La mia idea di Alessia

Eravamo tutti dodicenni o giù di lì. Giù di lì nel senso che potevamo avere meno di dodici anni, non di più. Tranne uno, Mauro, che di anni ne aveva tredici.

C’era l’abitudine di giocare nel cortile sul quale si affacciavano gli alveari che, per pigrizia e convenzione linguistica, vengono chiamati Case. Caseggiati. C’era una gerarchia fondamentale, i più grandi che le davano, i più piccoli che le prendevano e poi quelli come me, che nel mezzo né le davano, né le prendevano. Forse qualche volta le ho date anch’io, ma non le ho avute. Forse sì, ma probabilmente non riesco a ricordarmelo per l’abitudine ammaestrata che ho di rimuovere tutto ciò che di pessimo mi accade.

Si giocava a biglie provocando un buco nell’asfalto del parcheggio con dei pezzetti di ferro trovati qua e la’. Si giocava a lunga con le figurine dei calciatori Panini. Si giocava a calcio con le regole inventate, esistevano clausole come alta e giocassolo. Si giocava a litigare. Si giocava a parlare delle ragazzine. Si giocava a creare i falò per la notte di S. Giuseppe, quando si lavorava fianco a fianco con i più grandi, ragazzi di quattordici e anche quindici anni, che ai nostri occhi erano vecchi saggi, con chissà quali responsabilità planetarie. Si giocava a fare le crocette intrecciate con i cuori di palma, da vendere a Pasqua di porta in porta. Una volta arrivai a mettermi in tasca la bellezza di quattordicimilalire, un patrimonio. Ricordo che, il giorno dopo, con quei soldi andai di corsa a comprarmi un gioco per il Game Boy. Insomma, si giocava.

Poi da Mauro arrivò l’idea che fece tremare le gambe a tutti noi pivellini: una festa con le ragazze.

La chiesa del mio quartiere fittava delle stanze che aveva dalla parte del convento. Proprio alle spalle dell’abside. Non a scopo abitativo, ci facevano piccole feste, riunioni, corsi e il catechismo. L’inspiegabile catechismo. Non riuscivo proprio a capire come mai Gesù avesse detto delle cose in un libro e noi ne dovessimo studiare un’altro. Il catechismo della Chiesa Cattolica, appunto.

Mauro, con altri due ragazzini andò a parlare col sagrestano per sapere come si potesse fare per occupare quelle stanze per una sola sera e quanto ci venisse a costare. Suo cugino più grande aveva già festeggiato il suo compleanno lì e lui notò che c’era già lo stereo. Fondamentale. Il fine ultimo era ballare con le ragazze, visto che di farci dei discorsi sarebbe stato assurdo. A malapena le conoscevamo di vista, figuriamoci parlarci. Le conosceva Mauro, lui ci scambiava addirittura due battute quando capitava loro di passarci vicine. Era forte Mauro, un uomo. Mica come noi altri.

Tornando, ci disse che si poteva fare e avevamo una settimana per organizzarci. Che poi, organizzarsi, per quel poco che c’era da fare. L’organizzazione consisteva nel cercare la musica adatta, i giochi da fare e la roba da bere. Per il cibo, chiaro, avremmo mangiato ognuno a casa propria. Alla fine le mamme si occuparono di comprare qualche Fanta, Coca Cola e 7up. La 7up!

Doveva essere Primavera, perché le nostre magliette si inzuppavano con una facilità estrema. Non era Estate, perché altrimenti le magliette non le avremmo avute neppure.

In quella settimana quasi me ne dimenticai, della festa. Per giorni non scesi a giocare perché mi venne una cosa che il medico chiamò ringotracheite. Quasi mi piaceva ringotracheite, mi sembrava di essere uno dei Beatles. Che stronzata!

Arrivò il Sabato. Il pomeriggio, dopo i compiti che dal sottoscritto spesso e volentieri venivano rimandati mollemente alla Domenica sera, scesi giù. C’era un nervosismo che percepii come comico prima e allarmante poi. Tutti con le buste. Aspettavamo Mauro. Mauro arrivò. Senza neppure il suono di uno scappellotto ci mettemmo sulla strada che portava al luogo dove avremmo tenuto la festa. Delle ragazze che ci sarebbero state ne conoscevo solo un paio. Conoscevo, parolona. Diciamo che avevo nella mia testa la loro immagine perché anni prima frequentavamo lo stesso asilo.

