Il salterio

Oh che chiacchiere

e cose di poco conto

la risacca mi svacca ei

sbianca il cancellabile

conteremo poi i canti?

divenga carne la spiga 

salterio la cancellata:

ci cambia il petto

nella respirazione come canna

sapere di amore raggiunto

tutto nostro tutto nostro.

Vorrò.

In un cielo diverso

ho un sorriso per il tarassaco

un po’ di corpo per le stelle

e un calice di piedi scalzi sul mio pancione.

Questa terraccia non è stata pensata

per l’assenza di entusiasmo

eppure eccolo l’abbiocco del vuoto:

trascina di forza la collottola al grigio.

– tutta bava – 

    Ma conservo una devozione

    che attende di slancio

    una gioia bambina

    uno schiocco d’amore

    una dedica carminia

    alla quercia complice

    di un vento novello.

    Vorrò.

    I tuoi fiori

    C’è una piantina in un grande vaso di terracotta, all’ingresso
    l’ha portata il giardiniere almeno quattro mesi fa
    da lui è stata innaffiata per un paio di mesi
    s’è impettita di verde e vestita di fiori.
    Il giardiniere poi
    tutto occupato con il nuovo roseto
    ha cominciato a dimenticarsene;
    la piantina quindi s’è seccata
    così ho preso a metterle l’acqua che Shiro
    faceva avanzare nella ciotola:
    qualche goccia al mattino e poi di nuovo a sera
    senza speranze di sorta
    [né ho avuto mai il pollice verde].
    Oggi
    mi sono ritrovato a toglierle di dosso
    i vecchi rametti secchi:
    di nuovo i tuoi fiori fucsia
    – mi sono sorpreso a dirle –
    e nemmeno conosco il tuo nome.

    Mai mai mai mai più

    Acqua minerale effervescente e sigarette nazionali:
    di questo odoravano i campeggi italiani
    nell’estate del ’94.
    Poi una volta il circo rimase da settembre a novembre
    e una ragazzina sinti della famiglia circense venne in classe
    – la presentò la maestra –
    io uscivo da quell’estate lì con la carnagione più scura della sua
    quel primo giorno Michelino non c’era e lei restò al banco mio
    parlava bene l’italiano e non lo davo per scontato
    visto che la maestra sottolineò “è una sinti”.
    Ricordo che mi chiesi se la nazione dalla quale provenisse
    si chiamasse Sintònia.
    Il suo cuore era dolciastro – giocava a raccogliere i fiori del cortile
    e alcuni me li faceva assaggiare, danno di limonata, diceva, ed era vero –
    il suo carattere invece era forte
    non aveva paura di sporcarsi le mani a cacciare lucertole
    e difatti nessuna delle altre della classe aveva piacere a giocare con lei.
    Un giorno successe pure che mi portarono al circo a veder lo spettacolo
    e scrutando tra le mascherine
    non riuscii nemmanco a intravederla.
    I tre mesi furono soffiati via in un attimo con l’arrivo dell’autunno
    e alla fine
    – e forse si può intuire da come ho srotolato romanticamente questa storia –
    ci fu il bacio
    e davvero, non per creare un qualche tipo di climax
    successe proprio all’ultimo minuto prima di non vederci più
    proprio più
    mai mai mai mai più.
    E io non me la ricordavo ‘sta storia
    [proprio zero]
    perché sono sempre stato bravo
    a dimenticarmi quel che mi provoca delle sommosse coscienziali;
    l’ho riesumata dall’ippocampo dopo aver visto un servizio
    di approfondimento in tv.
    In un campo sinti intervistavano il capofamiglia
    parlava di come tutti loro anni prima fossero in un circo
    per vera tradizione circense
    e che poi ha dovuto cominciare a fare un lavoro nuovo
    un lavoro di tutti i giorni, dice
    poi gli spunta da dietro una giovane donna
    con un bimbo piagnucoloso addosso
    il capofamiglia la acclude con un braccio e la tira avanti
    bene bene a favor di telecamera
    e fa
    questa mia figlia, per fare continuare studiare come italiani
    per questo abbiamo lasciato circo.
    Ovviamente era lei
    e quello suo figlio
    e quello suo padre
    e io non ho una morale per ‘sta storia
    ma è una poesia
    anche solo per il fatto
    di poterla riammettere
    tra le cose
    che non dimenticherò
    mai mai mai mai più.

