La tua isola

Ma era la prima volta che sorvolavo la tua isola
ci vedevo le radure e i fuochi e i rottami di chi
ha sorvolato la tua isola prima che lo facessi io
ci vedevo i messaggi che mandavano dall’alto
le richieste di aiuto ancora visibili sulla sabbia
e vedevo macchie nere su tutta la tua superfice
ognuna di quelle è stata un grande fuoco rosso
e tu che sei definitiva come le cose improvvise
non hai avuto nessuna pietà per la loro miseria
e ascoltami mia signora dei baci e di salsedine
scongiurami dallo scongiurarti di mai finirmi
concedimi un giorno uno solo la tua isola
permettimi ti portarmi alle guance
la tua sabbia calda di sole
di guardare la clessidra
la marea che si alza
e se puoi ti prego
donami a lei
alla marea
che possa
portarmi
dove tu
non
sei
più.

Ma io? #2

Ma io?
Io che non t’ho cercata
che non t’ho voluta
e tu come un aliante
leggerissima e bianca e silenziosa
hai sorvolato le paure
le guerre che avevo dichiarato a me stesso
e hai firmato un armistizio
con l’inchiostro delle carezze che mi hai detto.
Sei atterrata sulla prateria dei tormenti
le hai dato fuoco come hai dato fuoco alle tue ali
– così non posso tornare indietro – dicevi.
La paglia secca croccò sotto i nostri passi umani.
– Guarda – mi dicesti – guarda quella striscia blu infondo al campo!
Così imparammo a nuotare
immaginando il mare.

Corpo, gli occhi

Copro gli occhi anche al buio
adesso.
 
Ora che bruci troppo forte
la stanza è illuminata
dalla mia cassa toracica in fiamme.
 
copro gli occhi
corpo, gli occhi
 
Sbircio tra le dita
e va a fuoco il cosmo.
 
Ho le vertigini a stringere il tuo nome.

Io non ti ho inventata

Il fuoco pigola in fondo alla notte
e io non ti ho inventata,
sei arrivata come arriva la morte
e non t’aspettavo
non t’aspettavo.
 
Ho visto un’orchidea selvatica,
vicina vicina al fuoco
danza nella carezza del vento
che fa suonare i campi e le fronde
perché non ha voce.
 
Voglio le briciole dell’ossigeno
che passa dalla tua bocca.
Voglio quelle.
Almeno quelle.

Prova a prendermi

​E io sono qui, sulla luna
ad aspettarti,
ad aspettare il tuo decollo.
Il mare della tranquillità è un deserto immenso.
E guardo il pianeta terra,
che significa il tuo nome.
Vedo la stratosfera bucarsi
e la tua luce che brucia.
Giorni ad osservare il tuo tragitto,
a calcolarlo.
La parabola del tuo corpo nello spazio
dice che mi colpirai in pieno.
Immagino e aspetto il fragore delle tue labbra
che si schianteranno sulle mie.
Ed ecco già alzarsi il pulviscolo lunare
che somiglia ai tuoi capelli.
Ed ecco il tuo volto
che riconosco,
che aspettavo da millenni.
Ed ecco che sei Venere:
carne e pelle che vibra.
Ed ecco la luna che esplode
e non ci saranno più maree
né ascendenti sul destino degli esseri umani.
Non ci saranno più notti romantiche laggiù.
Non ci sarà più nessuno che saprà il mio nome
che è deflagrato nel tuo desiderio.
Nel mio desiderio.
E resterà l’immagine di una luna che c’era,
che riusciva a contenere la mia attesa
e adesso si consuma nel colore del fuoco.
 
 
Poco prima che disintegrassi il mio satellite
sono saltato sull’anello di Saturno.
Adesso, prova a prendermi.
Lì non c’è più respiro.​