Fummo lì. Uno stanzone bello grande. Pareti gialle e soffitto bianco. Due lampadine segnavano i punti luce, penzolavano attaccate direttamente ai fili della corrente. Ogni volta che uno entrava sbattendo la porta, si mettevano ad oscillare. Qualcuno cominciò a farlo apposta.

Fabio spazzò il pavimento con la scopa che trovammo lì stesso.

Leo con la paletta raccoglieva e buttava ciò che Fabio spazzava nel grande cestino che si trovava subito di fianco all’ingresso.

Io, con Piero e l’altro Fabio, sistemai i tavoli. Erano ripiegabili, di legno e ci guardavano dal fondo della stanza. Li portammo al centro. Li aprimmo. Li sistemammo per lungo, come a formare un’isola al centro della stanza. Srotolammo la tovaglia di carta, aveva un motivo con delle ciliegie. Posammo i piattini, li riempimmo con delle patatine e poi fu il turno delle bibite. Ebbene. C’era, tra il resto, una confezione di 3 Peroni da 33. Ci guardammo increduli, poi assieme ci voltammo verso Mauro. Ci guardava. Sorrideva. Capimmo.

Si fecero le 18, cominciava a tramontare. Io avevo addosso un paio di pantaloncini jeans strappati qui e lì, di quelli da battaglia. Li usavo quando c’era da far casini giù in cortile. Le gazzelle rosse che mi feci comprare un paio di mesi prima perché le aveva mio fratello. Già distrutte. E una t-shirt. La t-shirt era di un inserto mensile che usciva con un qualche quotidiano o settimanale. TUTTO MUSICA. Era bianca. Sopra c’era disegnato un grosso orologio con al posto delle lancette, chitarre. La scritta TUTTO MUSICA era composta come quella di Never mind the bolloks dei Sex Pistols, con delle lettere prese da giornali, ritagliate e messe una di seguito all’altra a formare le parole. Durante l’apertura dei tavoli, però, non riuscendo a sganciare il meccanismo che teneva chiuse le due parti piegate, mi tagliai. Giusto qualche goccia di sangue Una ferita da nulla che prontamente tamponai con la maglietta di TUTTO MUSICA. Lo feci perché eravamo tutti d’accordo che, ad una certa, avremmo lasciato tutto pronto e ci saremmo concessi una mezzoretta per andarci a lavare, prima che fossero arrivate le 19. Orario dell’appuntamento.

Macché, Mauro si andò a lavare mentre noi sistemavamo le ultime cose e non tornava. Qualcuno doveva pur rimanere lì a sorvegliare la situazione. Gli altri pure, una quindicina di minuti dopo che Mauro se ne fu andato, piano piano cominciarono a dissolversi come il fumo di una sigaretta con la bora. Rimasi lì spazientito. Fuori qualcuno aveva sistemato uno stereo. Uno di quelli seri. Aveva persino il lettore per i Compact Disc. Lo stereo fu sistemato all’esterno perché li avrebbe avuto luogo il clou della festa. Il gioco della spazzola. Con la musica. Con le ragazze. Vagamente avevo intuito di cosa si trattasse.         Mentre pensavo a come si sarebbe potuto svolgere il tutto, in quale successione sarebbero avvenute le presentazioni, il ballo, il gioco e le bibite, ecco Mauro.

“oh! ma solo io ‘sto ancora così.. che cà.. ” – dissi.

“Embhè!?”

“EH! Tutti a lavarsi a cambiarsi e io così, con la maglia sporca di sangue, tutto sudato e sono quasi le sette.. ”

“Embhè!?”

“Che embhè!?”

“Stai beeeeneeee. Il sangue neppure si vede, sembra faccia parte della maglia. Sineee, stai bene cosìììì.. ”

“Così!?”

“Così, sì, stai bene. Capirai”

Non capii quel ‘capirai’, me lo buttai alle spalle come non fosse importante e decisi che sì, sarei rimasto così, tanto ..

