Piede

Che la sua vita sarebbe stata tutta un lottare lo capì fin dal primo contatto con la luce, nello specifico il momento in cui fu afferrato e tenuto in aria, così, penzoloni, per svolgere la procedura solita che comporta l’essere partoriti.
Immediatamente venne il momento di crescere. Ogni cosa, dopo pochi giorni, gli andava stretta e scomoda. A malapena riusciva a tenersi sù.
Solo dopo un paio d’anni conobbe la comodità, quando, una volta imparato a camminare si disse che, per tutto il resto della vita, non sarebbe stato male continuare a farlo. Insomma, come si dice, ci prese gusto.
Sviluppando il concetto di simpatia e antipatia, cominciò a farsi piacere e non piacere tutto ciò che incontrava, sfiorava, vedeva e calpestava. Sì, proprio così: cal-pe-sta-va.
Stiamo parlando di un piede.
Anzi, di Piede. Di chi sennò?!

Piede era un piede destro, tranquillo e sottomesso. Del resto, non poteva farci granché. La vita di un piede esclude quasi del tutto il concetto di riconoscenza. Specie quando sei il piede destro di uno che non è mancino.
La lotta di Piede (perché stiamo parlando di una vera e propria sopravvivenza), consiste nella sua quotidianità.
La giornata inizia col suo fare i conti con la coperta che va via, poi il trauma del toccare terra e sperare che, per quel giorno, possa essere lui “il piede giusto”, successivamente la doccia che gli scrosta di dosso tutto l’intorpidimento conquistato durante la notte, che poi è l’unico momento di vero riposo per lui (tranne quando il gemello gli si butta addosso e ci rimane all-night-long, eccome se ci rimane), solo dopo viene il dramma delle calze (a pois, a rombi fucsia, a strisce oblique multicolor o con gli smiles) e i mocassini (arancioni scamosciati, blu col pendente a forma di baffi, telati finti-strappati o con la cordicella marinara tutta attorno), che il padrone hipster decide quotidianamente. Piede, in questo periodo della sua vita, se ne va all’università. Lì, incrocia piedi di quasi tutti i tipi e lui, che ha una certa sensibilità alla pulizia, non sopporta sono fondamentalmente di 3 categorie: i piedi freakettoni con i sandali anche a Gennaio, i piedi con la vena grossa, costretti a stare in tensione a causa del tacco 12 che ha imposto loro la padroncina di turno e infine quei poveretti che urlano pietà dall’interno degli anfibi che li torturano. Tornato a casa per pranzo, ovviamente a piedi e dopo aver sfiorato per tutto il tragitto i prodotti gastrici di cani e piccioni, non gli viene concesso neppure per qualche minuto di farsi coccolare un po’ dalle pantofole sformate e così poco coerenti col personaggio che si è costruito il suo superiore che subito dopo pranzo.. si va fuori! A casa dell’amico del padrone, Piede, può di solito concedersi un pisolino, ma solo fino a che il Lui non si lamenta del formicolìo muovendo tutta la gamba, spesso anche schiaffeggiandola. Lì sono sempre in quattro: Piede, il suo gemello e i due appartenenti all’amico de il Lui. Vestíti bene, per carità, con quelle Converse gialle semplici e non sporcate apposta per farle più vissute ma, per i suoi gusti, si muovono troppo. Un paio d’ore lì, a fare chissà cosa (c’è sempre una nebbia strana in quelle stanze), e poi di nuovo a casa. Finalmente pantofole! Il sollievo di Piede, a quel punto, comanda al cervello il rilascio di dopamina. A volontà. Il Lui s’addormenta e poi viene la sveglia del suo cellulare a ricordare a Piede e al suo socio di rimettersi in attività, sopportando questa volta chissà quale mise per chissà quante ore e vivendo chissà quali situazioni improbabili e scomode. Quindi, SI ESCE! A tarda sera, una volta tornati a casa, Piede, sviene così come il suo padrone e tutto ricomincia (esclusi festivi).
Insomma: una vitaccia!

