Un viaggio piccolo

Facciamo un viaggio piccolo
alzati dal divano
disegnati gli occhi
mettiti un vestito con una fantasia semplice
e andiamo a fare un viaggio piccolo
prendo l’autostrada
e guido fin dove ci va
con i fanali rossi
e alcune canzoni che scegli tu
guardiamo le sagome delle case abbandonate
verso Candela
e poi gli spilli rossi delle girandole eoliche
cerchiamo una trattoria nientaffatto turistica
di quelle che scelgono i camionisti
ci piace il suono dgli pneumatici
sull’asfalto buono dell’autostrada
e il freddo che cresce come si accende il nerobuio
dai, un viaggio piccolo
ci inventiamo un motivo
per scappare da qualcosa
così siamo pronti
una specie di esercitazione
 
spegni la tv.

La sera in cui lei arrampicò il corpo di lui

Gli arrabbiati piacciono agli arrabbiati
tu respira e cerca di copriti da quella pioggia nera
– mentre le diceva così
venne un rapido ululato dal traffico cittadino
che gli divorò per un breve momento le parole
guardava oltre il vetro
dietro i palazzacci annottava
poi continuò
– io non cerco un’oasi di tranquillità
cerco il tumulto
il precipizio
e in tutto questo
di farmi mancare il più possibile le cose necessarie.
 
La donna
poggiata scompostamente sul divano alle spalle di lui
si coprì la faccia
voleva fermare il peso delle parole
combattere la gravità pachidermica di ciò che le stava per dire.
L’uomo si voltò senza rivolgerle il viso
le si avvicinò
torreggiando
lei lo arrampicò con gli occhi
che parevano due pozzanghere
allora partì dalle ginocchia
al pube
poi il petto
il mento
la bocca
e infine
esausta
raggiunse l’iride.
 
– Ricordi la linea da cui siamo partiti?
L’amore è una maratona
si parte assieme
e vince uno
uno solo
e non
sei
tu.

Due anime e mezzo

Un ristorante giapponese, che di giapponese ha solo i nomi giapponesi del cibo giapponese che serve. Il menù ha l’aspetto barocco-floreale di quelli cinesi e difatti è gestito da cinesi. Formula all-you-can-eat. Nessuno lì ha mai ordinato alla carta, lo si capisce dal fatto che, l’unica cameriera che prende le ordinazioni non espone nemmeno la possibilità di ordinare alla carta.
Nel marasma del sabato sera all-you-can-eat, entrano tre persone. Una coppia di donne sui quarantacinque anni, con l’estetica di quelle ex-ragazze che hanno ballato tra gli ’80 e i ’90 in discoteche ormai chiuse da almeno un decennio, di quelle ex-ragazze che vivono ormai solo nei ricordi di chi è pronto a raccontare il passato della loro giovinezza come fosse una collezione di gesta eroiche o un evento storico a cui solamente loro hanno assistito e vissuto in prima persona. Una bruna con gli occhi di un azzurro spento, forse grigi, l’altra bionda con gli occhi verdi molto chiari. La bruna aveva una camicia nera di jeans aperta su una t-shirt anch’essa nera, pantaloni sblusati da uomo, sempre neri e Dr. Martens irrimediabilmente nere. La bionda aveva un cardigan nero su una camicia jeans chiusa, jeans blu slavatissimi e anch’essa, Dr. Martens nere. Entrambe un piercing alla narice destra che mal figurava con le loro zampe di gallina. Una coppia, perché coppia di fatto era, al di là della semplice allusione: due lesbiche. Le seguiva, esile, alto e trapuntato sul volto da una costellazione di acne, un ragazzo pressoché maggiorenne. Movimenti femminei, dita lunghe e magre e sguardo fintamente timido, riga al lato e gambe da fenicottero. Si seggono ad un tavolo da quattro che è anche l’unico tavolo disponibile. La coppia da un lato e il ragazzo di fronte.
– Sei mai venuta qui, Zia? – chiede il ragazzo rivolgendosi alla bruna.
– No. Veramente non sono mai venuta a mangià cinese in generale – risponde lei con una voce rauca e bassa. Un timbro da periferia, forte ma trascinato.
– Giapponese, Zia, giapponese – risponde il ragazzo.
– Sì sì, giapponese, cinese, so’ uguali.
Quando la cameriera porta loro i menù, le due, con aria diffidente, cominciano a sfogliarne le pagine senza spostarli da dove erano stati posati.
– Ma è tutto pesce crudo? – fa la bionda. Una voce più femminile, comunque da periferia.
– Sì, quasi tutto, ma c’è pure una specie di zuppa che si chiama Ramen.
– Ah eddai, cominciamo co’ quella, no!? – propone la bruna – poi se vede.
Spallucce degli altri due.
Tra un – non mi piace – e un – questo me da de plastica – mangiano qualcosa, molto lentamente.
Fanno un’altra ordinazione e prendono roba diversa, un po’ più audace, un po’ più cruda e dopo aver chiuso ennesimamente il menù, la bruna fa – Ma allora che intendi fa’ co’ ‘sta storia mo?!
– Io non lo so, Zia, perché papà la prenderebbe malissimo – risponde il ragazzo.
– Ma lascialo perde tu padre, ‘o vedi? A me nun me parla da quanno so’ annata a vive co’ Veronica – e indica con la testa la bionda al suo fianco.
– Lo so, ma per me è una cosa che ho capito da poco!
– Io e Veronica ‘o sapemo da sempre, vero Verò!? – poi guarda la bionda e quella annuisce con la testa prendendo il bicchiere e dandone una piccola sorsata d’acqua, come a mandare giù la colpa della consapevolezza appena svelata.

