Carogna

Forse avrei dovuto ascoltarti,
mi sarei dovuto riposare.
Non facevo altro,
da mattina a sera.
E così,
alla fine,
è arrivata la fine.

Nelle ultime ore,
quando affannato tremavo
e fatica sudavo,
le ore si sono fatte grandi
e sono esondate
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.

Avrei dovuto riposare,
e dicevi tu
e parlavi di ciò che vedevi,
che già intuivi
e mi mostravi.

Negli ultimi minuti,
quando ho rovistato
tra le macerie della mia volontà,
i minuti si sono gonfiati
e poi sono esplosi
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.

E avrei dovuto ascoltarti,
di certo
mi sarei dovuto riposare.

Però,
carogna tu,
non lo dicevi per me,
lo dicevi per te
che mi sarei dovuto riposare.

E allora fammelo un monumento,
carogna.
Un monumento in marmo bianco
come quelli per i caduti in guerra.
Fallo un monumento
a uno che se lo merita
e facci scrivere sopra:
“Qui giace uno
che non mi ha mai smesso.
Che non mi ha mai smesso.
Mai, mi ha smesso.”

Due farfalle sono venute a fare l’amore

Oggi,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.

Anche ieri,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.

L’hanno fatto, l’amore,
nel senso che le ho viste
mentre una inseguiva il volo dell’altra.

L’amore, l’hanno fatto,
hanno creato in me il senso dell’amore.

Perché se
quelle due farfalle che ieri e oggi
sono venute a fare l’amore a casa mia
domani non verranno a fare l’amore a casa mia
io avrò creato una mancanza dentro di me,
sentirò l’attesa crescere
e poi farsi delusione
e non mi sentirò amato
dal loro amore.

Ma aspetterò
come ho aspettato
e già aspetto,
quelle due farfalle che sono venute a fare l’amore
a casa mia.

Il tuo modo di gesticolare

La timidezza è il tuo sguardo che si toglie dal mio.

E fa bene il tuo sguardo a togliersi dal mio.

La timidezza è il tuo modo di gesticolare

come se tra me e te ci fosse un confine di vetro

che non valichi mai.

La timidezza è tu

che Donna ti ergi

al cospetto delle mie mani

come un obelisco

fatto di carne e dinamite.

Le parole che avevo messo da parte per te

Lo vedi?

Il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

se n’è andato per terra.

Sono inciampato

sul tuo silenzio

e il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

s’è schiantato a terra.

 

Ora,

stanotte ha piovuto molto,

il marciapiede fradicio

ha reso le parole

irriconoscibili.

Si sono unite,

bagnate com’erano,

in una poltiglia di sillabe,

accenti,

punti,

virgole,

parentesi,

vocali,

consonanti

e maiuscole.

 

Ho raccolto

quello che c’era da raccogliere.

Sono tornato indietro,

ho aperto casa,

poggiato la palla di parole,

il cesto

e le mie intenzioni

sul tavolo della cucina.

Poi mi sono accucciato sul tappeto

accanto al tavolo della cucina,

come faceva il segugio

che è il tuo sesto senso,

quando mi dicevi

che t’avrei lasciata

perché io sto bene

solo da solo.

E io ti rispondevo che no,

che dici,

ma dai.

 

Lì mi sono addormentato,

sul tappeto accanto al tavolo della cucina,

mentre gocciolava sulla mia faccia

il sidro

delle parole che avevo messo da parte per te.