Piede ne potrebbe raccontare di avventure. Come quella volta in cui, d’Estate, in spiaggia, si trovò davanti a due piedi di ragazza. Piccoli, sporchi di sabbia e bagnati. Ci rimasero per un po’, dopo di che si puntarono, sprofondarono per qualche centimetro e improvvisamente si alzarono, come se stessero prendendo il volo. Ma non erano in volo, no, semplicemente il Lui aveva afferrato quella ragazza dalla sua piccola vita perché, ai piani superiori, stava svolgendosi un primo bacio.
Un’altra volta ancora, anni prima, il Lui, nella palestra della scuola elementare, finì per tramortire Piede. Prese a calci una palla da basket e.. AIO! Seguirono tre/quattro giorni di cure, ma prima che il dolore fosse passato del tutto, si tornò alla vita di sempre; fatta di mignolini sbattuti agli angoli dei mobili, storte, calpestamenti vicendevoli e d’estate, gli scogli appuntiti su cui il Lui si arrampicava per tuffarsi assieme agli altri padroni di altri piedi.

Nella vita di Piede, ad un certo punto, successe un incontro. Successe perché non se l’aspettava, almeno con quelle modalità.
Era in un locale electro-chic perché il Lui, in quel postaccio, avrebbe incontrato una Lei appartenente a una delle 3 categorie che lui proprio non sopportava, ovvero il piede con la vena grossa.
Piede, stanco e debilitato, viene poggiato al suo gemello sinistro, così, accavallato. All’improvviso la tensione e la postura dritta. Al che Piede pensa “eccola, la vena grossa sarà nei paraggi”. Il Lui si sposta di quarantacinque gradi e.. una carrozzella. No no no no, non quelle per metterci dentro i bimbi e i rispettivi piedi, proprio una carrozzella per adulti.
Piede si ritrova davanti un altro piede, ma immobile, sul reggi-gambe della sedia a rotelle.
Gli pare, però, da una seconda impressione, di aver già visto quelle scar.. ..le Converse gialle!
Rimangono ferme, pensa.
Si muovevano troppo, pensava.
E adesso?
Ferme.

Ipnotizzato dalla situazione che s’era palesata, ha giusto intravisto, senza che si girasse o che spostasse la sua posizione, il tacco 12 avvicinarsi e allontanarsi in un momento.
Piede e le Converse gialle rimasero di fronte l’uno alle altre per una mezzora buona. Poi il Lui, velocemente, prese la strada di casa. E ciò che bagnava Piede, non era pioggia.

Piede quella sera pensò a ciò che aveva sempre considerato una sfortuna. Essere giù, in tutti i sensi. Dover subire gli ordini dalla testa, sempre sottomesso, mentre le mani possono toccare il cielo e avere la possibilità di amare. Le spalle possono dire la loro, sollevandosi e riabbassandosi. E il collo, torcendosi, ha la possibilità di sentenziare Sì e No, proprio come la bilancia della giustizia. Ma un piede? Ma.. Piede?

Piede si rese conto, a differenza di mani, piedi, spalle e testa, nonostante tutto, che possedeva la libertà di andare lontano, anzi, lontanissimo.
E lontanissimo, con lui, poteva portarci le scelte di tutta una vita.

Con i palmi chiusi a conca

Mi ricordo che da bimbo
non riuscivo a contenere
l’acqua nelle mani;
 
guardavo i grandi che bevevano
tutti appresso alla fontana
con i palmi chiusi a conca.
 
L’acqua non cadeva
tra le dita non si perdeva,
piuttosto dissetava.
 
E proprio non capivo
perché non ci riuscivo
e poi mi raccontavo
 
«magari ho dita piccole,
che l’acqua se ne fugge»
e non mi rassegnavo.
 
Ogni volta riprovavo,
mettevo le mie mani
con i palmi chiusi a conca.
 
La fontana era una madre
che quietava ogni sete
e mai si lamentava.
 
L’acqua che scorreva
si prendeva pure il tempo
che, ahimè, intanto gocciolava.
 
Scordai quella faccenda,
che non ebbi a ricordarmi
fino a molti anni dopo.
 