Dove muore il vento

Il lago
nel punto esatto
in cui riaffiora la tua iride
diviene più chiaro e più calmo
il volo delle ciglia sul promontorio
quello delle tue due pupille laviche
si quieta che sembra il giaciglio
nel quale va a morire il vento
tu mi costringi alla sponda
e io ti bacio come posso
ti bacio con la mano
la stessa che hai
desiderato
su di te
mai.

Il cormorano

È rimasto un foglio di argento
un cormorano si riposa sul punto più aggettato della scogliera
muovo
poco
nell’acqua
i piedi
per avvicinarmi
è nobile il piumaggio nero come nemmeno la notte
è agile il suo occhio
e il becco giallo socchiuso sembra suggere l’aria bagnata
che esala dalla superficie del foglio di argento del nostro mare
del mio e del suo
il mare è di chi ne abbisogna
maestro giusto
la spiaggia è lontana
la voce di una ragazza che gioca
ad essere vittima del suo amore ragazzo
stridono gli uomini sul pianeta
il cormorano ha smesso di dubitare di me
e m’avvicino ancora
forse crede io sia qualcosa
non qualcuno
inanimato
potrei contendere per esserlo
qualcosa e non qualcuno
d’inanimo
il grande cormorano
ormai a cinque palmi di mano
sopra il punto più aggettato della scogliera
praticamente in mare aperto
foglio di argento
prova la sua apertura alare
e io davanti a lui
per un istante piccolo quanto il silenzio che s’è fatto attorno
ho voluto pensare al suo abbraccio
che sarebbe stato per me
il perdono supremo
per la condizione mia di uomo
solo uomo
spicca il volo
che sembra un assolo di Chet Baker.

Voglio essere un’opera d’arte

«Voglio essere un’opera d’arte»
«Lo sei o perlomeno io credo tu sia vicinissima ad esserlo»
I piccoli bagliori delle luci gialle e verdi sulla pista dell’aeroporto militare delineavano la sua mascella e lo facevano con una luce che ricordava quella del fuoco.
«Non lo sono e non lo sono perché sono debole»
«Ma non sei debole!» – guarda ad esempio come hai ridotto me, guardami su’, guarda cosa mi hai fatto – avrei invece voluto dirle.
«Io voglio fare della mia mente e del mio corpo qualcosa di bellissimo»
«Ma sei già bellissima così, cosa dovresti cambiare scusa?»
«Non lo so, voglio tornare a correre, perdere un po’ di chili»
«Ma se sei tutta ossa, fortuna ti salva il tuo bel culo»
«Smettila!»
«Cercavo solo un sorriso sulle tue labbra per farti capire quello che penso, ovvero che per me tu sei già una bellissima opera d’arte, per tutto quello che ti concerne»
«Per te!»
«Eh, per me, sì»
«Io voglio esserlo per me, non per te»
«Non arriverai mai ad essere abbastanza per te, è nella natura di tutti gli uomini non bastarsi. Anzi, quando arrivano a bastarsi vuol dire che sono già morti ma non lo sanno»
«Ci sono situazioni che non puoi capire, né tu né chiunque altro, situazioni dentro di me, mie barriere, miei fossati con i coccodrilli e all’improvviso grandi montagne. Quindi spesso mi arrendo all’idea che è così e subito dopo impazzisco per aver solamente pensato che potessi andarmi bene come sono»
«Sai che c’è?»
«Cosa?»
«C’è che un’opera d’arte è sempre la gemma di un acume, di un’estrema felicità o di un affilatissimo dolore e il suo frutto è la tua liberazione. Ecco, devi liberarti del tuo dolore per far sbocciare l’arte che vuoi essere.»
«Il mio dolore è enorme e non puoi conoscerlo»
«No, io non posso conoscere il tuo dolore, hai ragione, ma ne sono innamorato. Sono innamorato del tuo dolore»
 