    Cristo e liquori

    Scesi dalla metro, il Pireo ci offrì:
    un cieco che disponeva all’elemosina,
    un prete ortodosso sull’uscio della chiesa
    poggiato al muro come il proprietario di un pub
    – you can enter with shorts and skirt –
    ci urlò sollevando il mento
    poi verso uno dei moli, una giovane donna molto bella
    salì a bordo di uno yatch con personale di bordo;
    proseguendo ci trovammo di fronte il portone
    dell’associazione nautica Aristoteles Sokrates Homer Onassis
    e io dissi – pazzesco!
    Ma ero stanco, avrei potuto dirle di più
    spiegarle chi è stato Onassis
    tutto ciò che ha significato
    ma ero stanco
    così poco dopo ci fermammo alla taverna Adelfos
    ordinammo sarde arrosto, taramosalad, polpo alla brace;
    in acqua i gabbiani panciuti mangiavano le molliche del nostro pane
    a due palmi dal tavolo.
    Il lenzuolo blu della sera si stese completamente
    e percorrendo il ritorno nella ragnatela delle case vecchie
    mi capitò di guardare all’interno
    di una finestra accesa
    di un piano terra,
    mi fermai:
    un uomo anziano col vestito della festa, di spalle
    il suo collo pareva quello di una tartaruga tricentenaria
    se ne restava seduto di fronte al lettore di musicassette
    ascoltando una saltellante melodia di bouzouki
    ma la cosa che più di tutte mi rivoltò il petto
    fu notare all’angolo opposto della stanza
    un carrellino con sopra – da sinistra verso destra:
    una grande cornice dorata con dentro una foto in bianco e nero
    un volto di ragazza – sua moglie forse –
    santini
    una cornice di legnaccio
    con dentro un disegno raffigurante Maria piangente
    un’icona di Cristo pantocratore
    e subito accanto, svariate bottiglie
    – alcune piene, la maggior parte quasi terminate –
    di rakomelo, ouzo, metaxa, tsipouro, mastika e altro mai visto.
    Tutto questo sullo stesso piano.
    Moglie
    santi
    Cristo
    e liquori.
    Riprendemmo il passo.
    A pochi metri le grandi navi dei milionari
    imitavano il gorgoglìo della terraferma.
    Le voci e il rumore delle posate
    uscivano dalle affollatissime taverne col menù turistico.
    I gatti di strada litigavano coi colombi.
    L’odore di nafta misto acqua di mare misto pesce fritto.
    Poco altro accerta la verità della grazia
    come la disperazione.

    Avocado su Sacher

    L’auto fagocita il nastro grigio della strada che si trapunta di macchie nere mano a mano che i goccioloni cominciano a precipitare dal cielo. Simona, andando indietro con la testa, chiude gli occhi per godersi il picchiettio che incalza insistendo sulla carrozzeria. Cerca di rilassarsi. Nemmeno un momento dopo Dario riprende il discorso, intende specificare la sua posizione sulle liste di sinistra per le prossime amministrative; Simona allora schiude gli occhi. Risalendo la Puglia, tornando a casa nel finesettimana dopo le lezioni, ha sempre la sensazione che viva in una regione con uno steccato tutto attorno, uno steccato gigantesco e che quello sia sufficiente a tenere le cose del mondo di fuori, fuori. Io Pansa mica lo voto solamente perché Ema ci sta facendo la tesi assieme, un’amministrazione seria non ha bisogno di questi personaggi, non di questi che cercano consensi fragili e facili – dice Dario. Prima della prossima curva c’è una piccola stazione di servizio e Simona lo sa, così gli dice fermiamoci qui, lui risponde che mezzoretta e sono arrivati e lei insiste ottenendo uno sbuffo, l’accensione della freccia e la svolta nella corsia di decelerazione. Nello spiazzo antistante il cubo in muratura che contiene bar, toilette e tabacchi, ci sono solo due pompe, una per la benzina e l’altra per il gasolio; c’è anche un’auto di ben diverse pompe, funebri, senza conducenti e col carico pieno. Simona ci fa caso e accenna un sorriso a Dario che spinge un’occhiata in direzione dell’auto, tira su col naso e apre diffidente la portella. Esce per primo per non mostrare segni di genetica superstizione che male aderirebbero alla sua coscienza socialista. I due pinguini sono al bancone e hanno appena finito di centellinare i caffè nella densità di un silenzio a malapena raschiato dalla pioggia che fuori s’è fatta importante. Sembra si detestino tanto quanto è il tempo che sono costretti a passare vicini alla morte. Il barista, a vederlo vicino ai becchini col grembiule coloratissimo, pare un avocado acerbo su una Sacher; asciuga tazzine. Nel momento in cui Dario e Simona fanno cigolare la porta, tutti si voltano verso tutti. Radionorba passa la Pausini che, dalle casse sfasciate, più che cantare sembra gracchiare. Un barista, due becchini e due fidanzati che studiano fuorisede. Sembra una barzelletta e invece in tutti loro e addirittura nella morte, c’è un qualche tipo di disamore. Questo pensa Simona.