Oggi invece è lutto grande,
la fontana è già smontata
e nessuno è al capezzale.
 
«Le mie mani sono queste»,
le ho girate un po’ nell’aria
e ho provato a bere quella.
 
Sono adulte le mie dita
che ora sanno contenere
senza perdere una goccia.
 
Sarebbe bello se ci fosse
in ogni scuola e in ogni classe
una fontana come quella,
 
sarebbe bello se ci fosse
e che s’insegnasse a tutti come bere
con i palmi chiusi a conca.

Il nostro fiato stropicciato

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli,
avere cura della tua stanchezza.
Non c’è niente di più reale
della tua stanchezza.
Voglio reincontrare le tue gambe
sul tuo divano
alla Domenica sera.

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli;
portarti al sicuro nel tuo letto Ikea.
Non c’è niente di più ricordato,
dai miei ricordi,
del tuo letto Ikea.
Voglio conoscere il tuo smalto
che si consuma
sulla lava incandescente della noia.

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli
perché una volta ti ho guardata dormire
sul fogliame dei nostri vestiti
ancora caldi,
con i nostri odori ormai tutti consumati,
il nostro fiato stropicciato
e l’aria che brillava fuori dalle persiane.
Quella volta ho protetto il tuo riposo,
e baciato il tuo ultimo sbadiglio
prima che ti addormentassi.
Era Domenica sera
e da allora,
la sera,
sei tu.

La superficie della tua bellezza

Ormai la notizia è ufficiale: l’Ente Internazionale per lo Studio dei Movimenti Interstellari non riesce a calcolare la superficie della tua bellezza.

Un nuovo comunicato stampa è stato diffuso questa mattina mettendo in chiaro i dati sulla capacità della tua pelle di assorbire la luce e di irradiarla donando calore al mio cuore. Nonostante le ricerche, nessuna delle diverse comunità scientifiche impegnate nell’impresa di scoprire il movimento aureo del tuo sbattere di ciglia, è giunta ad un risultato certo e definitivo.

Il presidente dell’EISMI non ha voluto rilasciare commenti a tal proposito, si è limitato, durante l’incontro con la stampa, ad affermare l’assoluta inspiegabilità del fenomeno gravitazionale che porta le mie mani a dover orbitare attorno al tuo corpo.

A quanto pare, a detta degli esperti esterni all’EISMI, ci vorranno ancora 100.000.000 – centomilioni – di secoli per riuscire calcolare la superficie della tua bellezza.

Due farfalle sono venute a fare l’amore

Oggi,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.

Anche ieri,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.

L’hanno fatto, l’amore,
nel senso che le ho viste
mentre una inseguiva il volo dell’altra.

L’amore, l’hanno fatto,
hanno creato in me il senso dell’amore.

Perché se
quelle due farfalle che ieri e oggi
sono venute a fare l’amore a casa mia
domani non verranno a fare l’amore a casa mia
io avrò creato una mancanza dentro di me,
sentirò l’attesa crescere
e poi farsi delusione
e non mi sentirò amato
dal loro amore.

Ma aspetterò
come ho aspettato
e già aspetto,
quelle due farfalle che sono venute a fare l’amore
a casa mia.

Il tuo modo di gesticolare

La timidezza è il tuo sguardo che si toglie dal mio.

E fa bene il tuo sguardo a togliersi dal mio.

La timidezza è il tuo modo di gesticolare

come se tra me e te ci fosse un confine di vetro

che non valichi mai.

La timidezza è tu

che Donna ti ergi

al cospetto delle mie mani

come un obelisco

fatto di carne e dinamite.

Le parole che avevo messo da parte per te

Lo vedi?

Il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

se n’è andato per terra.

Sono inciampato

sul tuo silenzio

e il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

s’è schiantato a terra.

 

Ora,

stanotte ha piovuto molto,

il marciapiede fradicio

ha reso le parole

irriconoscibili.

Si sono unite,

bagnate com’erano,

in una poltiglia di sillabe,

accenti,

punti,

virgole,

parentesi,

vocali,

consonanti

e maiuscole.