La piccola goccia di sudore che scendeva incrociò la riga di una lacrima e ne percorse la scia, giunsero assieme sul bordo dell’abisso, indugiarono per un istante e assieme saltarono giù.

La forma che ha la tua nostalgia nella mia mano

Tieni
– mi disse
con un sottile sfiato di voce
come fosse dentro a un respiro –
questa è la mia nostalgia
tienila tu
io rischierei di perderla
o peggio
stropicciarla
rovinarla
ucciderla.
E comprendi
– aggiunse –
che c’è poco da guardare
nello spettacolo degli uomini
se la tenerezza non è avvinta
stretta stretta
alla nostalgia
nel mirabolare
potrebbe capitolare
e frantumarsi in piccoli cocci d’indifferenza.
Aprii una mano
gliela porsi
– chiudi gli occhi! – mi fece
e io chiusi gli occhi
sentii un piccolo oggetto freddo posarsi sul palmo
e poi le sue mani che chiudevano le dita della mia
con dentro la sua nostalgia.
Adesso voltati – disse –
così ebbe le mie spalle
puoi aprire gli occhi ma non la mano – disse –
così li aprii
comincia a camminare – disse –
così cominciai a camminare
quando arriverai a sentirti lontano abbastanza – disse –
da me
lontano da me
bhè
solo allora
potrai fermarti
aprire il tuo palmo
e guardare la forma che ha la mia nostalgia nella tua mano.
Ci fu molto tempo
che percorsi
prima di sentirmi lontano abbastanza
così tanto tempo
che arrivai in fondo alla notte
nera come il male
come il niente
e allora aprii il palmo
e nel buio denso denso
luccicò
un piccolo elefante di alabastro.
 

I giorni vigliacchi

Non restava niente degli anni della tenerezza
– nessuno, nessuno tranne il sottoscritto può sapere
e nessuno può scrivere prima quel che verrà detto poi! –
urlò l’uomo sbattendo un pugno sul tavolo
su cui si posava una striscia di luce pomeridiana
poi guardò la donna bagnarsi di un pianto simile a quello delle bestie
l’uomo attese che finisse di guaire
le si avvicinò
premette il suo petto sul suo seno
e avvolgendola come in una morsa tra le grandi braccia
si fece vibrare addosso le scosse di assestamento del dolore di lei.
 
Quando fu buio
e il fruscìo del traffico serale cominciò a sibilare nell’appartamento
come un gas letale
nessuno accese le luci
la donna e le sue lacrime
si erano abbandonate esauste e scomposte sul divano
il soffitto cominciò a brillare dei luccichii dei fari delle auto
delle insegne intermittenti dei locali

e delle abatjour arancioni nelle case degli altri.

La donna allora aprì pesantemente le palpebre
voltò impercettibilmente lo sguardo verso l’ingresso
e visse giorni vigliacchi
che riempì con la sola cosa che le restava
la sua assenza.

