Vorrò.

In un cielo diverso

ho un sorriso per il tarassaco

un po’ di corpo per le stelle

e un calice di piedi scalzi sul mio pancione.

Questa terraccia non è stata pensata

per l’assenza di entusiasmo

eppure eccolo l’abbiocco del vuoto:

trascina di forza la collottola al grigio.

– tutta bava – 

    Ma conservo una devozione

    che attende di slancio

    una gioia bambina

    uno schiocco d’amore

    una dedica carminia

    alla quercia complice

    di un vento novello.

    Vorrò.

    Di fumo, quindi.

    Allora ho comprato due sigarette dal camionista del tavolo accanto. Quello non ha fatto nemmeno la mossa di volermene regalare una. Zero. Pagate un ero e cinquanta, non è stato un grande affare. Lorenzo mi ha guardato e mi ha detto oh che fai fumi mo? No gli ho detto, sono per te. Madonna io non avrei mai fatto una roba del genere, mi da proprio di freakkettone, mi dice. Ma se stai sclerando gli rispondo. Mi ha detto tutta la sera, guardando il camionista che, beato lui, evviva che fuma così avidamente due sigarette in due minuti, se l’è ciucciate. Io gli ho risposto che sì, ma anche che forse (forse!) non ha molto da perdere, il tipo. Nel senso, se non hai un grande amore per un amato amore sfumato, è difficile che fumi in maniera compulsiva così. Nel senso, lì c’è proprio un vuoto che si sta cercando di stracolmare, no!? Sì forse hai ragione, fa. Però capisco cosa vuoi dire – ho ripreso io – se hai grandi cose da pensare, c’hai bisogno di un rombo da qualche parte, un rumore sotto, un varietà. Oppure è la solitudine – che hai pur scelto – che ti dice “riempi il bacile, stronzo!”.

    Lorenzo si è fumato ‘ste due sigarette. Non come il camionista, ma tempo un quarto di ora. Forse quello non era manco un camionista, maledetti preconcetti, maledetti film italiani anni ’80. Però ci sta, dai. Pure ‘sto vuoto, a qualcuno, per un piccolo pezzo, s’è colorato di cosa umana. Di fumo, quindi.

    Opera grafica di Ryan Tippery

    Fiori blu su corpo bianco

    Fu bello bagnarsi nell’Egeo
    accarezzando la virgola in cui
    l’ultima unghia dell’Olimpo
    graffia l’arenile di pietre lunari
    e alle tre del pomeriggio
    sentir arrivare un profumo intenso: triglie fritte
    così raccogliere le poche cose nello zaino
    precipitarsi nella taverna sopra il mare.
     
    Un vestito a fiori blu
    si tolse da un corpo bianco
    baciò la terra
    e divenne Grecia.
     
    È bello ora soffocare di nostalgia
    attendendo un barcone scassato
    che mi porti nella grotta di Agamennone
    a flirtare con la storia. Di nuovo per l’ultima volta.

    Gli occhi di Serse

    Un anziano pastore tedesco arruffato si trascina lento
    la lingua gli pende da un lato del muso
    viene portato a guinzaglio
    da una ragazza con la maglietta fucsia
    che sorride sempre;
    guardandolo sorride di più.
    Dentro alla luce aranciata
    della giornata consumata
    nel parco siamo io
    lei
    l’anima stanca.
    Il vecchio pastore tedesco ha su di sé
    intorno a sé, una luce diversa
    più chiara e brillante
    pare un guerriero
    che ha finalmente smesso le sue battaglie
    che ha guardato gli occhi di Serse,
    come a portare dentro alla memoria sua
    alcune grandi responsabilità della storia.
    Mi ricorderò di te, Maestro
    e magari sposerò la tua padrona
    che sorride sempre
    e che guardandoti
    sorride di più.

    Ancora un giro di lancetta

                                     Solo il russo del cane
                  e il ticchettìo dell’orologio a muro
          disfano il silenzio
    ancora un giro di lancetta
    e potrò dire che sei
       lontana         abbastanza
        acché io possa cominciare
    la posa
      in opera
          dell’

    o

    b

    l
    ì
    o.
     

    Quei due.

