcun amante-amico-marito.
Era un foglio di plexiglass
non le si intravedeva nessuna propensione
io poi che nelle persone ho sempre cercato d’intravedere
un gusto musicale preciso
di lei non ho mai capito quale fosse.
        Grave!
Però ha avuto un grande amore
questo lo so per certo
lo sento per certo, più che altro.
L’ha dilaniata quello.
Non era mai salita sulle macerie.   Anche.
Spesso mi sarebbe piaciuto congelare la lezione
alzarmi
andare verso la cattedra
e chiederle:
viene in bagno con me!?

E diciamocelo!

Quando [non] andammo a Parigi fu bellissimo
ricordo come fosse ieri il momento in cui [non] salimmo sulla torreifella.
Anche quando [non] andammo altrove fu fantastico
per esempio quel giro in canoa in quel lago in Alaska
durante il quale [non] ripetevi in continuazione “e se ci ribaltiamo?”
e la guida [non] rideva senza capire.
La Transiberiana poi? Quella volta [non] ti portasti appresso trenta libri
e [non] ne leggesti neppure uno perché il paesaggio [non] ci incantava
così tanto da [non] farci dir nulla per tutta la parte russa.
Di tutte le esperienze che [non] abbiamo fatto insieme, però, quella migliore
è sicuro la più dozzinale, bassa, senza traccia di dignità né gusto, cinematograficamente grottesca, vintage, stupida, priva di senso;
ecco, quando [non] ci sposammo a Las Vegas.
Elvis in persona, dalla faccia e dalla peluria vagamente ispaniche
[non] ci cantò “Love me tender” mentre [non] ci porgeva le fedi di latta.
Tu [non] piangesti e io finii per [non] commuovermi con te; ma [non] eravamo ubriachi.
La crociera che [non] facemmo durante la quale eravamo gli unici che non avevano da recuperare un rapporto perso a causa di multiple gravidanze o corna vicendevoli.
Ma il palco è vuoto
le luci spente
la scena spoglia
e possiamo pure dirlo
e diciamocelo
che è un peccato io [non] conosca te
e tu [non] conosca me;
che [non] siamo in altre vite
che [non] ci faremo andar bene.
Ma [non] va bene:
tu [non] sai.

La Grecia è un filo rosso #1

I greci quando cantano ai tavoli delle taverne chiudono gli occhi. Li chiudono perché il midollo della loro canzone popolare è fondamentalmente tutto succo di dolore. Una sera, in una taverna della periferia di Atene mi è capitato di assistere a un momento pieno pieno, tutto inzuppato di antropos: un uomo tanto possente – ma non grasso – al capotavola con altre sei persone fa un cenno al cameriere, quello riaccenna assenso a sua volta e corre in cucina, subito cambia la musica, allora l’omone afferra gli angoli della tavolata come ci fosse un terremoto in corso, tira il capo indietro, chiude gli occhi e a voce altissima, tutta scurita dalle sigarette, comincia a cantare; in quel precisissimo momento le posate di tutta la taverna hanno smesso di tintinnare, gli uomini di giocare con il komboloi, le donne di parlottare tra loro, persino la cucina di spadellare.
L’uomo cantava.
La Grecia è un filo rosso.

