Esisti nel modo in cui esistono i gatti

Tu puoi esistermi,
nessun problema, mia cara.
Puoi esistere
ad esempio
nel modo in cui esistono i gatti;
puoi stare a guardare
mentre combino guai
e gestisco male
il gomitolo delle tue personalità.
Puoi esistere come un rocchetto,
un rocchetto di un aquilone,
ad esempio
puoi tenermi al volo
mentre prendo sberle
e gioco nel vento,
cercherò tuttavia di non allontanarmi,
promesso.
Puoi esistere
ad esempio
nel modo in cui esiste il sonno,
puoi venire da me alla sera
a consolare le mie stanchezze;
ma ti prego,
annuncia il tuo arrivo
sicché io possa
in qualche maniera
prepararmi ad accoglierti
sotto le mie palpebre;
ti terrò al caldo lì,
ti proietterò dall’interno
e ti mostrerò il modo in cui
io
guardo
te
quando
tu
non
guardi
me.

Ah, se potessi modellarti con la terra di casa mia!

Ah, se potessi modellarti con la terra di casa mia!
Se potessi bagnare la terra di casa mia
e con le dita farti i fianchi
e poi spingere un grumo
e farci le tue spalle
e assottigliare una zolla
per farne le tue gambe.
 
Ah, se potessi modellarti con la terra di casa mia!
Casa mia non avrebbe più terra,
inventerei così tante te
per evitarmi la tua mancanza
che a casa mia non ci sarebbe più terra.
Dovrei estirpare i fiori che hai piantato,
le begonie
i tulipani
le orchidee
e le camelie
non esisterebbero più.
E per la smania di riaverti
di terra bagnata
e di una volontà sbagliata,
terra non ce ne sarà più,
ma darò il tuo nome
al mio deserto.

Ho amato donne stupide di un amore stupido

Il fatto
semplice semplice
che tu esista,
che tu sia stata
un poco mia,
è molto molto.
 
Ho amato donne stupide,
di un amore stupido.
Quelle
non hanno mai ballato per me.
 
Ti ho riconosciuta
in un’altra voce,
nel modo di inciampare
sulle parole.
 
Il fatto
vero vero
che tu sia stata
e non sarai più
un poco mia,
è male male.
 
Non importa, però.
 
Non è vero,
m’importa eccome.
M’importa
molto molto.

Ho cercato di far assomigliare le cose a te

Non ho mai cercato nulla che ti somigliasse,
piuttosto il contrario,
ho cercato di far assomigliare le cose a te.
Gli oggetti hanno preso le sembianze
delle cose di ogni giorno,
se ogni giorno fosse assieme a me.
 
Lo spremiagrumi
il centrotavola,
il portasapone,
il battiscopa,
lo stendipanni,
il giradischi,
gli asciugamani,
il fermacarte.
Il fermacarte,
già.
 
Cambia aspetto,
non esserti più,
divieni un vento.
Scegli tu quale,
Maestrale? Puoi.
Levante? Puoi.
Tramontana? Puoi.
Libeccio? Puoi.
Ma cambia, ti prego,
non voglio più pensare
che hai una consistenza
materiale
fisica
gravitazionale
se non posso più
tenerti.

A contare le ore abbiamo perso tempo

A sperare
abbiamo perso tempo.
A forza di augurarci il meglio
abbiamo perso tempo.
Ad aspettare il momento
l’abbiamo perso.
A credere che fosse giusto
abbiamo perso.
A credere di esserci trovati
ci siamo persi.
A contare le ore,
che cosa romantica
contare le ore,
così romantica
che pare fuori moda;
in ogni caso
a contare le ore
abbiamo perso tempo.
 
La parola Amore
non la sopporta
solo chi
non guarda il mare
e quando non può guardarlo
non gli manca.

Fuori di terra bagnata, dentro di legna bruciata

Mi piaceva posare i miei giorni sopra i tuoi,
vivere di una vita piccola ma confortevole.
Mi piacevano i giorni che mi offrivi
come fossero paste di crema della Domenica.
Quei giorni profumati
fuori di terra bagnata,
dentro di legna bruciata,
di casa di campagna
di ‘900.
Io mi ricordo,
restavo a domandarmi
come facessero a essere così belle
le tue sopracciglia disordinate.

Sono stato molti amori,
ho contratto molti baci,
e redento i miei rancori
ma mi piaceva posare i miei giorni sopra i tuoi.

Tu sei fatta di vento

Mi piace immaginarti
seduta di fronte a me
in una tavolata felliniana.
Mi fai pensare
ad un’enorme tavolata felliniana di campagna,
di quelle con la tovaglia a quadri;
spesso mi rimandi a questa immagine:
il tuo vestito antico,
così leggero
che sembra fatto di vento come te,
i tuoi piedi scalzi,
il tuo sguardo malandrino,
la tua sigaretta incerta
appesa all’angolo delle tue labbra,
la tua voce bambina,
le tue mani piccole e veloci,
il tuo sguardo distratto,
come distratta sembri tu.
Sembri.
Un’enorme tavolata felliniana, sei.
Tutta quella gente al nostro convivio
e tu che mi sei l’unica scenografia.
Il grano brucia al sole,
come io brucio alla tua luce.
Equazione Naif.

Posso tenerti?

Tu
dimmi,
mi hai visto?
Conservo tutto,
ho granelli di polvere
che ho raccolto dalle tue cose.
Ho granelli di polvere di ogni tipo.
Terrò da parte i disegni che le ombre
disegnavano sulle tue guance
ogni volta che per me
smettevi di brillare.
Posso tenerti?
Non puoi
sempre
dirmi
no.

Vieni a visitare il mio dolore

Vieni a visitare il mio dolore,
conservo le sante reliquie
delle volte in cui non ho capito.

Ho un bellissimo affresco
di Myriam che mangia il mio cuore
mentre io le bacio le parole.

Poi c’è un’enorme collezione
di piccole gocce cristallizzate
cadute sulla foto di Sonia,

lei stessa le raccolse
dopo aver coperto il sole
mentre mi allargava la cassa toracica.

Vieni a visitare il mio dolore,
ma devi pagare il biglietto.
Costa quanto una carezza data male.

Anzi, fai una cosa,
prenditene cura tu.
Io vado a morire più in là
come i cani.