Vorrò.

In un cielo diverso

ho un sorriso per il tarassaco

un po’ di corpo per le stelle

e un calice di piedi scalzi sul mio pancione.

Questa terraccia non è stata pensata

per l’assenza di entusiasmo

eppure eccolo l’abbiocco del vuoto:

trascina di forza la collottola al grigio.

– tutta bava – 

    Ma conservo una devozione

    che attende di slancio

    una gioia bambina

    uno schiocco d’amore

    una dedica carminia

    alla quercia complice

    di un vento novello.

    Vorrò.

    Nei giorni di sempre

    Sei rimasta dentro a una specie di sogno

    meno reale con gli occhi aperti

    senza più il profumo del vestito di fiori

    rosa, blu, gialli, bianchi

    persino i miei polpastrelli viziati dalla tua pelle ragazza dimenticano il tocco

    voce poi eco sempre più lontano

    avesti fame e andammo a mangiare dove volevi tu

    una sensazione di conforto nei giorni di sempre

    la stessa che adesso rincorro

    cercando un indizio del lampo

    resta l’immagine del molo deserto 

    che scorgevo dalla tua nuca abbracciata

    e le barche ormeggiate nel riposo invernale:

    dimenticate e lontane dal privilegio della cura

    anche loro

    attendono un ritorno.

    Quanto si sono amate le nostre solitudini

    Le tue palpebre tengono sospesa
    la mezzaluna delle tue pupille.
    Contenevano quello che hai visto
    fino al momento del mio arrivo
    s’è riversato il bacile lurido
    dei ricordi slavati
    rigati dal tempo.
     
    Non dimenticherò mai,
    quanto si sono amate
    le nostre solitudini
    o quanto si sono colorati
    i nostri pensieri
    nella velocità del caso.

    Quanti poveri stronzi

    Quante volte
    in quali letti
    in quali gemiti
    in quali bocche è stato stretto
    implorato
    baciato
    in quanti e quali modi è stato detto
    da quante mani è stato scritto
    e da quanti poveri stronzi
    [come me]
    è stato maledetto
    il tuo nome?

    Pochi splendidi fallimenti

    Sollevandosi dalla sedia di plastica
    le braccia si tesero sui braccioli
    e per la forza messa
    le mani si contrassero
    in piccoli muscoli in esercizio
    la bottiglia dell’acqua
    non ancora finita
    la portò alla borsa
    guardandosi attorno
    come stesse rubando il cuore del mondo
     
    ci servì
    poi
    per recuperare liquidi
    e affrontare in forze
    ancora
    pochi splendidi fallimenti.
     

    Sei tutto il mio sonno perso

    Ebbi da cercarti
    in poche ferite dolenti
    senza insistere
    senza saziarmi
    con tenerezze rosate
    soffiai
    sul tuo cuore impolverato.
     
    Ebbi da cercarti
    tra il profumo degli alveari
    senza paura
    ma senza guardare
    con poco silenzio
    raccolsi
    il miele tuo il più dolce.
     
    Ebbi da cercarti
    in qualche rivolo di fatica
    senza arresa
    senza solvermi
    con una fiammella blu
    distillai
    il tuo pianto divenendoti sidro di canto.
     
    Ebbi da cercarti
    da liquefare le notti
    e i giorni pure
    mi sei tutto il mio sonno perso.
     
    Ed ebbi a cercarti
    fino a trovarti
    chiudendo gli occhi
    cercando il riposo della fine
    sotto alle palpebre
     
    tra tutte le cose
    sei ognuna di quelle.

    Ogni giorno a quest’ora

    La signora bionda in tailleur
    che dà piccoli velocissimi scatti col capo
    per sistemare il ciuffo della frangia
    borsa a mano
    calze che mi piace pensare autoreggenti
    scodinzola sulla traiettoria del marciapiede
    sempre
    a quest’ora
    o poco prima di quest’ora
    o poco dopo
    sempre
    inconsapevole
    si affaccia sulla scena urbana
    come in un atto teatrale.
    Io sul palco regale
    ovvero un balcone piccolo
    di una casa popolare
    assisto onorato-e-rispettoso
    al suo piccolo tratto di vita.
    La sua storia è quella che può venire
    da una signora sulla cinquantina
    che ha un probabile imminente piacere
    da raggiungere-e-praticare
    e che si compie
    in un’ora circa
    in un posto che chiameremo
    amore.

    Nostri errori di valutazione

    Ho pensato
    se fossimo le zampe di un ragno.
    Ho pensato
    se fossimo due rocce dolomitiche.
    Ho pensato
    se fossimo l’oceano in inverno
    a cinquemila metri nel profondo.
    Ho pensato
    se fossimo due formiche.
    Ho pensato
    se fossimo le nostre lingue.
    Ho pensato
    se fossimo le nostre bugie.
    Ho pensato
    se fossimo due foglie di timo selvatico.
    Ho pensato
    se fossimo quello che ci raccontiamo.
    Ho pensato
    poi l’ho fatto di nuovo
    e di nuovo ancora
    e no
    siamo solo i nostri errori di valutazione.

    Le anime selvatiche

    Dietro un grande albero
    nascosta tra la corteccia
    e la volontà di credere
    che tu esista veramente
    ti ho trovata.
     
    Ti muovevi poco poco
    parevi un sospiro
    e io ti ho presa
    dentro al mio respiro
    per non spaventarti.
     
    Così adesso risolviamo i nostri giorni
    nella probabilità del futuro
    che male interpreta
    e mai si veste di misericordia
    per le anime selvatiche
    come la tua.