Arrivarono gli altri. Forse non avevo mai visto tutti i ragazzi del quartiere così tirati. L’altro Fabio aveva addirittura il gel. Ai miei occhi avrebbero tutti potuto presentare la grande notte degli Oscar.

Cominciarono ad arrivare le ragazze. Alcune accompagnate dai genitori fin dentro, fino al cortile di fronte allo stanzone. Le 3 birre, furono nascoste. Neanche fossero droghe pesantissime.

Le presentazioni non furono fatte.

Mauro le conosceva tutte.

Tutte conoscevano Mauro.

Tutte guardavano Mauro.

Mauro guardava tutte.

Noi altri rimanemmo un po’ in là.

Piano, prima le ragazze, poi noi, ci avvicinammo al tavolo. Mangiammo quel poco di patatine che le ragazze ci avevano gentilissimamente lasciato. Cominciammo a bere ciò che c’era da Bere. Mauro parlava con Chiara, la ragazza più bella. Lo guardavamo con ammirazione. Sembrava essere un uomo navigatissimo. Sapeva come guardarla, perché lei delle volte arrossiva vistosamente. Chissà cosa si dicevano. Mauro tirò fuori la prima birra. La bevve in mezz’ora. Dopo la seconda andò ad alzare la musica. La musica. Con la emme minuscola. Io ero abituato ad ascoltare mio padre che la Domenica mattina ci svegliava tutti mettendo sul piatto del giradischi il Bolero di Ravèl. Mio fratello che si sparava a palla Nirvana, Sex Pistols, Pearl Jam e Soundgarden. Mia sorella fissata di Vasco e Carboni. Mia madre che tra Modugno, Mina e Battisti me le cantava tutte fin da bambino. Ero certo di poterla chiamare musica con la emme minuscola. Microscopica, anzi. Ricordo, a coronamento della qualità musicale della quale si stava facendo scempio, gli 883. Già, gli 883. C’era addirittura un loro cd O R I G I N A L E su quello stereo maledetto.

Insomma, la cosa scivolava così. Alla t-shirt da schifo, non ci pensavo neppure più.

 

“Allora .. ” – urlò Mauro salendo su una sedia di plastica – “.. mo facciamo il GIOCO DELLA SPAZZOLA!” – il nome del gioco lo gridò fortissimo.

Nessuna reazione. A Mauro non importava.

“Create le coppie!” – proseguì, e come se avesse parlato l’imperatore dell’universo, con tutto l’imbarazzo del mondo, ognuno prese a sé una delle ragazze. Mauro mi si avvicinò e mi porse la scopa utilizzata da Fabio un paio d’ore prima per pulire la stanza. Poi mi fece – “Questa sarà la nostra spazzola, comincia tu!” – mi sorrise e io rimasi con la scopa a mezz’aria.

Il gioco della spazzola consiste nel creare delle coppie. Si danza. Uno rimane fuori, con la spazzola in mano, gira per le coppie che ballano, sceglie la ragazza con cui fare coppia e da la spazzola al ragazzo che sta danzando con lei. A quel punto, colui che ha ricevuto la spazzola dovrà cercarsi un’altra ragazza, che non sia quella appena lasciata.

Nonostante la musica non fosse propriamente ballabile, tutti se ne stavano avvinghiati come se stessero facendosi il lento più lento della storia dei lenti. Sembrava nelle orecchie avessero degli auricolari da cui fuoriusciva tutt’altro.

Cominciai a girovagare tra quei ragazzi infighettiti e quelle ragazze profumate. Mi sentivo fuori luogo. Praticamente, lo ero.

Porsi la spazzola/scopa all’altro Fabio. Non perché avessi particolarmente notato la sua partner. Lo feci semplicemente perché sapevo che l’altro Fabio non mi avrebbe sputato addosso nessuno sguardo micidiale, non avrebbe fatto commenti e un po’, avrebbe capito la situazione. Mi avvicinai e lui capì, neppure il tempo di raggiungerlo e lui s’era già staccato. Sorrise pienamente consapevole della funzione del gioco. Afferrò la scopa.