 

Ho raccolto

quello che c’era da raccogliere.

Sono tornato indietro,

ho aperto casa,

poggiato la palla di parole,

il cesto

e le mie intenzioni

sul tavolo della cucina.

Poi mi sono accucciato sul tappeto

accanto al tavolo della cucina,

come faceva il segugio

che è il tuo sesto senso,

quando mi dicevi

che t’avrei lasciata

perché io sto bene

solo da solo.

E io ti rispondevo che no,

che dici,

ma dai.

 

Lì mi sono addormentato,

sul tappeto accanto al tavolo della cucina,

mentre gocciolava sulla mia faccia

il sidro

delle parole che avevo messo da parte per te.

Niente di romantico

Dalla finestra della mia casa di città
ho visto i miei film preferiti.
È sera tardi.
Un’auto.
C’è un uomo
e c’è una donna
e la bambina di lei
da pochi mesi venuta a questo mondo.
Non sono sposati,
lo si capisce e non so perché,
arrivano sotto casa di lei,
lui scende calmo, tira su col naso e si copre meglio il petto
chiudendo i lembi superiori del suo piumino dozzinale.
Lei toglie dal sedile la bambina con il sediolino
e la poggia sul carrozzino.
La bambina comincia a piangere.
Poi, lei sola, arriva sotto le scale davanti al portone,
con un cenno sforzato della voce sale gli scalini,
apre,
chiama l’ascensore,
aspetta,
ci entra
e l’ascensore comincia a salire.
Si sente il pianto della bambina
che aumenta di volume
quando la sua mamma apre la porta dell’ascensore
ed esce sul pianerottolo.
Il suono della serratura che lavora è morbido.
Di nuovo il pianto della bambina si attenua,
sono ormai dentro casa
e la mamma comincia a cantare
un la-la-la dolce e rassicurante.
Lui resta sulle scale del portone,
s’accende una sigaretta e l’afferra
tra indice e medio come stesse tenendo un sigaro,
tira di nuovo col naso,
esce il telefono dalla sua tasca con la mano libera,
si guarda attorno.
Smanetta col cellulare
mentre continua la dolce nenia quattro piani sopra.
Lui sbuffa,
ché già ha finito la sigaretta.
L’aria è bagnata
che se riuscissi a guardare in cielo
ci sarebbe di sicuro la luna circondata dal suo lago di luce.
Lui accende un’altra sigaretta.
La bambina smette di piangere,
sua madre smette di cantare,
si sarà addormentata.
L’ascensore scende dopo pochi minuti,
il portone s’apre,
lei lo bacia su un angolo delle labbra
senza parlare.
Si richiude il portone,
risale l’ascensore,
di nuovo la serratura al quarto piano.
Lui resta immobile
per un po’
e dopo getta anche quella sigaretta.
Il suo respiro fuma ancora,
ma solo per il freddo,
ché solo quello gli è rimasto. 

Non lo so perché gli volevo bene

– CON TE NO!

Grazia, mentre lo disse, lo guardò dalla testa ai piedi e ritorno, poi si diresse verso il suo banco, lo raggiunse, si voltò verso Alice e ghignò con lei come solo i bambini sanno ghignare.

Valentino ci rimase malissimo. Ancora alla Scuola elementare e già sentirsi rifiutare dai compagni di classe per così tante volte.

Già, perché non era la prima volta quella. E ci stava male. E quindi, sfogava sugli altri bambini. In maniera non certamente cauta. Li picchiava. Anche per niente.

Il motivo per cui venisse sempre respinto era da ricercare nel suo odore personale.

Valentino puzzava.

Molto.

Il 2° di 3 figli di genitori che definire poveri è far loro un complimento. Erano Leo, il più grande, Valentino e Angela, la più piccola.