Niente di romantico

Dalla finestra della mia casa di città
ho visto i miei film preferiti.
È sera tardi.
Un’auto.
C’è un uomo
e c’è una donna
e la bambina di lei
da pochi mesi venuta a questo mondo.
Non sono sposati,
lo si capisce e non so perché,
arrivano sotto casa di lei,
lui scende calmo, tira su col naso e si copre meglio il petto
chiudendo i lembi superiori del suo piumino dozzinale.
Lei toglie dal sedile la bambina con il sediolino
e la poggia sul carrozzino.
La bambina comincia a piangere.
Poi, lei sola, arriva sotto le scale davanti al portone,
con un cenno sforzato della voce sale gli scalini,
apre,
chiama l’ascensore,
aspetta,
ci entra
e l’ascensore comincia a salire.
Si sente il pianto della bambina
che aumenta di volume
quando la sua mamma apre la porta dell’ascensore
ed esce sul pianerottolo.
Il suono della serratura che lavora è morbido.
Di nuovo il pianto della bambina si attenua,
sono ormai dentro casa
e la mamma comincia a cantare
un la-la-la dolce e rassicurante.
Lui resta sulle scale del portone,
s’accende una sigaretta e l’afferra
tra indice e medio come stesse tenendo un sigaro,
tira di nuovo col naso,
esce il telefono dalla sua tasca con la mano libera,
si guarda attorno.
Smanetta col cellulare
mentre continua la dolce nenia quattro piani sopra.
Lui sbuffa,
ché già ha finito la sigaretta.
L’aria è bagnata
che se riuscissi a guardare in cielo
ci sarebbe di sicuro la luna circondata dal suo lago di luce.
Lui accende un’altra sigaretta.
La bambina smette di piangere,
sua madre smette di cantare,
si sarà addormentata.
L’ascensore scende dopo pochi minuti,
il portone s’apre,
lei lo bacia su un angolo delle labbra
senza parlare.
Si richiude il portone,
risale l’ascensore,
di nuovo la serratura al quarto piano.
Lui resta immobile
per un po’
e dopo getta anche quella sigaretta.
Il suo respiro fuma ancora,
ma solo per il freddo,
ché solo quello gli è rimasto. 

L’albicocca

  
Sul piccolo molo di travi galleggianti, tenute al fondo da corde e pietre pesanti, s’attracca la barca vecchia fatta di legnaccio, col suo odore di olio meccanico e nafta mista a salsedine. Pronta per salpare al suo giro, una turista grassa in costume due pezzi che sembra un’enorme albicocca succosa e troppo maturata al solleone, con un panino assaggiato in una mano e la borsa tenuta con l’avambraccio, sovrastata da un largo cappello da spiaggia, grida nella sua lingua a quelli rimasti a terra di sbrigarsi, ché quel contenitore galleggiante sta per salpare; solo la sua voce forte da fumatrice rompe la musica costante, acidognola e sguaiata come cani che piangono in coro, dei bambini greci che giocano sul bagnasciuga.

L’albicocca tira un grande strappo al suo panino da bar mentre nel masticarlo vistosamente gracchia un’altra frase ruvida e portentosa.

La raggiungono due ragazzine snelle, dorate, con una peluria bionda che corre dall’attaccatura del loro collo fino alla schiena elastica e slanciata.

Sono le sue due figlie, presumo. Eh sì, sono le sue due figlie, ne ho conferma.
Ho strappato una promessa al loro destino, di non divenire mai come la loro albicocca genitrice. Non sembra possibile possano avere un divenire tanto incline a decadere.

La barcaccia parte, i cani guaiscono, una coppia fa l’amore più al largo, sono convinti nessuno se ne stia accorgendo.

Non lo so perché gli volevo bene

– CON TE NO!

Grazia, mentre lo disse, lo guardò dalla testa ai piedi e ritorno, poi si diresse verso il suo banco, lo raggiunse, si voltò verso Alice e ghignò con lei come solo i bambini sanno ghignare.

Valentino ci rimase malissimo. Ancora alla Scuola elementare e già sentirsi rifiutare dai compagni di classe per così tante volte.

Già, perché non era la prima volta quella. E ci stava male. E quindi, sfogava sugli altri bambini. In maniera non certamente cauta. Li picchiava. Anche per niente.

Il motivo per cui venisse sempre respinto era da ricercare nel suo odore personale.

Valentino puzzava.

Molto.

Il 2° di 3 figli di genitori che definire poveri è far loro un complimento. Erano Leo, il più grande, Valentino e Angela, la più piccola.

Santuzzo, suo padre – gracidino, baffo nero leggermente ossigenato dal fumo delle sigarette, stempiato, guance infossate nel teschio, sguardo siculo e crocifisso d’oro al collo – in primavera apriva ricci di mare agli angoli delle strade e il resto dell’anno lavoricchiava qui e lì; Maria, sua madre –  colpi di sole sul castano scuro, un’occhio verde che se ne andava per i fatti suoi, occhialoni con la montatura finto osso rosa sporco, bassa quanto magra e bianchiccia – casalinga molto distratta e soprattutto esaurita. Motivo per cui.

Valentino aveva la faccia trapuntata di lentiggini: tantissime sul naso, che si diradavano percorrendo il viso fino alle orecchie.

Valentino aveva i dentoni da castoro, i capelli corti, rosso scuro, ruggine marcia.

Valentino non aveva la toppa.

