La notte di S. Lorenzo

Questa comoda calma
questo silenzio morbido
che incalza nell’ultimo pomeriggio
quando attracca
sulle rive della consapevolezza
la malinconia liquida della sera
 
questa luce buia
questo frusciare di anime
nel sole che rimuore
quando tutti i cieli si spengono
e sulle spalle bussa il richiamo del riposo
il riscatto chiesto agli insonni
 
questa luna profumata
questo nero coriandolare di stelle
che si bagnano negli sguardi
supplicati di chi ha il talento della fede
meravigliati di chi cerca l’abisso
magnificati di chi aspetta
che le costellazioni cambino
che comincino a brillare al contrario
così da invertire la rotta
di una barca
che si è allontanata troppo
e troppo presto.

A grandi passi

A grandi passi
ti ho camminata
il mare sospirava come una donna
muggiva come lei quando piange
A grandi passi
Dama
come una farfalla bianca
nel mezzo del grande oceano blu
A grandi passi
corriamo ad arrenderci.

Madre notte

Esausta la notte
si concesse
malamente
senza brillare
 
le guardai la sottana
e scoprii le sue lentiggini
bianche come il nulla
sante come le cose perdute
 
Prova a spiegarmi
notte
perché non somigli mai
al sonno che vorrei?
 
 
***
 
 
uomini
cercate
sempre
il buio
 
in tutto
ovunque
bramate
compassione
 
mai
per
gli
altri
 
sempre
e solo
per voi
stessi
 
 
***
 
 
La notte severa
si coricò sull’orizzonte
si confuse con le navi mercantili
e si bagnò di Sole
 
l’aspettai
per qualche ora
al confine
delle montagne
 
proprio quando
cominciai a sentire
il suo profumo
la coscienza m’abbandonò
 
aveva da baciare
altre anime terrestri
e lo fece
senza di me.

Dinanzi alla tua gioia

La fiumana di Luglio
si liquefa
nelle facce disabitate degli sconosciuti
dilaniate dalla vita involuta
 
il branco che si sposta
mandorle vuote senza frutto
suonano sgomitando
nei vicoli dei centri storici
 
le chianche rigate
dai rivoli d’acqua
che scendono
dai motori dei condizionatori
 
i bed&breakfast
scoppiano di coppie
che non si amano più
e non lo sanno
 
il rito del turismo
nel mito del sud
pagato con una moneta
che non ha facce
 
vorrei essere uno di quelli
che ti hanno vista piangere
che ti hanno sentita guaire
per davvero
 
da bimbo
non esistevano
i carretti bianchi
con la granita di limone
 
e sai
persino quando la stagione raffresca
io sovente barcollo
dinanzi alla tua gioia.

La sera in cui lei arrampicò il corpo di lui

Gli arrabbiati piacciono agli arrabbiati
tu respira e cerca di copriti da quella pioggia nera
– mentre le diceva così
venne un rapido ululato dal traffico cittadino
che gli divorò per un breve momento le parole
guardava oltre il vetro
dietro i palazzacci annottava
poi continuò
– io non cerco un’oasi di tranquillità
cerco il tumulto
il precipizio
e in tutto questo
di farmi mancare il più possibile le cose necessarie.
 
La donna
poggiata scompostamente sul divano alle spalle di lui
si coprì la faccia
voleva fermare il peso delle parole
combattere la gravità pachidermica di ciò che le stava per dire.
L’uomo si voltò senza rivolgerle il viso
le si avvicinò
torreggiando
lei lo arrampicò con gli occhi
che parevano due pozzanghere
allora partì dalle ginocchia
al pube
poi il petto
il mento
la bocca
e infine
esausta
raggiunse l’iride.
 
– Ricordi la linea da cui siamo partiti?
L’amore è una maratona
si parte assieme
e vince uno
uno solo
e non
sei
tu.

Via Santa Lucia

Le case murattiane colano a picco
nei marciapiedi di pietra
e in un silenzio irrisolto
la via mi dice per chiari cenni
che il caldo costringe gli umani
ognuno nel suo rifugio
ad ansimare
a rinviare
le cose da fare
la lingua nera dell’asfalto
si srotola sulla via lunga
retta
infinita
solamente le cicale aspettano l’amore
le persiane verdi
uniche ferite sulla calce immacolata
nascondono qualche vecchina
che un tempo
ha assaggiato un amore
e nascosto un dolore

 

 

passa un ragazzetto su una bici blu

e spegne le cicale
mano a mano
che avanza
su Via Santa Lucia

 

 

le cicale riprendono

a implorare l’amore
tutto quello che non ho saputo darti.

Scrivendoti una canzone

Oggi ho provato a scriverti una canzone
ho cominciato parlando di cose
che noi due soli
conosciamo
 
poi ho avuto paura che fosse troppo
ho avuto paura che le parole difficili
si potessero intrecciare male
e ne venisse fuori un gomitolo disordinato
 
così ho pulito gli accordi
semplificato le armonie
e ridotto la melodia
a poche note
 
la mia canzone però
non aveva ancora
la giustizia suprema che ti concede la vita
quando ti meravigli per un bocciolo di rosa che si schiude
 
e allora sai cos’ho fatto?
ho capito che
la canzone che stavo provando a scriverti
non sa e non può contenerti
 
così ho chiuso il pianoforte
sono uscito in terrazza
svelandomi intero
alla luce che esondava intorno
 
il maestro maestrale rabbrividiva il mare
i gabbiani facevano l’amore coi pescherecci in ritirata
ho spinto il mio sguardo oltre il confine dell’orizzonte
e ho lanciato un pensiero d’amore nel vento
come se tu fossi un miracolo
e io la preghiera che l’ha supplicato.

Quanto si sono amate le nostre solitudini

Le tue palpebre tengono sospesa
la mezzaluna delle tue pupille.
Contenevano quello che hai visto
fino al momento del mio arrivo
s’è riversato il bacile lurido
dei ricordi slavati
rigati dal tempo.
 
Non dimenticherò mai,
quanto si sono amate
le nostre solitudini
o quanto si sono colorati
i nostri pensieri
nella velocità del caso.

Quanti poveri stronzi

Quante volte
in quali letti
in quali gemiti
in quali bocche è stato stretto
implorato
baciato
in quanti e quali modi è stato detto
da quante mani è stato scritto
e da quanti poveri stronzi
[come me]
è stato maledetto
il tuo nome?