    Dieci preti neri neri camminano uno dietro l’altro sul marciapiede opposto sventolando gli abiti talari. La loro traiettoria è attentata da frutti di cani, motocicli incatenati, cartelli stradali e pubblicitari, piccole pozzanghere formate dal cedere di alcune mattonelle. Loro sembrano aleggiare su tutto questo, lievitano con eleganza spirituale. Per assistere a questo fotogramma che nemmeno Sorrentino, mi sono bruciato l’interno dell’indice e del medio: la sigaretta s’è fumata da sola. La città enorme, la trappola comoda, si srotola tutta attorno al centro che coincide con il punto esatto in cui sono seduto. Mi spetta un altro pizzico di ritardo di Dora, un altro poco di poco tempo, poi lascerò ‘sta poltronissima vip sulla scena di un indaffarato mattino metropolitano.
    Dora arriva. Strappo il suo bacio sentito e le restituisco un tanto di saliva. Penso in un lampo che – come si fa ad avvicinarsi in maniera così appassionata, a un qualcun altro qualsiasi, così velocissimamente? Intanto già parla. Ininterrottamente parla. Sì – faccio io – sì sì. Arriviamo all’all you can eat del cibo italiano. È nuovo – dice voltandosi mentre spinge la porta – tutte ricette italianissime, porzioni piccole e quindi mangi quello che vuoi fino a che non scoppi. Dora è la stessa che mi strappa le gonadi con la storia di smazzare, di come stavo quando l’ho conosciuta tre mesi fa – un figurino. Alle volte preferisce così come sto ora, però. Crede che io non possa uscire dal suo ranch perché, come sto ora, mi fa meno desiderabile agli occhi delle altre, forse. Sbaglia.
    No, non abbiamo prenotato – rispondiamo a quello che accoglie i clienti, forse il proprietario, all’ingresso. Va bene uguale – dice – oggi siete fortunati. Come no, come no – gli rispondo nella testa. Ci accomodiamo al tavolo. Ci sono parecchi camerieri, tutti vestiti uguali col grembiule-stereotipo che si ha all’estero del ristoratore italiano, sorridenti a sforzo.
    E poi stanno due a un tavolo più in là. Una ragazza pienotta in maniera educata che pare uscita poco fa dall’insegnare catechismo ai figli degli amici dei suoi, tutti professionisti con un nome. Un freakettone tanto magro coi capelli a paglione, curati però, un cardigan vagamente grunge. Chissà se è dal suo sguardo spuntato, oppure dal modo basso in cui muove le mani bianche e sottili, in qualsiasi caso traspare tutto il benessere economico e la scomodità sociale della sua famiglia. Dora mi legge il menù. Tutto me lo legge. Ordiniamo. Anzi, ordina. Dora parla, persino guardandomi, ma non s’accorge di cosa m’interessa davvero. Non sa. Vorrei mi raccontasse cosa è successo al fratello di suo padre, il motivo per cui lo chiama fratello-di-suo-padre e non zio. Dora parla e vabbhè. M’interesso a quei due. Quei due si interessano a loro due, com’è giusto che sia, come dovrebbe essere. Ma c’è una storia lì, la vedo svaporare dai loro corpi. Ci sto pensando. Ora all’improvviso m’è chiaro. M’è chiaro perché lui le prende la mano, la tira verso sé, quella lo guarda incantata, lui gliela bacia. Mentre lo fa si guarda attorno.

    Il fuoco solo

    Non c’è rogo
    che si spenga
    se non per due volontà:
                l’abbandono
                o l’estinzione.
    La prima consiste:
    io lascio il fuoco solo
    pioverà o smetterà da sé.
    La seconda consiste:
    io copro la fiamma con qualcosa
    oppure la bagno un poco.
    Nel caso uno:
    la fiamma non diviene incendio
    solamente se attorno c’è il vuoto.
    Nel caso due:
    la fiamma si assopisce
    ma se la lascio di nuovo sola
    c’è la possibilità che dopo poco
    divenga un incendio ancora più alto
    che divori il mondo.
    Tutto quello che brucia
    non sopporta la solitudine.

    Cronaca di un fuocherello

    Comprammo due scatole di diavolina;
    mentre lei con l’indice tirava la prima dallo scaffale del supermercato
    si voltò nella mia direzione
    io guardavo il reparto della frutta secca
    e mi fece –
    forse è meglio prenderne due
    sia mai non riusciamo ad accenderlo –
    così le dissi che ok
    potevamo spendere qualche centesimo in più
    tanto non avremmo mangiato tutta la notte
    qualche secono dopo aggiunsi
    che le stavamo comprando per sicurezza
    perché io poche volte ho acceso un fuoco

     

     

    la sera si accese assieme alle serenate dei grilli
    vibrava il caldo torrido che portava dalla città l’odore del mare stagnante
    la campagna muggiva ancora dei suoni dei pochi contadini rimasti nei campi
    ci sistemammo sul verandino
    la mia ragazza apparecchiò male sul tavolo di plastica
    quello cotto dai pranzi sotto il sole di Luglio
    di quando mio padre c’era ancora
    e si brindava col vino di mio nonno
    che quindi c’era pure lui
    ma mio padre è schiattato prima di suo padre
    e per sommi capi questo è un pelo più drammatico

     

     

    dopo fumò una sigaretta come fosse accavallare le gambe
    un vezzo necessario per una donna seduta
    le fettine sarebbero state pronte in due paia di minuti
    giusto il tempo per guardare il tragitto di una zanzara
    che le si posò sul braccio
    gonfiò la sua sacca di sangue
    si staccò dal braccio
    e volacchiò pesante
    fino a posarsi giusto sopra il plafone con la luce gialla dell’ingresso
    mi alzai e portai con me un piatto e una forchetta
    sollevai la graticola
    portai la carne a tavola
    lei sorrise senza guardarmi

     

     

    sul piano della cucina
    dentro
    oltre le tendine di plastica
    notai la busta bianca con le due scatole di diavolina
    sigillate
    a quel punto
    dall’altro mondo
    sentii mio padre ridere
    quella fu la prima volta che ridemmo assieme.