    Dario la lascia all’angolo prima di quello di casa che ancora sta parlando di Pansa e delle amministrative. Simona lo interrompe con un bacio posato appena appena sulle labbra, esce dall’auto e lui non la sta a guardare. Parte subito senza lasciarle nemmeno l’ombrello. Lei pensa che con molta probabilità avrà ricominciato a parlare da solo. Di piovere ha smesso, comunque. Una volta giunta sotto casa guarda in alto e tutte le persiane della palazzina a due piani sono serrate. Dà una rapida occhiata interrogativa alla coccarda nera attaccata al portone verde e giallo. Attraversa la soglia che è aperta, il buio dell’atrio le si attacca alle reni. Salendo il primo scalino s’immobilizza: un’auto parcheggia giusto all’imboccatura del portone.

    In un vento cinematografico

    Eri di là
    e mi sono ritrovato a sfogliare le foto delle tue vacanze passate
    la primissima cosa che ho notato sono stati i tuoi capelli, fin sotto le spalle
    mai tinti
    così reali in un vento cinematografico a Valona
    imbizzarriti dall’umidità di un posto dell’est con la neve
    scomposti ma più corti in un momento rapito al ridere su una spiaggia di qualche sud
    davanti agli occhi mentre fai finta di suonare una chitarra come fossi Kurt Cobain
    [una chitarra classica, peraltro]
    poi tornano ordinati dietro le orecchie mentre guidi
    una macchina a scontro
    con tua figlia.

    L’abbastanza

    Un uomo entra con sua figlia in una sala scommesse
    incrocio ‘st’uomo mentre cammino sul marciapiede
    poi, subito oltre il marciapiede
    c’è la casa dei miei con il cortile
    è il cortile dentro il quale ho cesellato i miei anni piccoli
    si giocava a guardarci i cazzi
    a chi ce l’aveva più lungo
    a meravigliarci del corpo e quindi a far gemmare psicologie
    che avrebbero afformato quello che tutti siamo oggi
    ex malandrini di periferia di cittadina di provincia
    chi avvocato chi malvivente
    chi fotografo chi medico chi niente.
     
    Coi cacciaviti rubati al fabbro vicino
    che c’insegnava le bestemmie e che alla domenica pregava Iddio
    scalpellavamo fosse profonde sull’asfalto neronero del cortile
    [le biglie ci si dovevano buttare al salto e rimanerci per bene].
     
    L’uomo che entra nella sala scommesse
    m’ha fatto tornare questo
    l’abbastanza
    che allora per noi era quello per cui avremmo dovuto vergognarci
    e per lui adesso l’irreparabile vuoto della superfetazione.

    Quei due.