Santuzzo, suo padre – gracidino, baffo nero leggermente ossigenato dal fumo delle sigarette, stempiato, guance infossate nel teschio, sguardo siculo e crocifisso d’oro al collo – in primavera apriva ricci di mare agli angoli delle strade e il resto dell’anno lavoricchiava qui e lì; Maria, sua madre –  colpi di sole sul castano scuro, un’occhio verde che se ne andava per i fatti suoi, occhialoni con la montatura finto osso rosa sporco, bassa quanto magra e bianchiccia – casalinga molto distratta e soprattutto esaurita. Motivo per cui.

Valentino aveva la faccia trapuntata di lentiggini: tantissime sul naso, che si diradavano percorrendo il viso fino alle orecchie.

Valentino aveva i dentoni da castoro, i capelli corti, rosso scuro, ruggine marcia.

Valentino non aveva la toppa.

Ognuno di noi aveva, sul grembiule, all’altezza del cuore, una toppa. La mia raffigurava un aquilone blu con i fiocchetti colorati sulla coda. Chi aveva Topolino, chi dei palloncini, chi una barchetta, chi Biancaneve, via dicendo. Valentino no.

Valentino malandrino.

A me non faceva nulla, non m’ha mai toccato.

Perché?

Perché riuscivo a resistergli! Più che a lui, al suo malodore.

Spesso mi ritrovavo suo compagno di banco, l’accoppiamento lo facevano le maestre. Lo intuirono così come intuirono che non mi sarei lamentato.

Spesso Valentino aveva atteggiamenti che lo spingevano sempre più lontano dal benvolere dei compagni di classe.

Ad esempio si scaccolava.

Lo faceva senza vergogna.

La sua produzione la potevi trovare tutta sul sottobanco. O sui tubi che componevano la sedia sul quale si sedeva e che nessuno voleva utilizzare. Perché era l’unico ad avere una sedia fissa, tutta sua.

Io la voce di Valentino me la ricordo rauca già da bambino. Sembra sempre come se avesse gridato fino a raschiarsela, ma lui si svegliava la mattina che già ce l’aveva quella vociaccia.

Non parlava molto. Però vociaccia.

Non parlava molto. Però cazzotti.

Non parlava molto. Però gli volevo bene.

Non lo so perché gli volevo bene. Tu lo sai perché vuoi bene a uno!? Non i motivi che ti hanno portato a volergli bene. Parlo proprio della sostanza di cui è fatto il bene. Quello che si porta dietro e quello che timbra il nostro bene nei confronti di quello o quell’altro, quella o quell’altra. Che lo certifica. Io non lo so.

Santuzzo spesso aspettava Valentino all’uscita di scuola. Ma non lo aspettava. Nel senso che l’ingresso della scuola confinava e confina tutt’ora con un circolo di pescatori a vozzo – di quelli che vanno a ‘inzillare’ i polpi. Santuzzo se ne stava là, col Peroncino in mano – i soldi per il Peroncino c’erano sempre – la nazionale al lato della bocca e sempre una bestemmia pronta a condire e a contribuire allo sproloquio dei compagni (Cum Panis, letteralmente: colui con cui si spezza insieme il pane (calco dal greco σύντροφος, “cresciuto con”).

Quando Valentino usciva, appunto, lo trovava lì. A casa si tornava solo dopo un altro Peroncino.

Non era chiaro come passasse il resto del tempo Santuzzo.

Personcine a modo, attorno a lui, non ne vedevo mai.

Personcine a modo, attorno a lui, non ne vedevamo mai.

Personcine a modo, attorno a lui, non ne vedeva mai, Valentino.

Verso la mia 4ª elementare, mia sorella – 7 anni più grande di me – cominciò a fare volontariato con un’associazione di ragazzi del suo liceo. Svolgevano il doposcuola per ragazzi facenti parte di famiglie al limite dell’indigenza che abitavano nel paese vecchio.

Lo faceva in casa di Titina, una signora anziana che metteva a disposizione il suo modesto spazio vitale. C’era anche il grande tavolo che costruì suo marito, venuto a mancare anni prima, per le scorpacciate domenicali nella loro ormai ancor più mancata famiglia.

Al doposcuola, una volta, ci andai pure io con lei.

Ricordo l’odore di naftalina mista aceto che occupò subito il mio olfatto, una volta scostate le tendine fatte di perline di plastica.

