Due anime e mezzo

Un ristorante giapponese, che di giapponese ha solo i nomi giapponesi del cibo giapponese che serve. Il menù ha l’aspetto barocco-floreale di quelli cinesi e difatti è gestito da cinesi. Formula all-you-can-eat. Nessuno lì ha mai ordinato alla carta, lo si capisce dal fatto che, l’unica cameriera che prende le ordinazioni non espone nemmeno la possibilità di ordinare alla carta.
Nel marasma del sabato sera all-you-can-eat, entrano tre persone. Una coppia di donne sui quarantacinque anni, con l’estetica di quelle ex-ragazze che hanno ballato tra gli ’80 e i ’90 in discoteche ormai chiuse da almeno un decennio, di quelle ex-ragazze che vivono ormai solo nei ricordi di chi è pronto a raccontare il passato della loro giovinezza come fosse una collezione di gesta eroiche o un evento storico a cui solamente loro hanno assistito e vissuto in prima persona. Una bruna con gli occhi di un azzurro spento, forse grigi, l’altra bionda con gli occhi verdi molto chiari. La bruna aveva una camicia nera di jeans aperta su una t-shirt anch’essa nera, pantaloni sblusati da uomo, sempre neri e Dr. Martens irrimediabilmente nere. La bionda aveva un cardigan nero su una camicia jeans chiusa, jeans blu slavatissimi e anch’essa, Dr. Martens nere. Entrambe un piercing alla narice destra che mal figurava con le loro zampe di gallina. Una coppia, perché coppia di fatto era, al di là della semplice allusione: due lesbiche. Le seguiva, esile, alto e trapuntato sul volto da una costellazione di acne, un ragazzo pressoché maggiorenne. Movimenti femminei, dita lunghe e magre e sguardo fintamente timido, riga al lato e gambe da fenicottero. Si seggono ad un tavolo da quattro che è anche l’unico tavolo disponibile. La coppia da un lato e il ragazzo di fronte.
– Sei mai venuta qui, Zia? – chiede il ragazzo rivolgendosi alla bruna.
– No. Veramente non sono mai venuta a mangià cinese in generale – risponde lei con una voce rauca e bassa. Un timbro da periferia, forte ma trascinato.
– Giapponese, Zia, giapponese – risponde il ragazzo.
– Sì sì, giapponese, cinese, so’ uguali.
Quando la cameriera porta loro i menù, le due, con aria diffidente, cominciano a sfogliarne le pagine senza spostarli da dove erano stati posati.
– Ma è tutto pesce crudo? – fa la bionda. Una voce più femminile, comunque da periferia.
– Sì, quasi tutto, ma c’è pure una specie di zuppa che si chiama Ramen.
– Ah eddai, cominciamo co’ quella, no!? – propone la bruna – poi se vede.
Spallucce degli altri due.
Tra un – non mi piace – e un – questo me da de plastica – mangiano qualcosa, molto lentamente.
Fanno un’altra ordinazione e prendono roba diversa, un po’ più audace, un po’ più cruda e dopo aver chiuso ennesimamente il menù, la bruna fa – Ma allora che intendi fa’ co’ ‘sta storia mo?!
– Io non lo so, Zia, perché papà la prenderebbe malissimo – risponde il ragazzo.
– Ma lascialo perde tu padre, ‘o vedi? A me nun me parla da quanno so’ annata a vive co’ Veronica – e indica con la testa la bionda al suo fianco.
– Lo so, ma per me è una cosa che ho capito da poco!
– Io e Veronica ‘o sapemo da sempre, vero Verò!? – poi guarda la bionda e quella annuisce con la testa prendendo il bicchiere e dandone una piccola sorsata d’acqua, come a mandare giù la colpa della consapevolezza appena svelata.

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