Ho cercato di far assomigliare le cose a te

Non ho mai cercato nulla che ti somigliasse,
piuttosto il contrario,
ho cercato di far assomigliare le cose a te.
Gli oggetti hanno preso le sembianze
delle cose di ogni giorno,
se ogni giorno fosse assieme a me.
 
Lo spremiagrumi
il centrotavola,
il portasapone,
il battiscopa,
lo stendipanni,
il giradischi,
gli asciugamani,
il fermacarte.
Il fermacarte,
già.
 
Cambia aspetto,
non esserti più,
divieni un vento.
Scegli tu quale,
Maestrale? Puoi.
Levante? Puoi.
Tramontana? Puoi.
Libeccio? Puoi.
Ma cambia, ti prego,
non voglio più pensare
che hai una consistenza
materiale
fisica
gravitazionale
se non posso più
tenerti.

A contare le ore abbiamo perso tempo

A sperare
abbiamo perso tempo.
A forza di augurarci il meglio
abbiamo perso tempo.
Ad aspettare il momento
l’abbiamo perso.
A credere che fosse giusto
abbiamo perso.
A credere di esserci trovati
ci siamo persi.
A contare le ore,
che cosa romantica
contare le ore,
così romantica
che pare fuori moda;
in ogni caso
a contare le ore
abbiamo perso tempo.
 
La parola Amore
non la sopporta
solo chi
non guarda il mare
e quando non può guardarlo
non gli manca.

Fuori di terra bagnata, dentro di legna bruciata

Mi piaceva posare i miei giorni sopra i tuoi,
vivere di una vita piccola ma confortevole.
Mi piacevano i giorni che mi offrivi
come fossero paste di crema della Domenica.
Quei giorni profumati
fuori di terra bagnata,
dentro di legna bruciata,
di casa di campagna
di ‘900.
Io mi ricordo,
restavo a domandarmi
come facessero a essere così belle
le tue sopracciglia disordinate.

Sono stato molti amori,
ho contratto molti baci,
e redento i miei rancori
ma mi piaceva posare i miei giorni sopra i tuoi.

Tu sei fatta di vento

Mi piace immaginarti
seduta di fronte a me
in una tavolata felliniana.
Mi fai pensare
ad un’enorme tavolata felliniana di campagna,
di quelle con la tovaglia a quadri;
spesso mi rimandi a questa immagine:
il tuo vestito antico,
così leggero
che sembra fatto di vento come te,
i tuoi piedi scalzi,
il tuo sguardo malandrino,
la tua sigaretta incerta
appesa all’angolo delle tue labbra,
la tua voce bambina,
le tue mani piccole e veloci,
il tuo sguardo distratto,
come distratta sembri tu.
Sembri.
Un’enorme tavolata felliniana, sei.
Tutta quella gente al nostro convivio
e tu che mi sei l’unica scenografia.
Il grano brucia al sole,
come io brucio alla tua luce.
Equazione Naif.

Ecco il tempo che sa curare

Ecco il mio cuore in fiamme.
Ecco il mio sorriso più vero.
Ecco la mia mano sul tuo fianco
sul lungotevere.
Ecco la premura che ho provato
quando credevi ti stessi braccando.
Ecco il riflesso della luna
sul tuo corpo d’amianto.
Ecco le tue spalle nude
che non sanno affrontare il mondo,
che io ero pronto ad affrontare per te.
Ecco la tua malattia
che io ero pronto a contrarre.
Ecco il suono del mio nome
tra le tue labbra.
Ecco il suono del tuo nome
tra le mie labbra.
Ecco il tuo cancello,
sempre chiuso,
sempre chiuso.
Ecco quello che non sarai mai
e quello che saresti potuta essere.
Ecco le lenzuola stropicciate del mio amore per te.
Ecco il gioco del destino,
che gioca sporco.
Ecco quello che lasci
e che crederai di trovare altrove.
Ecco le tue parole inutili,
la causa vera di ciò che perdi
e che continuerai a perdere.
Ecco il mio ultimo sacrificio
sull’altare delle tue attenzioni.
Ecco il tempo che sa curare.
Curerà te,
curerà me
e io alzerò il mento
al posto tuo.

Posso tenerti?

Tu
dimmi,
mi hai visto?
Conservo tutto,
ho granelli di polvere
che ho raccolto dalle tue cose.
Ho granelli di polvere di ogni tipo.
Terrò da parte i disegni che le ombre
disegnavano sulle tue guance
ogni volta che per me
smettevi di brillare.
Posso tenerti?
Non puoi
sempre
dirmi
no.

Vieni a visitare il mio dolore

Vieni a visitare il mio dolore,
conservo le sante reliquie
delle volte in cui non ho capito.

Ho un bellissimo affresco
di Myriam che mangia il mio cuore
mentre io le bacio le parole.

Poi c’è un’enorme collezione
di piccole gocce cristallizzate
cadute sulla foto di Sonia,

lei stessa le raccolse
dopo aver coperto il sole
mentre mi allargava la cassa toracica.

Vieni a visitare il mio dolore,
ma devi pagare il biglietto.
Costa quanto una carezza data male.

Anzi, fai una cosa,
prenditene cura tu.
Io vado a morire più in là
come i cani.

Tu sei fatta di ragazza

Tu sei tutta ragazza,
tu sei fatta di ragazza.
Hai la pelle di ragazza,
il sorriso di ragazza,
le mani di ragazza,
la schiena di ragazza,
la curva della nuca di ragazza,
i capelli di ragazza,
i pensieri di ragazza,
la voce,
il tuo occupare lo spazio fisico nell’aria,
il tuo sbattere di ciglia,
i baci,
le carezze
e la rabbia di ragazza,
le orme che lasci sulla sabbia
sono di ragazza,
hai le caviglie di ragazza,
hai i ricordi di ragazza,
le scarpe di ragazza,
i nei di ragazza,
il profumo
e il seno di ragazza,
il sonno di ragazza,
i fianchi lievi di ragazza,
hai persino il sapore di ragazza,
ma il tuo amore
quello,
non è di ragazza,
non lo è più
e per questo
se puoi,
perdonami.

Con i palmi chiusi a conca

Mi ricordo che da bimbo
non riuscivo a contenere
l’acqua nelle mani;
 
guardavo i grandi che bevevano
tutti appresso alla fontana
con i palmi chiusi a conca.
 
L’acqua non cadeva
tra le dita non si perdeva,
piuttosto dissetava.
 
E proprio non capivo
perché non ci riuscivo
e poi mi raccontavo
 
«magari ho dita piccole,
che l’acqua se ne fugge»
e non mi rassegnavo.
 
Ogni volta riprovavo,
mettevo le mie mani
con i palmi chiusi a conca.
 
La fontana era una madre
che quietava ogni sete
e mai si lamentava.
 
L’acqua che scorreva
si prendeva pure il tempo
che, ahimè, intanto gocciolava.
 
Scordai quella faccenda,
che non ebbi a ricordarmi
fino a molti anni dopo.
 
Oggi invece è lutto grande,
la fontana è già smontata
e nessuno è al capezzale.
 
«Le mie mani sono queste»,
le ho girate un po’ nell’aria
e ho provato a bere quella.
 
Sono adulte le mie dita
che ora sanno contenere
senza perdere una goccia.
 
Sarebbe bello se ci fosse
in ogni scuola e in ogni classe
una fontana come quella,
 
sarebbe bello se ci fosse
e che s’insegnasse a tutti come bere
con i palmi chiusi a conca.