Le cose del cielo

Io t’ho amata da quando i miei
se la facevano coi tuoi.
E tu eri una ragazzina rossa
con le lentiggini ancora chiare
e io avrei voluto contarle
al posto delle costellazioni
e le cose del cielo.
E ora che sei una donna bellissima
proprio come io t’avevo immaginata
io ti amo e non lo sai
di un amore inconcludente
inutile come inefficace
ma chi lo dice che le cose inutili
non facciano parte del pavimento
sul quale camminiamo la vita?

Voglio essere un’opera d’arte

«Voglio essere un’opera d’arte»
«Lo sei o perlomeno io credo tu sia vicinissima ad esserlo»
I piccoli bagliori delle luci gialle e verdi sulla pista dell’aeroporto militare delineavano la sua mascella e lo facevano con una luce che ricordava quella del fuoco.
«Non lo sono e non lo sono perché sono debole»
«Ma non sei debole!» – guarda ad esempio come hai ridotto me, guardami su’, guarda cosa mi hai fatto – avrei invece voluto dirle.
«Io voglio fare della mia mente e del mio corpo qualcosa di bellissimo»
«Ma sei già bellissima così, cosa dovresti cambiare scusa?»
«Non lo so, voglio tornare a correre, perdere un po’ di chili»
«Ma se sei tutta ossa, fortuna ti salva il tuo bel culo»
«Smettila!»
«Cercavo solo un sorriso sulle tue labbra per farti capire quello che penso, ovvero che per me tu sei già una bellissima opera d’arte, per tutto quello che ti concerne»
«Per te!»
«Eh, per me, sì»
«Io voglio esserlo per me, non per te»
«Non arriverai mai ad essere abbastanza per te, è nella natura di tutti gli uomini non bastarsi. Anzi, quando arrivano a bastarsi vuol dire che sono già morti ma non lo sanno»
«Ci sono situazioni che non puoi capire, né tu né chiunque altro, situazioni dentro di me, mie barriere, miei fossati con i coccodrilli e all’improvviso grandi montagne. Quindi spesso mi arrendo all’idea che è così e subito dopo impazzisco per aver solamente pensato che potessi andarmi bene come sono»
«Sai che c’è?»
«Cosa?»
«C’è che un’opera d’arte è sempre la gemma di un acume, di un’estrema felicità o di un affilatissimo dolore e il suo frutto è la tua liberazione. Ecco, devi liberarti del tuo dolore per far sbocciare l’arte che vuoi essere.»
«Il mio dolore è enorme e non puoi conoscerlo»
«No, io non posso conoscere il tuo dolore, hai ragione, ma ne sono innamorato. Sono innamorato del tuo dolore»
 
La piccola goccia di sudore che scendeva incrociò la riga di una lacrima e ne percorse la scia, giunsero assieme sul bordo dell’abisso, indugiarono per un istante e assieme saltarono giù.

Noi siamo quegli animali

Noi siamo quegli animali
che messi all’angolo
si guardano attorno acuti
cercando di capire
se ci sono
quali sono
e quante sono
le vie di fuga.
 
Noi siamo quegli animali
che primordiali
si annusano l’odore
cercando di capire
se si può
quanto si può
e come si può
osare.
 
Noi siamo quegli animali
rimasti soli
impigliati
nel ghiaccio antico
 
estinti
perché
soccombemmo
a una glaciazione
che ebbe il suo pieno fulgóre
dentro di noi
 
il cielo frantumandosi si fece di cristallo
ci ammantò di piccole gemme luminose
e ci rese preziosi
sempiterni
bellissimi
inestimabili.

I giorni vigliacchi

Non restava niente degli anni della tenerezza
– nessuno, nessuno tranne il sottoscritto può sapere
e nessuno può scrivere prima quel che verrà detto poi! –
urlò l’uomo sbattendo un pugno sul tavolo
su cui si posava una striscia di luce pomeridiana
poi guardò la donna bagnarsi di un pianto simile a quello delle bestie
l’uomo attese che finisse di guaire
le si avvicinò
premette il suo petto sul suo seno
e avvolgendola come in una morsa tra le grandi braccia
si fece vibrare addosso le scosse di assestamento del dolore di lei.
 
Quando fu buio
e il fruscìo del traffico serale cominciò a sibilare nell’appartamento
come un gas letale
nessuno accese le luci
la donna e le sue lacrime
si erano abbandonate esauste e scomposte sul divano
il soffitto cominciò a brillare dei luccichii dei fari delle auto
delle insegne intermittenti dei locali

e delle abatjour arancioni nelle case degli altri.

La donna allora aprì pesantemente le palpebre
voltò impercettibilmente lo sguardo verso l’ingresso
e visse giorni vigliacchi
che riempì con la sola cosa che le restava
la sua assenza.

Niente di romantico

Dalla finestra della mia casa di città
ho visto i miei film preferiti.
È sera tardi.
Un’auto.
C’è un uomo
e c’è una donna
e la bambina di lei
da pochi mesi venuta a questo mondo.
Non sono sposati,
lo si capisce e non so perché,
arrivano sotto casa di lei,
lui scende calmo, tira su col naso e si copre meglio il petto
chiudendo i lembi superiori del suo piumino dozzinale.
Lei toglie dal sedile la bambina con il sediolino
e la poggia sul carrozzino.
La bambina comincia a piangere.
Poi, lei sola, arriva sotto le scale davanti al portone,
con un cenno sforzato della voce sale gli scalini,
apre,
chiama l’ascensore,
aspetta,
ci entra
e l’ascensore comincia a salire.
Si sente il pianto della bambina
che aumenta di volume
quando la sua mamma apre la porta dell’ascensore
ed esce sul pianerottolo.
Il suono della serratura che lavora è morbido.
Di nuovo il pianto della bambina si attenua,
sono ormai dentro casa
e la mamma comincia a cantare
un la-la-la dolce e rassicurante.
Lui resta sulle scale del portone,
s’accende una sigaretta e l’afferra
tra indice e medio come stesse tenendo un sigaro,
tira di nuovo col naso,
esce il telefono dalla sua tasca con la mano libera,
si guarda attorno.
Smanetta col cellulare
mentre continua la dolce nenia quattro piani sopra.
Lui sbuffa,
ché già ha finito la sigaretta.
L’aria è bagnata
che se riuscissi a guardare in cielo
ci sarebbe di sicuro la luna circondata dal suo lago di luce.
Lui accende un’altra sigaretta.
La bambina smette di piangere,
sua madre smette di cantare,
si sarà addormentata.
L’ascensore scende dopo pochi minuti,
il portone s’apre,
lei lo bacia su un angolo delle labbra
senza parlare.
Si richiude il portone,
risale l’ascensore,
di nuovo la serratura al quarto piano.
Lui resta immobile
per un po’
e dopo getta anche quella sigaretta.
Il suo respiro fuma ancora,
ma solo per il freddo,
ché solo quello gli è rimasto.