Non me ne resi conto, quando girai la testa smettendo di guardare l’altro Fabio ero già vicinissimo a lei. La guardai, feci un’esposizione dei miei denti, sarebbe dovuto essere un sorriso. Lei invece, portò dolcissimamente in alto gli angoli della sua bocca. Mosse il mento come per avvicinarmi, sollevò le sopracciglia e io mi sentii sprofondare. Improvvisamente mi ricordai della mia maglietta TUTTO MUSICA macchiata di sangue, del fatto che non fossi tornato a casa a lavarmi come gli altri, del fatto che probabilmente risultai lo sfigatone di turno fin dall’inizio della festa e di tante altre menate. Me ne scordai immediatamente quando lei mi poggiò la sua mano sulla spalla. Quel movimento provocò uno spostamento d’aria profumatissimo. Dev’essere questo l’odore degli angeli – giuro, pensai questa cosa stupidissima. Con la maglietta TUTTO MUSICA macchiata di sangue. Cominciammo a ciondolarci a destra e sinistra, come un pendolo. Io le tenevo le mani sui fianchi, un po’ più in sù. Passò un minuto che sembrò un millennio e lei fece pressione con la sua mano. Capii, non so come, che potevo avvicinarmi. Capii che non si ballavano così i lenti. Capii che probabilmente, ad un certo punto, avrebbe addirittura potuto poggiare il suo viso sulla mia spalla. Con la maglietta TUTTO MUSICA macchiata di sangue.        Le mie mani si mossero naturalmente, con l’avvicinarmi. Finirono con l’intrecciarsi e si posarono sui suoi capelli. I suoi capelli lunghissimi. Fino al sedere. Per un istante credetti di averglieli tirati leggermente, feci per ritrarmi un poco e le sussurrai uno “scusa!” più veloce della luce. Mi guardò, non le sembrava le avessi tirato i capelli. Arrossii mentre mi rendevo conto che quella, probabilmente, era la prima volta che toccavo i capelli di una ragazza. Non una bambina di cui si millanta l’amore a 5 anni. Ma un’adolescente, una ragazza. Grande quanto me.

“Cambio!” – Piero era dietro di me. Con la scopa.

Lasciai andare i fianchi di quella che poi scoprii chiamarsi Alessia.

Il resto fu inutile, non ricordo neppure le altre ragazze con cui ballai. Ormai ero un esperto del lento, dopo Alessia.

La festa finì dopo circa un’ora buona. Comunque non ricordo nulla di ciò che ci fu dopo. Probabilmente facemmo quel gioco fino alla fine, ma non m’importava. Neanche per niente!          Tornai a casa, buttai la maglietta TUTTO MUSICA macchiata di sangue nel cesto delle robe sporche nel bagno di servizio. Corsi in camera. Presi un blocchetto di fogli e cominciai a scrivere:

 

“Credo di essermi innamorato.. lei si chiama Alessia.. e non saprà mai niente.. è bellissima, ha i capelli lunghi fino al sedere e mi guardava. Mi sono innamorato.. “.

 

 

Posso dire che il fatto di essermi innamorato per la prima volta coincide con il momento in cui ho ballato con una ragazza, la prima volta. Le ho annusato i capelli per la prima volta. Le ho sfiorato i capelli, per la prima volta. Mi ha abbracciato, per la prima volta. Mi ha sorriso una ragazza, la prima volta. Ho scritto le mie emozioni, per la prima volta. Ho annusato la sua pelle, per la prima volta.

Il giorno dopo, pur consapevole che la cosa sarebbe finita in una nuvola di fumo, fui felicissimo. Fui felicissimo per l’intero mese. Fui felicissimo, fino a che non mi accorsi che mia madre aveva gettato la maglietta TUTTO MUSICA perché macchiata di sangue. Avrei voluto metterla ancora, per possedere la sensazione, l’illusione di sentire il profumo della sua pelle.          Non la rividi più.

Tempo fa mi aggiunse su facebook.

Lei mi aggiunse su facebook.

Io non la riconobbi, ci parlammo per un po’. Ci dicemmo delle amicizie in comune. Guardai le sue foto e.. Alessia. Non l’avevo riconosciuta. Le dissi tutto. Lei non ricordava. Nulla di nulla. Era ancora più bella.

