Tu sei fatta di ragazza

Tu sei tutta ragazza,
tu sei fatta di ragazza.
Hai la pelle di ragazza,
il sorriso di ragazza,
le mani di ragazza,
la schiena di ragazza,
la curva della nuca di ragazza,
i capelli di ragazza,
i pensieri di ragazza,
la voce,
il tuo occupare lo spazio fisico nell’aria,
il tuo sbattere di ciglia,
i baci,
le carezze
e la rabbia di ragazza,
le orme che lasci sulla sabbia
sono di ragazza,
hai le caviglie di ragazza,
hai i ricordi di ragazza,
le scarpe di ragazza,
i nei di ragazza,
il profumo
e il seno di ragazza,
il sonno di ragazza,
i fianchi lievi di ragazza,
hai persino il sapore di ragazza,
ma il tuo amore
quello,
non è di ragazza,
non lo è più
e per questo
se puoi,
perdonami.

Piede

Che la sua vita sarebbe stata tutta un lottare lo capì fin dal primo contatto con la luce, nello specifico il momento in cui fu afferrato e tenuto in aria, così, penzoloni, per svolgere la procedura solita che comporta l’essere partoriti.
Immediatamente venne il momento di crescere. Ogni cosa, dopo pochi giorni, gli andava stretta e scomoda. A malapena riusciva a tenersi sù.
Solo dopo un paio d’anni conobbe la comodità, quando, una volta imparato a camminare si disse che, per tutto il resto della vita, non sarebbe stato male continuare a farlo. Insomma, come si dice, ci prese gusto.
Sviluppando il concetto di simpatia e antipatia, cominciò a farsi piacere e non piacere tutto ciò che incontrava, sfiorava, vedeva e calpestava. Sì, proprio così: cal-pe-sta-va.
Stiamo parlando di un piede.
Anzi, di Piede. Di chi sennò?!

Piede era un piede destro, tranquillo e sottomesso. Del resto, non poteva farci granché. La vita di un piede esclude quasi del tutto il concetto di riconoscenza. Specie quando sei il piede destro di uno che non è mancino.
La lotta di Piede (perché stiamo parlando di una vera e propria sopravvivenza), consiste nella sua quotidianità.
La giornata inizia col suo fare i conti con la coperta che va via, poi il trauma del toccare terra e sperare che, per quel giorno, possa essere lui “il piede giusto”, successivamente la doccia che gli scrosta di dosso tutto l’intorpidimento conquistato durante la notte, che poi è l’unico momento di vero riposo per lui (tranne quando il gemello gli si butta addosso e ci rimane all-night-long, eccome se ci rimane), solo dopo viene il dramma delle calze (a pois, a rombi fucsia, a strisce oblique multicolor o con gli smiles) e i mocassini (arancioni scamosciati, blu col pendente a forma di baffi, telati finti-strappati o con la cordicella marinara tutta attorno), che il padrone hipster decide quotidianamente. Piede, in questo periodo della sua vita, se ne va all’università. Lì, incrocia piedi di quasi tutti i tipi e lui, che ha una certa sensibilità alla pulizia, non sopporta sono fondamentalmente di 3 categorie: i piedi freakettoni con i sandali anche a Gennaio, i piedi con la vena grossa, costretti a stare in tensione a causa del tacco 12 che ha imposto loro la padroncina di turno e infine quei poveretti che urlano pietà dall’interno degli anfibi che li torturano. Tornato a casa per pranzo, ovviamente a piedi e dopo aver sfiorato per tutto il tragitto i prodotti gastrici di cani e piccioni, non gli viene concesso neppure per qualche minuto di farsi coccolare un po’ dalle pantofole sformate e così poco coerenti col personaggio che si è costruito il suo superiore che subito dopo pranzo.. si va fuori! A casa dell’amico del padrone, Piede, può di solito concedersi un pisolino, ma solo fino a che il Lui non si lamenta del formicolìo muovendo tutta la gamba, spesso anche schiaffeggiandola. Lì sono sempre in quattro: Piede, il suo gemello e i due appartenenti all’amico de il Lui. Vestíti bene, per carità, con quelle Converse gialle semplici e non sporcate apposta per farle più vissute ma, per i suoi gusti, si muovono troppo. Un paio d’ore lì, a fare chissà cosa (c’è sempre una nebbia strana in quelle stanze), e poi di nuovo a casa. Finalmente pantofole! Il sollievo di Piede, a quel punto, comanda al cervello il rilascio di dopamina. A volontà. Il Lui s’addormenta e poi viene la sveglia del suo cellulare a ricordare a Piede e al suo socio di rimettersi in attività, sopportando questa volta chissà quale mise per chissà quante ore e vivendo chissà quali situazioni improbabili e scomode. Quindi, SI ESCE! A tarda sera, una volta tornati a casa, Piede, sviene così come il suo padrone e tutto ricomincia (esclusi festivi).
Insomma: una vitaccia!

