Il nostro fiato stropicciato

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli,
avere cura della tua stanchezza.
Non c’è niente di più reale
della tua stanchezza.
Voglio reincontrare le tue gambe
sul tuo divano
alla Domenica sera.

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli;
portarti al sicuro nel tuo letto Ikea.
Non c’è niente di più ricordato,
dai miei ricordi,
del tuo letto Ikea.
Voglio conoscere il tuo smalto
che si consuma
sulla lava incandescente della noia.

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli
perché una volta ti ho guardata dormire
sul fogliame dei nostri vestiti
ancora caldi,
con i nostri odori ormai tutti consumati,
il nostro fiato stropicciato
e l’aria che brillava fuori dalle persiane.
Quella volta ho protetto il tuo riposo,
e baciato il tuo ultimo sbadiglio
prima che ti addormentassi.
Era Domenica sera
e da allora,
la sera,
sei tu.

Carogna

Forse avrei dovuto ascoltarti,
mi sarei dovuto riposare.
Non facevo altro,
da mattina a sera.
E così,
alla fine,
è arrivata la fine.

Nelle ultime ore,
quando affannato tremavo
e fatica sudavo,
le ore si sono fatte grandi
e sono esondate
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.

Avrei dovuto riposare,
e dicevi tu
e parlavi di ciò che vedevi,
che già intuivi
e mi mostravi.

Negli ultimi minuti,
quando ho rovistato
tra le macerie della mia volontà,
i minuti si sono gonfiati
e poi sono esplosi
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.

E avrei dovuto ascoltarti,
di certo
mi sarei dovuto riposare.

Però,
carogna tu,
non lo dicevi per me,
lo dicevi per te
che mi sarei dovuto riposare.

E allora fammelo un monumento,
carogna.
Un monumento in marmo bianco
come quelli per i caduti in guerra.
Fallo un monumento
a uno che se lo merita
e facci scrivere sopra:
“Qui giace uno
che non mi ha mai smesso.
Che non mi ha mai smesso.
Mai, mi ha smesso.”

Le parole che avevo messo da parte per te

Lo vedi?

Il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

se n’è andato per terra.

Sono inciampato

sul tuo silenzio

e il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

s’è schiantato a terra.

 

Ora,

stanotte ha piovuto molto,

il marciapiede fradicio

ha reso le parole

irriconoscibili.

Si sono unite,

bagnate com’erano,

in una poltiglia di sillabe,

accenti,

punti,

virgole,

parentesi,

vocali,

consonanti

e maiuscole.

 

Ho raccolto

quello che c’era da raccogliere.

Sono tornato indietro,

ho aperto casa,

poggiato la palla di parole,

il cesto

e le mie intenzioni

sul tavolo della cucina.

Poi mi sono accucciato sul tappeto

accanto al tavolo della cucina,

come faceva il segugio

che è il tuo sesto senso,

quando mi dicevi

che t’avrei lasciata

perché io sto bene

solo da solo.

E io ti rispondevo che no,

che dici,

ma dai.

 

Lì mi sono addormentato,

sul tappeto accanto al tavolo della cucina,

mentre gocciolava sulla mia faccia

il sidro

delle parole che avevo messo da parte per te.