La mia idea di Alessia era più forte della realtà.

Partimmo

Come profuma il legno delle biblioteche antiche, quelle che sono sempre state biblioteche, quelle che non hanno mai cambiato destinazione d’uso, oppure è puzza, bhò – questo pensavo quando entravo in quella di Montichiari. La ricerca per conto dell’università aveva l’andatura di un pachiderma, avrei dovuto archiviare tutti i testi riguardanti l’alluvione, la frana e il conseguente abbandono dell’antico centro del paese, che anni dopo, verso la metà degli anni 20 del ‘900, venne rifondato e ricostruito un paio di kilometri più a valle. Avrei dovuto finire il lavoro entro le festività natalizie, già, avrei dovuto. A metà di Novembre non avevo completato la consultazione di neanche la metà dell’intera biblioteca. Gli unici edifici rimasti in cima a Montichiari vecchia erano il Bar di Tancredi con i suoi consueti tre avventori che consistevano nel parroco, nel fratello di Tancredi e nel gatto randagio grigio – tutti e tre con i loro sguardi diffidenti e indagatori – e appunto l’antica biblioteca. Quando pedalando fiaccamente con la mia rumorosa, arrugginita Bottecchia da donna, arrivavo nella piazza vuota e silenziosa, mi riposavo qualche minuto per riprendere il fiato. L’aria gelida mi creava un pizzico, piccolo e acuto, in fondo alla gola, la sentivo raccogliersi sotto il palato e aggrapparsi alla laringe. Nella piazzetta fantasma percepivo il solido e gelido abbraccio delle case abbandonate e del marmo grigio della chiesa madre, matriarcale e severa nella sua facciata settecentesca.

Era tutta là Montichiari vecchia, minuscola che pareva la bomboniera di un battesimo mai celebrato.

Quella mattina mi svegliai almeno un’ora prima del solito, di soprassalto, ma non capii mica perché, se per un incubo o per un rumore in strada. Comunque feci tutto secondo la tabella di marcia che mi autoinfliggevo da lì a qualche mese ad ogni risveglio. M’alzai dal letto e mi scaraventai davanti al lavandino e io non mi guardo mai allo specchio senza prima essermi bagnato la faccia con l’acqua gelida e così feci, solo dopo verificai che non ci fossero residui di sonno inquieto negli angoli interni dei miei occhi. Come sempre mi coccolai l’asciugamani per qualche secondo e cambiai stanza, anzi, l’altra stanza, visto che la mia casa di Montichiari era un bilocale. Il cucinino era a gas e ad ogni accensione buttava fuori una puzza da voltastomaco, mi ripetevo in continuazione che avrei dovuto farlo controllare, cosa che, ovviamente, non feci mai. Quella volta, dalla moka, il caffè uscì lento e odiai la divinità che decide quando far uscire il caffè lento e quando farlo uscire denso e questo grande accadere succede spesso, nonostante io ci metta sempre la stessa quantità e qualità di caffè e la stessa quantità e qualità di acqua. Così lo rifeci e finalmente uscì come dicevo io. Mi versai il mio secchio d’acqua fresca e mi sedetti col caffettone al tavolo gracilino della cucina. Non accendevo mai la tv la mattina presto e così non l’accesi neppure quella volta; me ne stetti in silenzio a guardare nell’universo della caffeina necessaria.

La nebbia se ne stava lì a ricordarmi ancora una volta che il sole, nel caso si fosse palesato, l’avrebbe fatto non prima di mezzogiorno.

Vabhè, mi dissi, in biblioteca non ci entra la nebbia e non ci entra il sole. In realtà me lo ripetevo ogni giorno e ogni giorno era lo stesso, tutto come ho detto, tutto in fila come ho detto. Quella volta, nonostante l’alzataccia, feci persino ritardo rispetto alla solita tabella di marcia. Non che avessi un cartellino da timbrare, ma neppure potevo permettermi grande relax con tutto il lavoro che c’era ancora da portare avanti. Non riuscivo a trovare la chiavetta del lucchetto che chiudeva la catena della bici. E difatti non la trovai. Dovetti farmi da Montichiari nuova a Montichiari vecchia a piedi, la nebbia somigliava al velo di una sposa, così fitta che faceva diventare tutte le cose ai lati della strada come fossero in un sogno antico e un po’ spettrale. A 500 metri dalla biblioteca poi, muovendo le dita nella tasca del montgomery nel tentativo di riscaldarle, ecco tintinnare la chiave. Questo non fece che rendermi ancora più cupo e mortificato di quanto già non fossi.

