Dio è delle cose sole

Spesso penso agli oggetti rimasti orfani nostri
quelli che restano a galleggiare nella scia del passato
mi succede quando ne vedo di simili a quelli là orfani
tipo la collana con l’ankh che aveva la ragazza
a cui ho lasciato attraversare la strada stamattina
era con l’occhio di Orus nel foro
come quella che Una importante mi porse una sera felice:
a questa ci tengo, significa un botto di cose
e me lo scaraventò sulla mano
come fosse un animale che sarebbe potuto scappare
sgusciandosene tra le dita;
alla fine fine se la riprese
vidi che allontanandosi la gettò in un cespuglio di rovi.
Oppure l’altro giorno guardavo un telefilmaccio
una replica di un telefilmaccio
di quelli prodotti dall’abc negli anni novanta
e c’era un divano identico a quello che ho lasciato
a casa di K.
quando studiava a B.
era quello che avevo nel garage in cui suonavo da ragazzino
e facemmo un casotto per trasportarlo
era pesantissimo,
ci avremmo dovuto fare l’amore
quando fossi andato a trovarla
e in pratica
quello del telefilmaccio era uguale uguale spiccicato
tutto in pelle cuoio con due enormi sedute
con dentro il letto.
Penso a tutti questi oggetti abbandonati e orfani
e mi chiedo se un poco siano tristi
io me lo chiedo
io, che sono agnostico!
…e allora penso sia andata così:
uno, imprecisati millenni fa
ha iniziato a sentirsi dentro
una nostalgia che non sapeva spiegarsi
e ha cominciato a voler bene
alle cose che non aveva più
e le ha chiamate Dio.

Cronaca di un fuocherello

Comprammo due scatole di diavolina;
mentre lei con l’indice tirava la prima dallo scaffale del supermercato
si voltò nella mia direzione
io guardavo il reparto della frutta secca
e mi fece –
forse è meglio prenderne due
sia mai non riusciamo ad accenderlo –
così le dissi che ok
potevamo spendere qualche centesimo in più
tanto non avremmo mangiato tutta la notte
qualche secono dopo aggiunsi
che le stavamo comprando per sicurezza
perché io poche volte ho acceso un fuoco

 

 

la sera si accese assieme alle serenate dei grilli
vibrava il caldo torrido che portava dalla città l’odore del mare stagnante
la campagna muggiva ancora dei suoni dei pochi contadini rimasti nei campi
ci sistemammo sul verandino
la mia ragazza apparecchiò male sul tavolo di plastica
quello cotto dai pranzi sotto il sole di Luglio
di quando mio padre c’era ancora
e si brindava col vino di mio nonno
che quindi c’era pure lui
ma mio padre è schiattato prima di suo padre
e per sommi capi questo è un pelo più drammatico

 

 

dopo fumò una sigaretta come fosse accavallare le gambe
un vezzo necessario per una donna seduta
le fettine sarebbero state pronte in due paia di minuti
giusto il tempo per guardare il tragitto di una zanzara
che le si posò sul braccio
gonfiò la sua sacca di sangue
si staccò dal braccio
e volacchiò pesante
fino a posarsi giusto sopra il plafone con la luce gialla dell’ingresso
mi alzai e portai con me un piatto e una forchetta
sollevai la graticola
portai la carne a tavola
lei sorrise senza guardarmi

 

 

sul piano della cucina
dentro
oltre le tendine di plastica
notai la busta bianca con le due scatole di diavolina
sigillate
a quel punto
dall’altro mondo
sentii mio padre ridere
quella fu la prima volta che ridemmo assieme.

È successa una poesia

È successa una poesia
come succede il maestrale
ha voltato le parole
stese ad asciugare
sul filo di ciò che avrei potuto dire.
 
È successa una poesia
ed è fiorito tutto un giardino
il mare della tranquillità
m’ha ricordato
che i fiori esistono anche di notte.
 
È successa una poesia
è successa piccola piccola
alla luce del primo mattino
ha cominciato a danzare
come una fiammella leggera.
 
È successa una poesia
a cui voglio chiedere
di quale scuro colore sarà
il giorno in cui non riuscirò più
a riconoscerla.