Dio è delle cose sole

Spesso penso agli oggetti rimasti orfani nostri
quelli che restano a galleggiare nella scia del passato
mi succede quando ne vedo di simili a quelli là orfani
tipo la collana con l’ankh che aveva la ragazza
a cui ho lasciato attraversare la strada stamattina
era con l’occhio di Orus nel foro
come quella che Una importante mi porse una sera felice:
a questa ci tengo, significa un botto di cose
e me lo scaraventò sulla mano
come fosse un animale che sarebbe potuto scappare
sgusciandosene tra le dita;
alla fine fine se la riprese
vidi che allontanandosi la gettò in un cespuglio di rovi.
Oppure l’altro giorno guardavo un telefilmaccio
una replica di un telefilmaccio
di quelli prodotti dall’abc negli anni novanta
e c’era un divano identico a quello che ho lasciato
a casa di K.
quando studiava a B.
era quello che avevo nel garage in cui suonavo da ragazzino
e facemmo un casotto per trasportarlo
era pesantissimo,
ci avremmo dovuto fare l’amore
quando fossi andato a trovarla
e in pratica
quello del telefilmaccio era uguale uguale spiccicato
tutto in pelle cuoio con due enormi sedute
con dentro il letto.
Penso a tutti questi oggetti abbandonati e orfani
e mi chiedo se un poco siano tristi
io me lo chiedo
io, che sono agnostico!
…e allora penso sia andata così:
uno, imprecisati millenni fa
ha iniziato a sentirsi dentro
una nostalgia che non sapeva spiegarsi
e ha cominciato a voler bene
alle cose che non aveva più
e le ha chiamate Dio.

Cosa resta

[Incipit di Nicola Lagioia]

La lama di luce, obbedendo al proprio irraggiungibile mandante, percorse la parete dov’era sistemata la branda. Riaccese un mazzo di fiori secchi. Lambì il cartone da imballaggio nel quale era infilato senza criterio un intero guardaroba. Quindi fu sul ragazzo. Giovanni Palmieri aprì felice l’occhio destro.

Solo allora si rese conto che aveva dormito per tutta la notte con un antico lampadario in ferro battuto nero che penzolava pericolosamente sopra di lui, tenuto al soffitto da una corda dall’aspetto stanco. In quel primo bagliore del mattino gli parve una gargolla appollaiata. Dopo aprì anche l’occhio sinistro e decidendo di sfidare le probabilità, restando ancora un poco sotto la minaccia del mostro, gustò tutta quanta la piacevole serenità di sentirsi in un posto in cui da piccolo era stato amato. La sera prima non era neppure riuscito a fare il giro degli ambienti, provava addirittura una specie di gratitudine nei confronti della stanchezza del viaggio per avergli dato la certezza che avrebbe dormito.         Solo la cucina gli parve un attimo diversa, non riuscì a capire in cosa. Il resto era identico, tutte le camere del secondo e del primo piano, le ampie vetrate coperte dalle altrettanto grandi tende damascate appesantite dall’oblìo, i quattro bagni e persino il marmo scheggiato da Sandro quando da solo cercò di spostare il pianoforte a mezza coda che i nonni gli comprarono in vista del conservatorio: cedette una delle tre rotelline e quello – SbangRrrh! Giovanni sapeva bene che l’avevano sistemato in casa loro solamente per vederlo più spesso, per tenerselo più vicino, per proteggerlo. Alla vista di quel particolare minimo cedette, pianse nel modo in cui piangeva da bambino, quando era certo che nessuno lo stesse vedendo, che poi è come ancora adesso piange quando è da solo: con la bocca larga, guaendo. Non ebbe neppure la premura di asciugarsi il volto, si diresse verso il cartone, lo capovolse rovesciando quello che c’era sul pavimento e uno a uno sistemò i vestiti nell’armadio di quella che fu la sua cameretta, al secondo piano. Portò lì anche la branda. Scese nuovamente al pianterreno, si avvicinò ai finestroni e con movimenti decisi e precisi scostò le tende; con le mani si fece spazio nella nube di pulviscolo, poi restò con le braccia penzoloni, con gli occhi chiusi, col mento alto, scalzo coi piedi uniti, con le spalle dritte, a respirare a tutti polmoni quello che restava della Famiglia Palmieri, a raschiare con cura i sensi per smuovere la posa del tempo e di tutto quello che perdendo aveva santificato. Fuori si srotolava il viale ormai vinto dalla vegetazione. Il grande cancello scuro si spalancò. Un taxi attendeva in strada. Un uomo si avvicinava. Riconobbe Sandro.