Marlinda, la signora custode annoiata e analfabeta, si rinchiudeva nelle sue cose da fare che non si capiva mai quali realmente fossero, ma tant’era, nessuno sarebbe andato a farle discorsi sulla fortuna di avere un lavoro come quello e sul tenerselo stretto, eccetera. Nessuno chiedeva libri che poi avrebbe dovuto riportare, quindi non c’erano titoli da risistemare su un qualche scaffale. Spolverava con l’asciugacapelli, per capirci.

Ogni mattina entravo e come ogni mattina – Buondì! – pieno di falsi positivi propositi e come ogni mattina un cenno del mento di Marlinda a fare da risposta.

Ogni mattina, mentre io mi arrampicavo sugli scaffali in cerca della sua storia, lei rimaneva dietro al bancone pensantissimo su cui poggiava la sua borsa, il limaunghie e le sue rivistacce di cronaca rosa.

Ogni mattina non mi controllava mica, no no, l’ho detto, se ne rimaneva lì, immobile la trovavo e immobile la lasciavo alla sera. Che non la vedevo arrivare e non la vedevo neppure andar via, ad un certo punto arrivai addirittura a pensare che vivesse dentro alla biblioteca. Avrei potuto portarmi a casa l’intero edificio, con i muri e tutto quanto e lei non se ne sarebbe accorta. Sarebbe rimasta lì, al gelo, con le sue abitudini dozzinali.

Ogni mattina tutto questo.

Ogni mattina ma non quella.

– Buondì! – nessuna risposta, come sempre, ma quello che mi fece strano non fu quello, piuttosto il fatto che sul bancone c’erano la borsa, il limaunghie e le rivistacce di cronaca rosa, e che dietro di esso non ci fosse seduta Marlinda.

– BUONDÌ! – rincarai.

Niente.

Con l’espressione “bhò” avanzai verso lo scaffale in fondo, quello da cui avevo lasciato la sera prima. Sento il suono di passi calmi. Diminuisco il peso dei miei e cerco di ascoltare meglio e sicuramente, il suono dei passi di Marlinda, non erano! Così decisi di deviare ed entrare nel reticolato formato dall’urbanistica degli scaffali centrali.

– ..hey.. – un sibilo dal nulla, sembrò più fiato che suono e difatti era Marlinda, fantasma anche la sua voce, che facendomi un gesto con la mano mi chiamava dalla sua parte.

I suoi ricci erano stretti e vicini, così vicini che si radunavano in ciocche, che verso le punte diventavano boccoli. Piccolissimi che la texture che creavano pareva l’oceano increspato visto da 2.000 metri d’altezza, anzi, da un satellite. Il suo castano tendeva al rossiccio, diventava più chiaro ogni volta che si spostava più verso la luce giallo-calda che pendeva quieta dal soffitto. Lo stesso scherzo di colori avveniva attorno alle sue pupille. Il taglio dei suoi occhi è sempre stretto, perché sempre sorride. Le sue lentiggini, costellazioni rade sulle guance, diventano una fittissima pioggia di asteroidi mano a mano che s’avvicinano al naso piccolino. Muoveva le mani in maniera gentile, con le sue dita bianche e sottili, a volte sembrava volesse afferrare l’aria. Ogni tanto, involontariamente, con il polpastrello dell’indice destro, si premeva la fossetta della guancia sinistra e poi con il pollice si accarezzava le labbra fiorite, sottili e rosa. Lo faceva soprattutto mentre leggeva i titoli dei libri sugli scaffali.

Era la prima volta che la guardavo e immediatamente percepivo tutte queste cose. Sentivo il bisogno di trasformare questo che avevo notato, in ricordi.