Tornando a casa dopo

Il giardino dell’androne è una selva, una foresta senza regole. Non viene curato da anni, decenni forse. Dalle fronde dei pini altissimi cadono corde di edera, la pietra dei caseggiati fascisti chiusi a U assorbe poca luce e restituisce trasandatezza, passato e la sensazione che rimarranno in piedi per tanto tempo ancora. L’asfalto è spaccato dalle radici e Pietro cerca di evitare con passi irregolari, ora più corti, ora più lunghi, ora con falcate, le pozzanghere. Si copre meglio il petto, avvicinando con una mano i due lembi del crombie, sa che appena fuori dall’abbraccio di quei palazzoni il vento cercherà il suo corpo senza alcuna pietà. Le scarpe sono salve, il cuore no. Quello rimbalza tra le pareti della cassa toracica che quasi glielo puoi vedere, puoi vedere come da’ spallate, calci e pugni. Si chiede cosa ci fa in quel corpo da bastardo. Socchiude gli occhi Pietro, attraverso le fessure aperte il giusto che serve per riuscire almeno a guardare i passi davanti a se, il vento misto a gelo sgomita e colpisce la cornea. Pietro adesso butta fuori la prima lacrima e non fa in tempo a scendergli sul volto che viene scaraventata via dietro di lui con un soffio. L’inverno cittadino è quello che sente e lo sente forte. Sente il freddo delle cose fuori e delle cose dentro. Ora che, piano, rallentato dagli schiaffi del freddo ha raggiunto il centro della città, scambia il suo passo con quello di qualche passante. Nessuno sa della sua storia e della situazione assurda nella quale si è andato a mettere. Consapevole di essere un buono a nulla, fatto solo di modi, estetica e una sensibilità che non è mai riuscito davvero a praticare. Che ne sa l’uomo scandalosamente normale con la busta della spesa e un montgomery di almeno 35 anni fa?! Che ne sa il ragazzino che approfitta del vento a favore per impennare senza pedalare sulla sua BMX riverniciata?! Che ne sa la ragazza occhialuta, appesa alla tracolla della sua borsa da universitaria?! Osserva tutti ma sembra che nessuno noti lui, si sente invisibile e gli piacerebbe esserlo per davvero, scomparire per non affrontare tutto quello che sta per accadere. S’è pentito forse, ma conosce bene i suoi cali d’entusiasmo. Situazioni che crea e nelle quali non crede. Rapporti umani che crea e nei quali non riesce proprio a credere. Sì, all’inizio è una grande cosa. Insomma, uno si innamora e crea dentro di se delle aspettative, delle mancanze, delle esigenze e all’improvviso ha bisogno, necessità dell’altro. Poi capita che il tempo consuma aspettative, mancanze ed esigenze e tutto diventa insipido, schiavo dell’abitudine. Pietro copre tutto questo con il cambiamento, non si fa scrupoli, di nessun tipo. Lascia, tradisce e ama con la stessa velocità con la quale beve un Martini.
Adesso comincia a sentire, quella che sarebbe dovuta essere una passeggiata, come una sessione di trekking, anche se non ha mai capito molto bene in cosa consiste fare trekking. Una volta fece qualcosa che doveva avvicinarsi molto al fare trekking, dagli zii materni, su, in Trentino. Ricorda solo tanti kilometri in salita su sterrato, ma quella volta gli avevano messo ai piedi scarpe comodissime. Mica come quelle che porta ai piedi adesso, queste gli danno fastidio. É vicino al parco ma mancano poco meno di due kilometri a casa, comunque non ha intenzione di chiamare un taxi come ha fatto per l’andata. L’umore, all’andata, era un altro. Era ancora padrone del suo cuore, all’andata.

La tua isola

Ma era la prima volta che sorvolavo la tua isola
ci vedevo le radure e i fuochi e i rottami di chi
ha sorvolato la tua isola prima che lo facessi io
ci vedevo i messaggi che mandavano dall’alto
le richieste di aiuto ancora visibili sulla sabbia
e vedevo macchie nere su tutta la tua superfice
ognuna di quelle è stata un grande fuoco rosso
e tu che sei definitiva come le cose improvvise
non hai avuto nessuna pietà per la loro miseria
e ascoltami mia signora dei baci e di salsedine
scongiurami dallo scongiurarti di mai finirmi
concedimi un giorno uno solo la tua isola
permettimi ti portarmi alle guance
la tua sabbia calda di sole
di guardare la clessidra
la marea che si alza
e se puoi ti prego
donami a lei
alla marea
che possa
portarmi
dove tu
non
sei
più.