Il fuoco solo

Non c’è rogo
che si spenga
se non per due volontà:
            l’abbandono
            o l’estinzione.
La prima consiste:
io lascio il fuoco solo
pioverà o smetterà da sé.
La seconda consiste:
io copro la fiamma con qualcosa
oppure la bagno un poco.
Nel caso uno:
la fiamma non diviene incendio
solamente se attorno c’è il vuoto.
Nel caso due:
la fiamma si assopisce
ma se la lascio di nuovo sola
c’è la possibilità che dopo poco
divenga un incendio ancora più alto
che divori il mondo.
Tutto quello che brucia
non sopporta la solitudine.

Mappamondi

Mia zia zitella aveva il mondo in mano. Lo aveva al mattino tra le otto e trenta e le dodici e trenta, poi di nuovo dalle quattordici del pomeriggio alle diciotto della sera. Lavorava in una fabbrica artigianale di mappamondi su al nord. Scendeva solo per i matrimoni e i funerali di famiglia. Dopo l’invasione cinese e il conseguente fallimento della fabbrica, se ne tornò giù. Qualche giorno, attorno a una pasqua di molti anni fa, lo passammo da lei e così capitò che mia madre le chiedesse se potessi guardare il processo di produzione e assemblaggio dei mappamondi – «che secondo me s’affascina il ragazzo» – così disse. Mi feci tutto il turno della mattina vicino, anzi no, appiccicato alla zia. Il lavoro veniva svolto così: attraverso degli stampi si producevano due semisfere di vetroresina piuttosto trasparente, queste venivano incollate a mano con l’aiuto di una base concava così da avere una bella precisione, poi veniva spennellata della colla e uno strato di striscioline di carta da giornale non stampata, dopo, tutta la sfera veniva immersa in un liquido bianco che somigliava alla calce ma che calce non era e un uomo, solo lui, con le manone che si ritrovava, risolveva le bolle d’aria; dopo aver messo ad asciugare le sfere per un giorno intero, alcune dipendenti, le più capaci e precise, incollavano le strisce con gli oceani, i continenti, le isole e le penisole, una a una a formare il mappamondo; infine con un pennellino venivano ritoccate le fughe tra una striscia e l’altra e spruzzata tutt’attorno la vernice trasparente che rendeva lucida l’intera superficie. Mia zia era una delle incollatrici del mondo così come lo conosciamo. Mentre incollava, quella volta mi fece – «la tipografia un mese fa ci ha dato le strisce sbagliate, la Germania ce l’aveva data col muro, noi non c’abbiamo fatto caso e quei mappamondi lì sono finiti sul mercato; quando se n’è accorto il padrone» – chiamava così il capo suo – «ci voleva licenziare! Ma la colpa non era la nostra, era del tipografo. E io non sapevo nemmanco che il muro stava sopra a tutta la Germania, lo chiamano muro di Berlino e pensavo stava solo a Berlino.» – disse pari pari così. Mi zia è stata una vita silenziosa, credeva di stare bene così, stando sempre attenta a mai dare troppo per evitare di ricevere in cambio troppo poco. Persino i vestiti che si metteva erano senza contrasto, mi pareva come se buttasse borotalco su ogni fantasia di ogni vestito. Tutta fatta di nebbia, non parlava mai di cose importanti, ecco perché m’è rimasto il fatto del muro di Berlino; nei suoi discorsi non c’era mai fuoco, né al nemico né all’alleato. Quando mamma le diceva o le suggeriva un’opinione lei sospirava senza fare troppo rumore e con le mani che si strofinavano sulla gonna diceva «mhà, può darsi». Quando zia morì, al funerale si presentò solo mamma con il suo figlio adolescente, io. E anche il portiere del condominio suo venne. Il prete, dicendo della zia, parlò qualcosa circa la possibilità di riscattare la morte di Cristo Nostro Signore e del privilegio della resurrezione. Della grazia, parlò anche di quella. Lo fece guardando nel sole, verso la città che rombava, verso la vita, quella stessa a cui la zia applicava il silenziatore.

di Vittorio Nacci