Successe che Sonia, così si chiama, pure lei se ne venne a Montichiari, le serviva conoscere le stesse cose che interessavano al sottoscritto, lei però lavorava alla sua nobile tesi – “Dissesto turistico e riqualificazione sociale nei paesi fantasma. Utopia o opportunità?”. Seduti fuori, all’unico tavolino del Bar di Tancredi, con la scritta Algida sbiadita dai gomiti, nella mia prima pausa caffè a Montichiari vecchia da quando ci sono arrivato, la sfogliai. Sonia, oltre a dirmi della tesi e del motivo della sua apparizione – perché sì, la sua fu un’apparizione -, mi parlò di quanto bello fosse il paese, che profumava, che in vecchiaia ci avrebbe persino vissuto in una di quelle case, magari con un camino acceso e la sicurezza che non possa crollare da un momento all’altro, mi disse che lei ha finito gli esami prima del tempo, che adesso poteva star tranquilla con la tesi e permettersi di girare l’Italia per un paio di mesi, mi confessò anche che riusciva a farlo perché stava bene-di-famiglia, che poi avrebbe inseguito il sogno di riabilitare, con i suoi progetti, i paesi abbandonati attraverso iniziative turistiche, magari patrocinate dal ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo visto che suo padre, a quanto ho capito, ha delle conoscenze piuttosto “alte”. E io, scemo, che le rispondevo chiedendole ogni volta – perché? – e lei diceva cose con la voce bella che ha, che poi, la verità: mi sarebbe bastata pure solo quella, senza gli argomenti, solo starlo ad ascoltare, il suono suo. Avrebbe potuto cianciare, sarebbe stato lo stesso tutto quel tutto.

Che io neppure volevo innamorarmi, che non feci in tempo a costringermi a non farlo che successe, come succede di starnutire mi scappò l’amore. Ché innamorarsi così, a prima vista, è proprio da deficienti, da adolescenti, da imbecilli, da ingenui, perché poi rimane la posa della realtà, i rimasugli della verità, di come stanno davvero le cose, che non stanno mai come vogliamo e insomma, mi facevo tutte queste menate qua e mentre me le facevo, all’improvviso, le sue labbra, anzi, la sua voce, anzi, il suono suo, tuonò – ma tu!?.

– Eh, ma io, Sonia. Io sono un cretino, Sonia. Io sto facendo ‘sto progetto in università, Sonia, che mi servirà solo a prendere i crediti per potermene stare con il minimo dei voti agli altri esami. E in realtà mi sto anche rompendo qua da solo, Sonia. A me non frega nulla di tutta ‘sta disgrazia, e non ne posso più di Marlinda, delle salite in bici col gelo nelle sinapsi, degli sguardi dei 3 al Bar, compreso quel gattaccio della malora e non ne posso più del freddo umido, della nebbia che rende tutte le cose senza vita, della salita con la Bottecchia scassata a prima mattina, che io non volevo venirci a Montichiari. – questo avrei voluto dirle. Sapete invece cosa le risposi? Ebbene, le dissi che mi piaceva molto tutto e che la biblioteca aveva un buon profumo, anche se il personale all’interno è fin troppo silenzioso, perché lavorare ogni giorno nel silenzio assoluto può portare alla pazzia e le dissi che d’altro canto questa condizione mi permetteva di lavorare concentrato e in modo veloce. Le parlai del progetto della mia università, del mio compito di catalogare tutte le informazioni circa la frana e l’abbandono del paese, del fatto che fossi molto avanti con la ricerca dei volumi-tomi-libri che trattavano il caso, le parlai del piacevolissimo fresco Montichiarese e mentre le gettavo addosso tante altre diplomatiche, deplorevoli, reprensibili, giuste, ottimistiche, non vere parole di gioia e marcia soddisfazione circa la mia situazione, lei mi interruppe

– Non è vero!

– Cosa?

– Non ti credo!

– Che?

– Proprio non riesco a crederti. Mi dici che stai bene qui, che ti piace tutto, che lavori bene, ma Marlinda m’ha detto tutt’altro. Dice che spesso ti sente parlare solo in biblioteca, sbuffare e addirittura bestemmiare.

– Marlinda?

– Sì, Marlinda. La custode.