    La sera in cui lei arrampicò il corpo di lui

    Gli arrabbiati piacciono agli arrabbiati
    tu respira e cerca di copriti da quella pioggia nera
    – mentre le diceva così
    venne un rapido ululato dal traffico cittadino
    che gli divorò per un breve momento le parole
    guardava oltre il vetro
    dietro i palazzacci annottava
    poi continuò
    – io non cerco un’oasi di tranquillità
    cerco il tumulto
    il precipizio
    e in tutto questo
    di farmi mancare il più possibile le cose necessarie.
     
    La donna
    poggiata scompostamente sul divano alle spalle di lui
    si coprì la faccia
    voleva fermare il peso delle parole
    combattere la gravità pachidermica di ciò che le stava per dire.
    L’uomo si voltò senza rivolgerle il viso
    le si avvicinò
    torreggiando
    lei lo arrampicò con gli occhi
    che parevano due pozzanghere
    allora partì dalle ginocchia
    al pube
    poi il petto
    il mento
    la bocca
    e infine
    esausta
    raggiunse l’iride.
     
    – Ricordi la linea da cui siamo partiti?
    L’amore è una maratona
    si parte assieme
    e vince uno
    uno solo
    e non
    sei
    tu.

    Due anime e mezzo

    Un ristorante giapponese, che di giapponese ha solo i nomi giapponesi del cibo giapponese che serve. Il menù ha l’aspetto barocco-floreale di quelli cinesi e difatti è gestito da cinesi. Formula all-you-can-eat. Nessuno lì ha mai ordinato alla carta, lo si capisce dal fatto che, l’unica cameriera che prende le ordinazioni non espone nemmeno la possibilità di ordinare alla carta.
    Nel marasma del sabato sera all-you-can-eat, entrano tre persone. Una coppia di donne sui quarantacinque anni, con l’estetica di quelle ex-ragazze che hanno ballato tra gli ’80 e i ’90 in discoteche ormai chiuse da almeno un decennio, di quelle ex-ragazze che vivono ormai solo nei ricordi di chi è pronto a raccontare il passato della loro giovinezza come fosse una collezione di gesta eroiche o un evento storico a cui solamente loro hanno assistito e vissuto in prima persona. Una bruna con gli occhi di un azzurro spento, forse grigi, l’altra bionda con gli occhi verdi molto chiari. La bruna aveva una camicia nera di jeans aperta su una t-shirt anch’essa nera, pantaloni sblusati da uomo, sempre neri e Dr. Martens irrimediabilmente nere. La bionda aveva un cardigan nero su una camicia jeans chiusa, jeans blu slavatissimi e anch’essa, Dr. Martens nere. Entrambe un piercing alla narice destra che mal figurava con le loro zampe di gallina. Una coppia, perché coppia di fatto era, al di là della semplice allusione: due lesbiche. Le seguiva, esile, alto e trapuntato sul volto da una costellazione di acne, un ragazzo pressoché maggiorenne. Movimenti femminei, dita lunghe e magre e sguardo fintamente timido, riga al lato e gambe da fenicottero. Si seggono ad un tavolo da quattro che è anche l’unico tavolo disponibile. La coppia da un lato e il ragazzo di fronte.
    – Sei mai venuta qui, Zia? – chiede il ragazzo rivolgendosi alla bruna.
    – No. Veramente non sono mai venuta a mangià cinese in generale – risponde lei con una voce rauca e bassa. Un timbro da periferia, forte ma trascinato.
    – Giapponese, Zia, giapponese – risponde il ragazzo.
    – Sì sì, giapponese, cinese, so’ uguali.
    Quando la cameriera porta loro i menù, le due, con aria diffidente, cominciano a sfogliarne le pagine senza spostarli da dove erano stati posati.
    – Ma è tutto pesce crudo? – fa la bionda. Una voce più femminile, comunque da periferia.
    – Sì, quasi tutto, ma c’è pure una specie di zuppa che si chiama Ramen.
    – Ah eddai, cominciamo co’ quella, no!? – propone la bruna – poi se vede.
    Spallucce degli altri due.
    Tra un – non mi piace – e un – questo me da de plastica – mangiano qualcosa, molto lentamente.
    Fanno un’altra ordinazione e prendono roba diversa, un po’ più audace, un po’ più cruda e dopo aver chiuso ennesimamente il menù, la bruna fa – Ma allora che intendi fa’ co’ ‘sta storia mo?!
    – Io non lo so, Zia, perché papà la prenderebbe malissimo – risponde il ragazzo.
    – Ma lascialo perde tu padre, ‘o vedi? A me nun me parla da quanno so’ annata a vive co’ Veronica – e indica con la testa la bionda al suo fianco.
    – Lo so, ma per me è una cosa che ho capito da poco!
    – Io e Veronica ‘o sapemo da sempre, vero Verò!? – poi guarda la bionda e quella annuisce con la testa prendendo il bicchiere e dandone una piccola sorsata d’acqua, come a mandare giù la colpa della consapevolezza appena svelata.