Il setaccio

Vicino al greto del fiume
la terra si fa argilla
e l’argilla è preziosa
 
con l’intercessione del tuo tocco
può divenire forma
 
Mi hai insegnato
come ad un bambino
che il fango può essere
una casa
un cavallo
un carrarmato
un castello
 
e che persino dentro puoi trovarci l’oro
piccoli frammenti di primordio.
 
Prima che diventasse un privilegio
l’oro
era una pietra
e lo è ancora
noi
abbiamo cambiato il suo significato.
 
Così è con quello che abbiamo perso
con te che cercavi nel fondale mio
tra le pietre
la più bella
la Storia che siamo stati.
 
Poi abbiamo cambiato quel significato
come quell’oro là
ci siamo detti e dati valori diversi
 
ma adesso siamo al sicuro
nella capanna dei ricordi
e non dobbiamo corrugarci la fronte
se ci perdiamo nel fondo
del greto
del fiume.
 
Tesoro mio dolcissimo
il setaccio della memoria
trattiene solo
quello che di prezioso resta.

Le due ferite che hai sul viso

Puoi orientarti
e persino permetterti di perderti
su di me
 
con le due ferite che hai sul volto
quelle che il mondo ti costringe ad aprire
per obbligarti a guardarlo.
 
Su di me, ti dico
puoi permetterti di scordare il sentiero
dal quale vieni
 
con le due ferite che hai sul viso
quelle che ti portano la luce
saprai riconoscermi.
 
Ma devi incamminarti
un passo avanti e poi un altro
su di me, incamminami
 
le due ferite che hai sotto la fronte
faranno di te un viaggio
e io mi farò faro e tu potrai abitarmi.

Mostrami com’è che si fa la vita

Mostrami
te ne prego
com’è che si fa la vita.
Dove posso trovarla.
sotto quale albero
o cespuglio
o fondale marino.
 
Indicami
ti scongiuro
il punto da cui ti piace la città.
Voglio
mettermi dall’altra parte
e sbracciarmi
e farti-mancare-a-me-stesso-per-poi-ritrovarti.
 
Com’è colorata la tenerezza di cui t’ho amata
e come sono sporchi i cieli sotto i quali non siamo più.
C’è qualcosa di santo nelle tue mani bianche.

Ma io? #2

Ma io?
Io che non t’ho cercata
che non t’ho voluta
e tu come un aliante
leggerissima e bianca e silenziosa
hai sorvolato le paure
le guerre che avevo dichiarato a me stesso
e hai firmato un armistizio
con l’inchiostro delle carezze che mi hai detto.
Sei atterrata sulla prateria dei tormenti
le hai dato fuoco come hai dato fuoco alle tue ali
– così non posso tornare indietro – dicevi.
La paglia secca croccò sotto i nostri passi umani.
– Guarda – mi dicesti – guarda quella striscia blu infondo al campo!
Così imparammo a nuotare
immaginando il mare.

Ma io?

Ma io?
Io non ho niente per te.
Le poesie che hai letto
i romanzi
le storie di cui fai parte
non ho niente per te.
Cosa ti aspetti?
Non aspettarti le sceneggiature
di un film che non guarderai mai.
Chi fa il finale sei tu
chi mi guarda sei tu
chi sa com’è meglio sei tu
io posso solo virare la rotta della mia storia.
Ma guardami
io ho solo un po’ di terra
e una vanga
e il privilegio di poterti estirpare
tutte le volte che voglio.

La clemenza rara della natura

La strada è un fiume in piena,
esonda:
io qui,
tu lì.
Ti guardo sull’altra sponda
come si guarda la felicità altrui.
 
Questo fiume si quieterà,
avrà la clemenza rara della natura.
Un altro poco e mi volterò,
d’ora in poi guarderò il muro,
ti aspetterò così,
ti darò le spalle,
perché non posso contenerti negli occhi
senza tenerti nelle mani.
 
Questo fiume si quieterà
e se vorrai guadarlo
le mie spalle saranno pronte
ad avvertire
finalmente
il tuo abbraccio.

Sotto una quercia

Ho cercato

davvero

dappertutto

ma non ho

saputo abbracciare

una quercia

che mi rendesse

il perdono

per essere uomo.

Avrei voluto

trovarci dentro

la vita.

Corpo, gli occhi

Copro gli occhi anche al buio
adesso.
 
Ora che bruci troppo forte
la stanza è illuminata
dalla mia cassa toracica in fiamme.
 
copro gli occhi
corpo, gli occhi
 
Sbircio tra le dita
e va a fuoco il cosmo.
 
Ho le vertigini a stringere il tuo nome.

Voglio abitarti

La superficie delle acque si quietò
subito dopo che scomparve Atlantide.
 
Non vi fu segno
sulla marea.
 
Nessuno conobbe lo sdegno
per la natura che avvergogna gli uomini.
 
 
 
 
Mi è stata creata,
una volta, Atlantide.
 
Un’isola di oro che profumava
come la resina che
centellina
catinella
dalle nuvole bianche.
 
Sull’ultima vetta dell’atollo che inabissava
dissi:
 
non tuffarti
voglio abitarti
diventa il molo
accoglimi la tenerezza
sapessi cosa mi ha fatto il mondo.

Il buio mi fece l’anima di acqua

Ero su un albero altissimo
la mattina fluiva
silenziosa.
 
Il temporale della notte
con la primissima carezza del sole
profumava ancora.
 
Così sentivo i movimenti del pianeta
riuscivo a percepire lo spostamento delle placche terrestri
così come fa il mio sangue ogni volta che si rifugia nel mio cuore.
 
Ero su un albero altissimo
al che l’albero gracchiò
e le sue radici si staccarono dal terreno in un rumoraccio improvviso.
 
Il frastuono echeggiò
ma subito implose nella quiete
nel fruscio del vento tra la fronda del mio ramo.
 
Tutto fu sospeso mentre nelle orecchie si ovattava il vuoto
l’albero saliva così di fretta che superata la prima porta del cielo
sono riuscito a scorgere il cappello del temporale della notte.
 
Quello saliva saliva saliva
non si fermava mica
forse non sa che oltre l’atmosfera non so volare – dicevo tra me.
 
Il gelo del proto-spazio congelò le sue foglie
nell’istante in cui arrivai a toccare il buio
e il buio mi fece l’anima di acqua e deflagrai in una polvere di brina.
 
Ero su un albero altissimo
che mi ha insegnato la notte.
 
Ero su un albero altissimo
volevo solo asciugarmi un po’ dopo il temporale
ma la notte è una madre spietata
e la notte è nera
come nere
sono le mie piume
come nere
sono le mie ali
da corvo.