Il vicolo fortunale


E per la miseria
quanto cicaleggio per un occhio
solo labbra e guance
un passaggio della circospezione
contezza della distanza
un attimo di voluttà e l’impero 
si disidrata collima con la reale femmina
del mondo origine:
io canto senza voce ma tu
tu conosci il vicolo fortunale del mio cuore?
No che no dico io. Rispondi.

Quante volte si può mancare qualcuno


ho scritto:
quante volte si può mancare qualcuno
ChatGPT ha risposto:
“La domanda è ambigua.
Fornisci più contesto.
”
ho provato allora
dati più precisi.
età: tredici anni
peso: trenta chili
mantello: stracciatella
nome: Shiro
ChatGPT ha risposto:
“Non dispongo di informazioni sufficienti.”
ho aggiunto
la ciotola in cucina
i peli sotto il divano
l’ombra sul muro
la porta che ancora guardo
quando sento un rumore tipo
quello proprio quello.
nessuna risposta.
solo il cursore
che continuava a lampeggiare.

come fanno certe stelle
quando sono già spente.

Un tocco solo


La tua assenza urla e scassa
e rimbalza su tutte le pareti
quelle incatramate, quelle ancora linde
il veto alla partecipazione amorosa inchiodato all’abisso di un orgogliaccio;
triste non poter tornare all’asfodelo 
solo le ginestre selvatiche reggono il paragone
ma troppe spine tra i fiori mielati
che durano un tocco solo.

Clitoridi penduli

Ah come conosco tutto questo

il vento scirocco il cane che abbaia

e cosa capisco dal conoscerlo?

Ti amo mio cardine mio cieco divenire

caldo sulle guance e la

televisione generalista:

clitoridi penduli

forza non sempre basata sulla forza

ma legami sociali – dice la scienziata.

Ho la sensazione di leccarti il vento.

Soffi?

La formica


Hai sentito il morso della formica?

Quella la si voleva salvare

sulla mano mia stava

ho fatto «ahi!» e tu «aspetta aspetta

provo io dammi qua» poggiando l’indice

sul baratro del mio mignolo

avvenuto lo sbarco sulla mano santa tua

l’abbiamo vista salire fino al polso piccolo tuo

sicura raggiungere il gomito retto tuo

spalla poi collo poi scende al centro del petto 

lì t’ha sfottuto il chakra tra le tette

«ahi! Oh!» le hai detto

quella é finita nel vestito fiorito

l’hai subito scosso

é caduta grossa rossa tra i piedi mariani tuoi

e poi chissà dove dove dove

e la ciclabile all’una della notte mattina era sola

pure noi, penso

quella volta solo la formica ebbe

un’eroica avventura da raccontare.

Noi poco oltre l’ingresso di casa

gradimmo una specie

come dire, di vorace cannibalismo

tra fiamme sole dentro un’isola

troppo piccola.

Questa cardiologica resa

Chi ha chiamato questa luna oggi?

Chiedi chi ha chiamato.

La taverna degli atri e dei ventricoli

dice che c’è quella festa

che non smetto di finire

lo spasmo contratto è il cardine rotto

il tiro la chitarra microfonata bene

e vai vai che ingentiliamo il ballo

il tremendo sogno di tutt’altro

tutt’altro che questa cardiologica resa.

Il salterio

Oh che chiacchiere

e cose di poco conto

la risacca mi svacca ei

sbianca il cancellabile

conteremo poi i canti?

divenga carne la spiga 

salterio la cancellata:

ci cambia il petto

nella respirazione come canna

sapere di amore raggiunto

tutto nostro tutto nostro.

Vorrò.

In un cielo diverso

ho un sorriso per il tarassaco

un po’ di corpo per le stelle

e un calice di piedi scalzi sul mio pancione.

Questa terraccia non è stata pensata

per l’assenza di entusiasmo

eppure eccolo l’abbiocco del vuoto:

trascina di forza la collottola al grigio.

– tutta bava – 

    Ma conservo una devozione

    che attende di slancio

    una gioia bambina

    uno schiocco d’amore

    una dedica carminia

    alla quercia complice

    di un vento novello.

    Vorrò.

    I tuoi fiori

    C’è una piantina in un grande vaso di terracotta, all’ingresso
    l’ha portata il giardiniere almeno quattro mesi fa
    da lui è stata innaffiata per un paio di mesi
    s’è impettita di verde e vestita di fiori.
    Il giardiniere poi
    tutto occupato con il nuovo roseto
    ha cominciato a dimenticarsene;
    la piantina quindi s’è seccata
    così ho preso a metterle l’acqua che Shiro
    faceva avanzare nella ciotola:
    qualche goccia al mattino e poi di nuovo a sera
    senza speranze di sorta
    [né ho avuto mai il pollice verde].
    Oggi
    mi sono ritrovato a toglierle di dosso
    i vecchi rametti secchi:
    di nuovo i tuoi fiori fucsia
    – mi sono sorpreso a dirle –
    e nemmeno conosco il tuo nome.

    Mai mai mai mai più

    Acqua minerale effervescente e sigarette nazionali:
    di questo odoravano i campeggi italiani
    nell’estate del ’94.
    Poi una volta il circo rimase da settembre a novembre
    e una ragazzina sinti della famiglia circense venne in classe
    – la presentò la maestra –
    io uscivo da quell’estate lì con la carnagione più scura della sua
    quel primo giorno Michelino non c’era e lei restò al banco mio
    parlava bene l’italiano e non lo davo per scontato
    visto che la maestra sottolineò “è una sinti”.
    Ricordo che mi chiesi se la nazione dalla quale provenisse
    si chiamasse Sintònia.
    Il suo cuore era dolciastro – giocava a raccogliere i fiori del cortile
    e alcuni me li faceva assaggiare, danno di limonata, diceva, ed era vero –
    il suo carattere invece era forte
    non aveva paura di sporcarsi le mani a cacciare lucertole
    e difatti nessuna delle altre della classe aveva piacere a giocare con lei.
    Un giorno successe pure che mi portarono al circo a veder lo spettacolo
    e scrutando tra le mascherine
    non riuscii nemmanco a intravederla.
    I tre mesi furono soffiati via in un attimo con l’arrivo dell’autunno
    e alla fine
    – e forse si può intuire da come ho srotolato romanticamente questa storia –
    ci fu il bacio
    e davvero, non per creare un qualche tipo di climax
    successe proprio all’ultimo minuto prima di non vederci più
    proprio più
    mai mai mai mai più.
    E io non me la ricordavo ‘sta storia
    [proprio zero]
    perché sono sempre stato bravo
    a dimenticarmi quel che mi provoca delle sommosse coscienziali;
    l’ho riesumata dall’ippocampo dopo aver visto un servizio
    di approfondimento in tv.
    In un campo sinti intervistavano il capofamiglia
    parlava di come tutti loro anni prima fossero in un circo
    per vera tradizione circense
    e che poi ha dovuto cominciare a fare un lavoro nuovo
    un lavoro di tutti i giorni, dice
    poi gli spunta da dietro una giovane donna
    con un bimbo piagnucoloso addosso
    il capofamiglia la acclude con un braccio e la tira avanti
    bene bene a favor di telecamera
    e fa
    questa mia figlia, per fare continuare studiare come italiani
    per questo abbiamo lasciato circo.
    Ovviamente era lei
    e quello suo figlio
    e quello suo padre
    e io non ho una morale per ‘sta storia
    ma è una poesia
    anche solo per il fatto
    di poterla riammettere
    tra le cose
    che non dimenticherò
    mai mai mai mai più.