Ognuno di noi aveva, sul grembiule, all’altezza del cuore, una toppa. La mia raffigurava un aquilone blu con i fiocchetti colorati sulla coda. Chi aveva Topolino, chi dei palloncini, chi una barchetta, chi Biancaneve, via dicendo. Valentino no.

Valentino malandrino.

A me non faceva nulla, non m’ha mai toccato.

Perché?

Perché riuscivo a resistergli! Più che a lui, al suo malodore.

Spesso mi ritrovavo suo compagno di banco, l’accoppiamento lo facevano le maestre. Lo intuirono così come intuirono che non mi sarei lamentato.

Spesso Valentino aveva atteggiamenti che lo spingevano sempre più lontano dal benvolere dei compagni di classe.

Ad esempio si scaccolava.

Lo faceva senza vergogna.

La sua produzione la potevi trovare tutta sul sottobanco. O sui tubi che componevano la sedia sul quale si sedeva e che nessuno voleva utilizzare. Perché era l’unico ad avere una sedia fissa, tutta sua.

Io la voce di Valentino me la ricordo rauca già da bambino. Sembra sempre come se avesse gridato fino a raschiarsela, ma lui si svegliava la mattina che già ce l’aveva quella vociaccia.

Non parlava molto. Però vociaccia.

Non parlava molto. Però cazzotti.

Non parlava molto. Però gli volevo bene.

Non lo so perché gli volevo bene. Tu lo sai perché vuoi bene a uno!? Non i motivi che ti hanno portato a volergli bene. Parlo proprio della sostanza di cui è fatto il bene. Quello che si porta dietro e quello che timbra il nostro bene nei confronti di quello o quell’altro, quella o quell’altra. Che lo certifica. Io non lo so.

Santuzzo spesso aspettava Valentino all’uscita di scuola. Ma non lo aspettava. Nel senso che l’ingresso della scuola confinava e confina tutt’ora con un circolo di pescatori a vozzo – di quelli che vanno a ‘inzillare’ i polpi. Santuzzo se ne stava là, col Peroncino in mano – i soldi per il Peroncino c’erano sempre – la nazionale al lato della bocca e sempre una bestemmia pronta a condire e a contribuire allo sproloquio dei compagni (Cum Panis, letteralmente: colui con cui si spezza insieme il pane (calco dal greco σύντροφος, “cresciuto con”).

Quando Valentino usciva, appunto, lo trovava lì. A casa si tornava solo dopo un altro Peroncino.

Non era chiaro come passasse il resto del tempo Santuzzo.

Personcine a modo, attorno a lui, non ne vedevo mai.

Personcine a modo, attorno a lui, non ne vedevamo mai.

Personcine a modo, attorno a lui, non ne vedeva mai, Valentino.

Verso la mia 4ª elementare, mia sorella – 7 anni più grande di me – cominciò a fare volontariato con un’associazione di ragazzi del suo liceo. Svolgevano il doposcuola per ragazzi facenti parte di famiglie al limite dell’indigenza che abitavano nel paese vecchio.

Lo faceva in casa di Titina, una signora anziana che metteva a disposizione il suo modesto spazio vitale. C’era anche il grande tavolo che costruì suo marito, venuto a mancare anni prima, per le scorpacciate domenicali nella loro ormai ancor più mancata famiglia.

Al doposcuola, una volta, ci andai pure io con lei.

Ricordo l’odore di naftalina mista aceto che occupò subito il mio olfatto, una volta scostate le tendine fatte di perline di plastica.

Attorno al tavolozzo c’erano una decina di bambini, ma anche una ragazzina dai capelli sfibrati – chissà perché ricordo questo particolare – e un grassoccio occhialuto con indosso una t-shirt con sopra scritto “DOORS” ed il faccione di Jim Morrison subito sotto.

C’era Leo.

Il fratello di Valentino.

Biondiccio scugnizzo che, a 37 anni meno del padre, già c’aveva le guance dentro al cranio. Una finestrella nera al posto di un incisivo superiore. Che mi sorrideva. Perché mi conosceva. Ogni tanto andavo a casa di Valentino a giocare o comunque lo trovavo che s’annoiava con Santuzzo, mentre Santuzzo bruciava le sue labbra con le nazionali e poi le innaffiava col Peroncino. Bruciava ed estingueva, in realtà, tutte le opportunità di un’esistenza.

Era simpaticissimo pure Leo.

Che molti adulti già chiamavano Nardino. Forse per abituarlo alla piccolezza del suo futuro.