Attorno al tavolozzo c’erano una decina di bambini, ma anche una ragazzina dai capelli sfibrati – chissà perché ricordo questo particolare – e un grassoccio occhialuto con indosso una t-shirt con sopra scritto “DOORS” ed il faccione di Jim Morrison subito sotto.

C’era Leo.

Il fratello di Valentino.

Biondiccio scugnizzo che, a 37 anni meno del padre, già c’aveva le guance dentro al cranio. Una finestrella nera al posto di un incisivo superiore. Che mi sorrideva. Perché mi conosceva. Ogni tanto andavo a casa di Valentino a giocare o comunque lo trovavo che s’annoiava con Santuzzo, mentre Santuzzo bruciava le sue labbra con le nazionali e poi le innaffiava col Peroncino. Bruciava ed estingueva, in realtà, tutte le opportunità di un’esistenza.

Era simpaticissimo pure Leo.

Che molti adulti già chiamavano Nardino. Forse per abituarlo alla piccolezza del suo futuro.

Come Valentino, menava. Però menava quelli più grandi di noi. Era passato di grado sbarcando alle scuole medie.

Quel pomeriggio pure ci divertimmo, fecero qualche compito e poi mangiammo tutti la torta alla nutella che preparò Titina.

_________________________

Il giorno dopo.

– Oggi è chiusa la scuola – rispose mia madre quando le chiesi come mai non mi avesse svegliato quella mattina.

– Chiusa?

– Eh sì, ieri sera in Piazza Palmieri c’erano i delinquenti.

– E che centrano i delinquenti con la scuola? – non che fossi dispiaciuto del fatto di non essere andato a scuola, non ero e non sono il tipo che si dispiace per una epifania del genere, ma c’era un’aria strana nelle parole trattenute da mia madre.

Pensando a Piazza Palmieri mi venne in mente la fontana, e poi la Chiesa di S. Pietro e Paolo vicina alla fontana, e poi l’alimentari di Rita vicino a S. Pietro e Paolo, e poi la casa di Valentino vicina all’alimentari di Rita. Giocavano sempre in Piazza Palmieri. Sia Valentino che Leo che Angela.

– Perché è chiusa la scuola mamma?

– Hanno fatto la sparatoria.

Avevo già sentito parlare di questa parola: sparatoria. Neppure il tempo di pensarci e il suo significato mi si schiantò nel cervello.

Hanno fatto la sparatoria, disse mia madre. Proprio così: hanno fatto la sparatoria. Non UNA sparatoria. La sparatoria.

Come fosse prevedibile.

Ora il centro storico della mia Città è mangime per turisti.

Tutto aggiustato. Tutti i locali. Tutte le iniziative culturali. Tutto il passeggio. Sparatorie? Quali sparatorie? Ma quando mai!

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“La Città piange la scomparsa del piccolo Leo e si stringe attorno al dolore dei suoi familiari. I funerali saranno celebrati presso la Chiesa di S. Pietro e Paolo, domani, alle ore 16:30.”

Non rividi mai più Valentino.

Il giorno seguente i funerali, Valentino e quello che rimaneva della sua famiglia, furono spostati chissà dove. Protezione la chiamano. Fù dato loro un nuovo cognome e probabilmente un nuovo status sociale.

Ho bisogno di credere che la memoria di chi ha l’anima pura non possa cambiare, né cancellarsi.

Mi rimane questa foto. Mi tiene il braccio sulla spalla, Leo.

Che futuro è quello che viene concesso a noi e non a chi vogliamo bene. Da soli rischiamo di perderci, in mezzo a tutto questo schifo.

L’orbita

Kodak ColorPlus187

Ho coperto le mie mani di buone intenzioni.

Inizialmente sono riuscito a convincerle.

Credevo quasi di averle distratte.

Poi è esplosa una supernova.

Ne volavano i brandelli.

Volevano afferrarli.

Ora sono pianeti.

Le mie mani.

Attorno a te.

Diventano.

L’orbita.

Infinita.