Tornando a casa dopo
Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli,
avere cura della tua stanchezza.
Non c’è niente di più reale
della tua stanchezza.
Voglio reincontrare le tue gambe
sul tuo divano
alla Domenica sera.
Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli;
portarti al sicuro nel tuo letto Ikea.
Non c’è niente di più ricordato,
dai miei ricordi,
del tuo letto Ikea.
Voglio conoscere il tuo smalto
che si consuma
sulla lava incandescente della noia.
Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli
perché una volta ti ho guardata dormire
sul fogliame dei nostri vestiti
ancora caldi,
con i nostri odori ormai tutti consumati,
il nostro fiato stropicciato
e l’aria che brillava fuori dalle persiane.
Quella volta ho protetto il tuo riposo,
e baciato il tuo ultimo sbadiglio
prima che ti addormentassi.
Era Domenica sera
e da allora,
la sera,
sei tu.
Oggi,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.
Anche ieri,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.
L’hanno fatto, l’amore,
nel senso che le ho viste
mentre una inseguiva il volo dell’altra.
L’amore, l’hanno fatto,
hanno creato in me il senso dell’amore.
Perché se
quelle due farfalle che ieri e oggi
sono venute a fare l’amore a casa mia
domani non verranno a fare l’amore a casa mia
io avrò creato una mancanza dentro di me,
sentirò l’attesa crescere
e poi farsi delusione
e non mi sentirò amato
dal loro amore.
Ma aspetterò
come ho aspettato
e già aspetto,
quelle due farfalle che sono venute a fare l’amore
a casa mia.
Lo vedi?
Il cesto di paglia
con le parole che avevo messo da parte per te
se n’è andato per terra.
Sono inciampato
sul tuo silenzio
e il cesto di paglia
con le parole che avevo messo da parte per te
s’è schiantato a terra.
Ora,
stanotte ha piovuto molto,
il marciapiede fradicio
ha reso le parole
irriconoscibili.
Si sono unite,
bagnate com’erano,
in una poltiglia di sillabe,
accenti,
punti,
virgole,
parentesi,
vocali,
consonanti
e maiuscole.
Ho raccolto
quello che c’era da raccogliere.
Sono tornato indietro,
ho aperto casa,
poggiato la palla di parole,
il cesto
e le mie intenzioni
sul tavolo della cucina.
Poi mi sono accucciato sul tappeto
accanto al tavolo della cucina,
come faceva il segugio
che è il tuo sesto senso,
quando mi dicevi
che t’avrei lasciata
perché io sto bene
solo da solo.
E io ti rispondevo che no,
che dici,
ma dai.
Lì mi sono addormentato,
sul tappeto accanto al tavolo della cucina,
mentre gocciolava sulla mia faccia
il sidro
delle parole che avevo messo da parte per te.