Posso tenerti?
Vieni a visitare il mio dolore,
conservo le sante reliquie
delle volte in cui non ho capito.
Ho un bellissimo affresco
di Myriam che mangia il mio cuore
mentre io le bacio le parole.
Poi c’è un’enorme collezione
di piccole gocce cristallizzate
cadute sulla foto di Sonia,
lei stessa le raccolse
dopo aver coperto il sole
mentre mi allargava la cassa toracica.
Vieni a visitare il mio dolore,
ma devi pagare il biglietto.
Costa quanto una carezza data male.
Anzi, fai una cosa,
prenditene cura tu.
Io vado a morire più in là
come i cani.
Tu sei tutta ragazza,
tu sei fatta di ragazza.
Hai la pelle di ragazza,
il sorriso di ragazza,
le mani di ragazza,
la schiena di ragazza,
la curva della nuca di ragazza,
i capelli di ragazza,
i pensieri di ragazza,
la voce,
il tuo occupare lo spazio fisico nell’aria,
il tuo sbattere di ciglia,
i baci,
le carezze
e la rabbia di ragazza,
le orme che lasci sulla sabbia
sono di ragazza,
hai le caviglie di ragazza,
hai i ricordi di ragazza,
le scarpe di ragazza,
i nei di ragazza,
il profumo
e il seno di ragazza,
il sonno di ragazza,
i fianchi lievi di ragazza,
hai persino il sapore di ragazza,
ma il tuo amore
quello,
non è di ragazza,
non lo è più
e per questo
se puoi,
perdonami.
Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli,
avere cura della tua stanchezza.
Non c’è niente di più reale
della tua stanchezza.
Voglio reincontrare le tue gambe
sul tuo divano
alla Domenica sera.
Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli;
portarti al sicuro nel tuo letto Ikea.
Non c’è niente di più ricordato,
dai miei ricordi,
del tuo letto Ikea.
Voglio conoscere il tuo smalto
che si consuma
sulla lava incandescente della noia.
Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli
perché una volta ti ho guardata dormire
sul fogliame dei nostri vestiti
ancora caldi,
con i nostri odori ormai tutti consumati,
il nostro fiato stropicciato
e l’aria che brillava fuori dalle persiane.
Quella volta ho protetto il tuo riposo,
e baciato il tuo ultimo sbadiglio
prima che ti addormentassi.
Era Domenica sera
e da allora,
la sera,
sei tu.
Forse avrei dovuto ascoltarti,
mi sarei dovuto riposare.
Non facevo altro,
da mattina a sera.
E così,
alla fine,
è arrivata la fine.
Nelle ultime ore,
quando affannato tremavo
e fatica sudavo,
le ore si sono fatte grandi
e sono esondate
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.
Avrei dovuto riposare,
e dicevi tu
e parlavi di ciò che vedevi,
che già intuivi
e mi mostravi.
Negli ultimi minuti,
quando ho rovistato
tra le macerie della mia volontà,
i minuti si sono gonfiati
e poi sono esplosi
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.
E avrei dovuto ascoltarti,
di certo
mi sarei dovuto riposare.
Però,
carogna tu,
non lo dicevi per me,
lo dicevi per te
che mi sarei dovuto riposare.
E allora fammelo un monumento,
carogna.
Un monumento in marmo bianco
come quelli per i caduti in guerra.
Fallo un monumento
a uno che se lo merita
e facci scrivere sopra:
“Qui giace uno
che non mi ha mai smesso.
Che non mi ha mai smesso.
Mai, mi ha smesso.”
Oggi,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.
Anche ieri,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.
L’hanno fatto, l’amore,
nel senso che le ho viste
mentre una inseguiva il volo dell’altra.
L’amore, l’hanno fatto,
hanno creato in me il senso dell’amore.
Perché se
quelle due farfalle che ieri e oggi
sono venute a fare l’amore a casa mia
domani non verranno a fare l’amore a casa mia
io avrò creato una mancanza dentro di me,
sentirò l’attesa crescere
e poi farsi delusione
e non mi sentirò amato
dal loro amore.
Ma aspetterò
come ho aspettato
e già aspetto,
quelle due farfalle che sono venute a fare l’amore
a casa mia.
La timidezza è il tuo sguardo che si toglie dal mio.
E fa bene il tuo sguardo a togliersi dal mio.
La timidezza è il tuo modo di gesticolare
come se tra me e te ci fosse un confine di vetro
che non valichi mai.
La timidezza è tu
che Donna ti ergi
al cospetto delle mie mani
come un obelisco
fatto di carne e dinamite.
Lo vedi?
Il cesto di paglia
con le parole che avevo messo da parte per te
se n’è andato per terra.
Sono inciampato
sul tuo silenzio
e il cesto di paglia
con le parole che avevo messo da parte per te
s’è schiantato a terra.
Ora,
stanotte ha piovuto molto,
il marciapiede fradicio
ha reso le parole
irriconoscibili.
Si sono unite,
bagnate com’erano,
in una poltiglia di sillabe,
accenti,
punti,
virgole,
parentesi,
vocali,
consonanti
e maiuscole.
Ho raccolto
quello che c’era da raccogliere.
Sono tornato indietro,
ho aperto casa,
poggiato la palla di parole,
il cesto
e le mie intenzioni
sul tavolo della cucina.
Poi mi sono accucciato sul tappeto
accanto al tavolo della cucina,
come faceva il segugio
che è il tuo sesto senso,
quando mi dicevi
che t’avrei lasciata
perché io sto bene
solo da solo.
E io ti rispondevo che no,
che dici,
ma dai.
Lì mi sono addormentato,
sul tappeto accanto al tavolo della cucina,
mentre gocciolava sulla mia faccia
il sidro
delle parole che avevo messo da parte per te.

Ho coperto le mie mani di buone intenzioni.
Inizialmente sono riuscito a convincerle.
Credevo quasi di averle distratte.
Poi è esplosa una supernova.
Ne volavano i brandelli.
Volevano afferrarli.
Ora sono pianeti.
Le mie mani.
Attorno a te.
Diventano.
L’orbita.
Infinita.