Fino a non pensare per non sentire. (palmo aperto a carezza contro La malattia)

Io vorrei vederti in carne, mai in ossa;
che tu non possa ascoltare il sibilo della fine
da dove ti vorrò portare
che non scalci la tua coscienza quando te ne dimenticherai:
in un lago d’estate – l’estate non è il mare –
in un centro commerciale giapponese
sulla transiberiana o in Messico o in Sud Africa o in Alaska;
non si svegli il tuo senso dell’attenzione
sicché non ti venga in mente che noi lo si faccia
per addormentare un dolore tuo
o mio per un dolore tuo
e non è vero che non serve dimenticare
molto si pulisce, invece
a cominciare dalla condizione terrena
attraverso la quale passiamo
da cui guardiamo e veniamo guardati
e che sorpassiamo
spesso senza salutare
come conviene di fare
a chi non sopporta il commiato.
 

Cronaca di un fuocherello

Comprammo due scatole di diavolina;
mentre lei con l’indice tirava la prima dallo scaffale del supermercato
si voltò nella mia direzione
io guardavo il reparto della frutta secca
e mi fece –
forse è meglio prenderne due
sia mai non riusciamo ad accenderlo –
così le dissi che ok
potevamo spendere qualche centesimo in più
tanto non avremmo mangiato tutta la notte
qualche secono dopo aggiunsi
che le stavamo comprando per sicurezza
perché io poche volte ho acceso un fuoco

 

 

la sera si accese assieme alle serenate dei grilli
vibrava il caldo torrido che portava dalla città l’odore del mare stagnante
la campagna muggiva ancora dei suoni dei pochi contadini rimasti nei campi
ci sistemammo sul verandino
la mia ragazza apparecchiò male sul tavolo di plastica
quello cotto dai pranzi sotto il sole di Luglio
di quando mio padre c’era ancora
e si brindava col vino di mio nonno
che quindi c’era pure lui
ma mio padre è schiattato prima di suo padre
e per sommi capi questo è un pelo più drammatico

 

 

dopo fumò una sigaretta come fosse accavallare le gambe
un vezzo necessario per una donna seduta
le fettine sarebbero state pronte in due paia di minuti
giusto il tempo per guardare il tragitto di una zanzara
che le si posò sul braccio
gonfiò la sua sacca di sangue
si staccò dal braccio
e volacchiò pesante
fino a posarsi giusto sopra il plafone con la luce gialla dell’ingresso
mi alzai e portai con me un piatto e una forchetta
sollevai la graticola
portai la carne a tavola
lei sorrise senza guardarmi

 

 

sul piano della cucina
dentro
oltre le tendine di plastica
notai la busta bianca con le due scatole di diavolina
sigillate
a quel punto
dall’altro mondo
sentii mio padre ridere
quella fu la prima volta che ridemmo assieme.

Una giovane donna

Una giovane donna
con un fazzoletto nero sul capo
entra in una chiesetta di campagna
intonacata di fresco
bianca e luminosa
come le piccole croci di legno d’ulivo
che se ne stanno vicine vicine
perché i morti
non hanno fastidio per gli altri morti
 
la giovane donna
con i capelli di castagno
che le scappano via dal velo
s’inginocchia al Cristo
sibila la sua devozione
poi striscia fino ai piedi trafitti
e glieli bacia
adorando il dio e l’uomo
il figlio e il padre
lo spirito e la carne
 
la giovane donna
con gli occhi oliati di pianto
ora
si fa bagnare dalla luce del giorno
l’incenso e l’odore delle candele
scivolano via dalla veste nera
e se ne tornano dal Cristo
il lentisco colora le tombe
 
adesso la giovane donna
respirando un poco di sole
lancia lo sguardo oltre le tombe
oltre il gracile steccato bianco
oltre i torreggianti cipressi
e tira le labbra
fino a renderle sorriso
 
il giovane uomo
la sta aspettando
in mezzo al campo della vita.

Ben oltre le tue risate

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Non capivo Venezia,

erano giorni inquieti,

tu dormivi in un letto che,

di me,

aveva solo l’odore.

Io non c’ero,

per davvero.

Io non c’ero

perché cominciai a roteare nella stanza

di quell’hotel di Mestre.

Guardavo dall’alto la tua esse,

i tornanti pericolosi

dei tuoi fianchi,

che già sapevo

di doverci morire.

Allora cominciai a roteare nella stanza

di quell’hotel di Mestre.

La mattina tu guardasti quell’enorme palloncino

a forma di cane,

come quelli che fanno i clown per le strade.

E io ti spiegai che era un’opera di Koons,

che significava ben oltre le tue risate.

Allora cominciai a roteare nella stanza

di quell’hotel di Mestre

e la finestra era aperta

e sono andato a cavalcare l’opera di Koons.

Quando sono tornato tu abbracciavi il mio odore,

ché solo quello mi era rimasto

da poterti concedere.