    Dieci preti neri neri camminano uno dietro l’altro sul marciapiede opposto sventolando gli abiti talari. La loro traiettoria è attentata da frutti di cani, motocicli incatenati, cartelli stradali e pubblicitari, piccole pozzanghere formate dal cedere di alcune mattonelle. Loro sembrano aleggiare su tutto questo, lievitano con eleganza spirituale. Per assistere a questo fotogramma che nemmeno Sorrentino, mi sono bruciato l’interno dell’indice e del medio: la sigaretta s’è fumata da sola. La città enorme, la trappola comoda, si srotola tutta attorno al centro che coincide con il punto esatto in cui sono seduto. Mi spetta un altro pizzico di ritardo di Dora, un altro poco di poco tempo, poi lascerò ‘sta poltronissima vip sulla scena di un indaffarato mattino metropolitano.
    Dora arriva. Strappo il suo bacio sentito e le restituisco un tanto di saliva. Penso in un lampo che – come si fa ad avvicinarsi in maniera così appassionata, a un qualcun altro qualsiasi, così velocissimamente? Intanto già parla. Ininterrottamente parla. Sì – faccio io – sì sì. Arriviamo all’all you can eat del cibo italiano. È nuovo – dice voltandosi mentre spinge la porta – tutte ricette italianissime, porzioni piccole e quindi mangi quello che vuoi fino a che non scoppi. Dora è la stessa che mi strappa le gonadi con la storia di smazzare, di come stavo quando l’ho conosciuta tre mesi fa – un figurino. Alle volte preferisce così come sto ora, però. Crede che io non possa uscire dal suo ranch perché, come sto ora, mi fa meno desiderabile agli occhi delle altre, forse. Sbaglia.
    No, non abbiamo prenotato – rispondiamo a quello che accoglie i clienti, forse il proprietario, all’ingresso. Va bene uguale – dice – oggi siete fortunati. Come no, come no – gli rispondo nella testa. Ci accomodiamo al tavolo. Ci sono parecchi camerieri, tutti vestiti uguali col grembiule-stereotipo che si ha all’estero del ristoratore italiano, sorridenti a sforzo.
    E poi stanno due a un tavolo più in là. Una ragazza pienotta in maniera educata che pare uscita poco fa dall’insegnare catechismo ai figli degli amici dei suoi, tutti professionisti con un nome. Un freakettone tanto magro coi capelli a paglione, curati però, un cardigan vagamente grunge. Chissà se è dal suo sguardo spuntato, oppure dal modo basso in cui muove le mani bianche e sottili, in qualsiasi caso traspare tutto il benessere economico e la scomodità sociale della sua famiglia. Dora mi legge il menù. Tutto me lo legge. Ordiniamo. Anzi, ordina. Dora parla, persino guardandomi, ma non s’accorge di cosa m’interessa davvero. Non sa. Vorrei mi raccontasse cosa è successo al fratello di suo padre, il motivo per cui lo chiama fratello-di-suo-padre e non zio. Dora parla e vabbhè. M’interesso a quei due. Quei due si interessano a loro due, com’è giusto che sia, come dovrebbe essere. Ma c’è una storia lì, la vedo svaporare dai loro corpi. Ci sto pensando. Ora all’improvviso m’è chiaro. M’è chiaro perché lui le prende la mano, la tira verso sé, quella lo guarda incantata, lui gliela bacia. Mentre lo fa si guarda attorno.

    La Grecia è un filo rosso #1

    I greci quando cantano ai tavoli delle taverne chiudono gli occhi. Li chiudono perché il midollo della loro canzone popolare è fondamentalmente tutto succo di dolore. Una sera, in una taverna della periferia di Atene mi è capitato di assistere a un momento pieno pieno, tutto inzuppato di antropos: un uomo tanto possente – ma non grasso – al capotavola con altre sei persone fa un cenno al cameriere, quello riaccenna assenso a sua volta e corre in cucina, subito cambia la musica, allora l’omone afferra gli angoli della tavolata come ci fosse un terremoto in corso, tira il capo indietro, chiude gli occhi e a voce altissima, tutta scurita dalle sigarette, comincia a cantare; in quel precisissimo momento le posate di tutta la taverna hanno smesso di tintinnare, gli uomini di giocare con il komboloi, le donne di parlottare tra loro, persino la cucina di spadellare.
    L’uomo cantava.
    La Grecia è un filo rosso.