L’allenamento

L’estate caldissima ci rendeva scontrosi
senza dialogo, solo parole dette male
e allora spesso mi ritrovavo a fare lunghe passeggiate
giravo per il quartiere, persino i sottopassi
un giorno svoltai per una viottola popolare
sfociai in un grande spazio luminoso
un campo
un campo con una rete tutta attorno
una manciata di ragazze correvano indaffarate
una squadra o parte di una squadra di football americano
a malapena credevo ne esistesse una maschile in tutta Italia
quindi mai avrei immaginato ci fosse
una squadra femminile di football americano
nella mia città, persino.
Mi sedetti su uno dei tre gradoni di cemento
assistetti all’allenamento
assistetti a quelli dei giorni seguenti;
Agosto fu scandito dall’allenamento delle ragazze
e da questo mio appassionarmi al football americano.
Cominciai a seguire la NFL
ma non avendo nessuno con cui parlarne
indagai su quale fosse il posto in cui la squadra
celebrava il terzo tempo.
Lo trovai:
un baretto vicino al campo.
La prima volta che c’entrai, con mia grande sorpresa
due di loro mi salutarono.
Mi colpii il fatto di ritrovarle
a indossare una femminilità
che non s’addiceva al contesto.
Conobbi Lucrezia
e finii nel suo letto.
Dentro ai giorni la città si aranciava
le strade si ammantavano di foglie d’acero
il mio cuore si alleggeriva
e il tumulto che portano le cose nuove e improvvise
si quietava col fresco della sera
ma forse
non era la sera.

Fino a non pensare per non sentire. (palmo aperto a carezza contro La malattia)

Io vorrei vederti in carne, mai in ossa;
che tu non possa ascoltare il sibilo della fine
da dove ti vorrò portare
che non scalci la tua coscienza quando te ne dimenticherai:
in un lago d’estate – l’estate non è il mare –
in un centro commerciale giapponese
sulla transiberiana o in Messico o in Sud Africa o in Alaska;
non si svegli il tuo senso dell’attenzione
sicché non ti venga in mente che noi lo si faccia
per addormentare un dolore tuo
o mio per un dolore tuo
e non è vero che non serve dimenticare
molto si pulisce, invece
a cominciare dalla condizione terrena
attraverso la quale passiamo
da cui guardiamo e veniamo guardati
e che sorpassiamo
spesso senza salutare
come conviene di fare
a chi non sopporta il commiato.
 

Cronaca di un fuocherello

Comprammo due scatole di diavolina;
mentre lei con l’indice tirava la prima dallo scaffale del supermercato
si voltò nella mia direzione
io guardavo il reparto della frutta secca
e mi fece –
forse è meglio prenderne due
sia mai non riusciamo ad accenderlo –
così le dissi che ok
potevamo spendere qualche centesimo in più
tanto non avremmo mangiato tutta la notte
qualche secono dopo aggiunsi
che le stavamo comprando per sicurezza
perché io poche volte ho acceso un fuoco

 

 

la sera si accese assieme alle serenate dei grilli
vibrava il caldo torrido che portava dalla città l’odore del mare stagnante
la campagna muggiva ancora dei suoni dei pochi contadini rimasti nei campi
ci sistemammo sul verandino
la mia ragazza apparecchiò male sul tavolo di plastica
quello cotto dai pranzi sotto il sole di Luglio
di quando mio padre c’era ancora
e si brindava col vino di mio nonno
che quindi c’era pure lui
ma mio padre è schiattato prima di suo padre
e per sommi capi questo è un pelo più drammatico

 

 

dopo fumò una sigaretta come fosse accavallare le gambe
un vezzo necessario per una donna seduta
le fettine sarebbero state pronte in due paia di minuti
giusto il tempo per guardare il tragitto di una zanzara
che le si posò sul braccio
gonfiò la sua sacca di sangue
si staccò dal braccio
e volacchiò pesante
fino a posarsi giusto sopra il plafone con la luce gialla dell’ingresso
mi alzai e portai con me un piatto e una forchetta
sollevai la graticola
portai la carne a tavola
lei sorrise senza guardarmi

 

 

sul piano della cucina
dentro
oltre le tendine di plastica
notai la busta bianca con le due scatole di diavolina
sigillate
a quel punto
dall’altro mondo
sentii mio padre ridere
quella fu la prima volta che ridemmo assieme.

Scrivendoti una canzone

Oggi ho provato a scriverti una canzone
ho cominciato parlando di cose
che noi due soli
conosciamo
 
poi ho avuto paura che fosse troppo
ho avuto paura che le parole difficili
si potessero intrecciare male
e ne venisse fuori un gomitolo disordinato
 
così ho pulito gli accordi
semplificato le armonie
e ridotto la melodia
a poche note
 
la mia canzone però
non aveva ancora
la giustizia suprema che ti concede la vita
quando ti meravigli per un bocciolo di rosa che si schiude
 
e allora sai cos’ho fatto?
ho capito che
la canzone che stavo provando a scriverti
non sa e non può contenerti
 
così ho chiuso il pianoforte
sono uscito in terrazza
svelandomi intero
alla luce che esondava intorno
 
il maestro maestrale rabbrividiva il mare
i gabbiani facevano l’amore coi pescherecci in ritirata
ho spinto il mio sguardo oltre il confine dell’orizzonte
e ho lanciato un pensiero d’amore nel vento
come se tu fossi un miracolo
e io la preghiera che l’ha supplicato.

Tutte le onde

Tutte le onde
naufraghe
che esauste approdano alla terra
con la fatica della corrente
che le costringe al viaggio
come marinai senza scialuppa
si avvinghiano
assieme al loro ultimo inerme respiro
alla spiaggia premurosa
vengono accolte
nel momento stesso in cui
smettono di essere onde
divengono risacca
e di nuovo marea.