– Ma che ne sa lei?! Non fa altro che leggere le sue bassissime riviste rosa, che ne sa!? E poi, scusa, com’è uscito il discorso tra voi due? Che centro io? Perché proprio io nel discorso?!

– Perché stamattina le ho chiesto se la biblioteca fosse sempre così vuota e quindi, sai, l’unico a frequentarla sei tu e ti lascio immaginare il resto..

– E perché mai dovrei immaginarlo? Ti ha fatto una pessima presentazione del sottoscritto, ha detto che sono uno schizofrenico, nervoso, bestemmiatore e per giunta che parlo con me stesso ad alta voce. Dimmi almeno se ti sembro quello là, quello che Marlinda t’ha descritto.

– Ma non lo so, ci conosciamo da due ore.

– Ah – e aveva ragione, mi sentivo sempre più stupido – allora magari io, così, tornerei in biblioteca per continuare il mio lavoro, se non ti spiace.

– Certo! – fece Sonia e accompagnò l’esclamazione piegando la testa da un lato, spalancando gli occhi e aprendo la mano in direzione della biblioteca.

Feci cenno a Tancredi che sarei passato dopo a pagare, lui rispose con un occhiolino e poi mi congedai da Sonia – ci vediamo dentro, allora – feci con la mano il saluto militare sulla fronte e mi sentii estremamente patetico nel farlo.

La sentii rientrare una mezzoretta dopo e mi chiesi cosa avesse potuto mai fare in quei trenta minuti. Da Tancredi? Un altro caffè? Beveva molti caffè, quindi? Smisi di chiedermelo e continuai ad impolverarmi i polpastrelli tra gli scaffali del piano soppalcato. Di lei, per le restanti 4 ore, sentii solamente qualche passo che riverberava tra il vuoto e il pavimento a scacchi, poi niente più. Niente più perché quando scesi che era ormai sera, la trovai seduta al tavolone centrale, con l’abatjour col vetro verde accesa. Leggeva, ma quando intersecai la sua traiettoria rimasi letteralmente sconvolto dal fatto che lei mi stesse aspettando con lo sguardo, guardava già nella mia direzione. Era una cosa importante per me, eh. Vabbhè che c’eravamo io, lei e quella vipera di Marlinda, ma per un momento sono stato più importante di quei volumoni aulici e così preziosi.

Le feci segno con la mano che stavo per prendere la strada di casa, non pronunciando, ma solo mimando la parola “vado!” con le mie labbra. Lei mi indicò, poi fece la mossa di avere le mani su un volante e mimò “hai auto?” con le sue labbra. Io “no!”. Lei “Ah”. Poi indicò se stessa e mi fece un movimento con il suo palmo come a dire “aspetta”. Aspettai, mise le sue cose nell’enorme borsa nera, chiuse il libro e lo mise in cima ad una colonna di altri quattro o cinque volumoni. Soffiò un “andiamo!”, salutammo all’unisono Marlinda che strizzò gli occhi sospettosa e uscimmo dalla biblioteca. Subito fuori Sonia, mettendosi il cappuccio che a malapena riusciva a far arrivare alla fronte vista l’enorme massa dei suoi capelli, mi fece – allora, hai l’auto? – feci no con la testa e aggiunsi – di solito ho una bici, ma questa mattina qui ci sono arrivato a piedi. Non ci credo! – fece lei. Eh, dovrai crederci – feci io – per questo oggi ho cominciato in ritardo, non trovavo la chiave del catenaccio che tiene la bici legata alla ringhiera del sottoscala di casa mia, ovvero, queste – la uscii dalla tasca. Poi lei sorrise di un sorriso che mostrava tutta la superficie panoramica delle sue labbra e mi fece cenno di seguirla. Aveva l’auto fuori l’arco che dava l’entrata al centro abitato di Montichiari vecchia. Nel tragitto verso l’automi disse che aveva preso casa subito fuori Montichiari nuova, poi mi chiese dove abitassimo io e la mia bici e dopo non dicemmo nulla più. Una bella Alfa Mito rossa fiammante. Diedi una smorfia di soddisfazione serrando le labbra e lei sorrise di nuovo di quel sorriso.

Partimmo.