Come Valentino, menava. Però menava quelli più grandi di noi. Era passato di grado sbarcando alle scuole medie.

Quel pomeriggio pure ci divertimmo, fecero qualche compito e poi mangiammo tutti la torta alla nutella che preparò Titina.

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Il giorno dopo.

– Oggi è chiusa la scuola – rispose mia madre quando le chiesi come mai non mi avesse svegliato quella mattina.

– Chiusa?

– Eh sì, ieri sera in Piazza Palmieri c’erano i delinquenti.

– E che centrano i delinquenti con la scuola? – non che fossi dispiaciuto del fatto di non essere andato a scuola, non ero e non sono il tipo che si dispiace per una epifania del genere, ma c’era un’aria strana nelle parole trattenute da mia madre.

Pensando a Piazza Palmieri mi venne in mente la fontana, e poi la Chiesa di S. Pietro e Paolo vicina alla fontana, e poi l’alimentari di Rita vicino a S. Pietro e Paolo, e poi la casa di Valentino vicina all’alimentari di Rita. Giocavano sempre in Piazza Palmieri. Sia Valentino che Leo che Angela.

– Perché è chiusa la scuola mamma?

– Hanno fatto la sparatoria.

Avevo già sentito parlare di questa parola: sparatoria. Neppure il tempo di pensarci e il suo significato mi si schiantò nel cervello.

Hanno fatto la sparatoria, disse mia madre. Proprio così: hanno fatto la sparatoria. Non UNA sparatoria. La sparatoria.

Come fosse prevedibile.

Ora il centro storico della mia Città è mangime per turisti.

Tutto aggiustato. Tutti i locali. Tutte le iniziative culturali. Tutto il passeggio. Sparatorie? Quali sparatorie? Ma quando mai!

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“La Città piange la scomparsa del piccolo Leo e si stringe attorno al dolore dei suoi familiari. I funerali saranno celebrati presso la Chiesa di S. Pietro e Paolo, domani, alle ore 16:30.”

Non rividi mai più Valentino.

Il giorno seguente i funerali, Valentino e quello che rimaneva della sua famiglia, furono spostati chissà dove. Protezione la chiamano. Fù dato loro un nuovo cognome e probabilmente un nuovo status sociale.

Ho bisogno di credere che la memoria di chi ha l’anima pura non possa cambiare, né cancellarsi.

Mi rimane questa foto. Mi tiene il braccio sulla spalla, Leo.

Che futuro è quello che viene concesso a noi e non a chi vogliamo bene. Da soli rischiamo di perderci, in mezzo a tutto questo schifo.

L’orbita

Kodak ColorPlus187

Ho coperto le mie mani di buone intenzioni.

Inizialmente sono riuscito a convincerle.

Credevo quasi di averle distratte.

Poi è esplosa una supernova.

Ne volavano i brandelli.

Volevano afferrarli.

Ora sono pianeti.

Le mie mani.

Attorno a te.

Diventano.

L’orbita.

Infinita.

Ben oltre le tue risate

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Non capivo Venezia,

erano giorni inquieti,

tu dormivi in un letto che,

di me,

aveva solo l’odore.

Io non c’ero,

per davvero.

Io non c’ero

perché cominciai a roteare nella stanza

di quell’hotel di Mestre.

Guardavo dall’alto la tua esse,

i tornanti pericolosi

dei tuoi fianchi,

che già sapevo

di doverci morire.

Allora cominciai a roteare nella stanza

di quell’hotel di Mestre.

La mattina tu guardasti quell’enorme palloncino

a forma di cane,

come quelli che fanno i clown per le strade.

E io ti spiegai che era un’opera di Koons,

che significava ben oltre le tue risate.

Allora cominciai a roteare nella stanza

di quell’hotel di Mestre

e la finestra era aperta

e sono andato a cavalcare l’opera di Koons.

Quando sono tornato tu abbracciavi il mio odore,

ché solo quello mi era rimasto

da poterti concedere.

Ad esempio

Ho spremuto un’oliva con le dita:

succo caldo,

profumo primordiale,

sostanza-speranza.

Ad esempio,

i tuoi occhi,

sono due olive

nere nere,

tonde,

che sfottono il mio dentro.

 

Attorno:

pelle fango chiaro.

 

Più sotto:

il tuo gusto

circondato

dal luogo santo dei tuoi baci.

 

Dentro:

la pozzanghera delle tue parole

che una volta,

una soltanto,

ha incontrato la mia preghiera

e il suo sapore.