Piede ne potrebbe raccontare di avventure. Come quella volta in cui, d’Estate, in spiaggia, si trovò davanti a due piedi di ragazza. Piccoli, sporchi di sabbia e bagnati. Ci rimasero per un po’, dopo di che si puntarono, sprofondarono per qualche centimetro e improvvisamente si alzarono, come se stessero prendendo il volo. Ma non erano in volo, no, semplicemente il Lui aveva afferrato quella ragazza dalla sua piccola vita perché, ai piani superiori, stava svolgendosi un primo bacio.
Un’altra volta ancora, anni prima, il Lui, nella palestra della scuola elementare, finì per tramortire Piede. Prese a calci una palla da basket e.. AIO! Seguirono tre/quattro giorni di cure, ma prima che il dolore fosse passato del tutto, si tornò alla vita di sempre; fatta di mignolini sbattuti agli angoli dei mobili, storte, calpestamenti vicendevoli e d’estate, gli scogli appuntiti su cui il Lui si arrampicava per tuffarsi assieme agli altri padroni di altri piedi.

Nella vita di Piede, ad un certo punto, successe un incontro. Successe perché non se l’aspettava, almeno con quelle modalità.
Era in un locale electro-chic perché il Lui, in quel postaccio, avrebbe incontrato una Lei appartenente a una delle 3 categorie che lui proprio non sopportava, ovvero il piede con la vena grossa.
Piede, stanco e debilitato, viene poggiato al suo gemello sinistro, così, accavallato. All’improvviso la tensione e la postura dritta. Al che Piede pensa “eccola, la vena grossa sarà nei paraggi”. Il Lui si sposta di quarantacinque gradi e.. una carrozzella. No no no no, non quelle per metterci dentro i bimbi e i rispettivi piedi, proprio una carrozzella per adulti.
Piede si ritrova davanti un altro piede, ma immobile, sul reggi-gambe della sedia a rotelle.
Gli pare, però, da una seconda impressione, di aver già visto quelle scar.. ..le Converse gialle!
Rimangono ferme, pensa.
Si muovevano troppo, pensava.
E adesso?
Ferme.

Ipnotizzato dalla situazione che s’era palesata, ha giusto intravisto, senza che si girasse o che spostasse la sua posizione, il tacco 12 avvicinarsi e allontanarsi in un momento.
Piede e le Converse gialle rimasero di fronte l’uno alle altre per una mezzora buona. Poi il Lui, velocemente, prese la strada di casa. E ciò che bagnava Piede, non era pioggia.

Piede quella sera pensò a ciò che aveva sempre considerato una sfortuna. Essere giù, in tutti i sensi. Dover subire gli ordini dalla testa, sempre sottomesso, mentre le mani possono toccare il cielo e avere la possibilità di amare. Le spalle possono dire la loro, sollevandosi e riabbassandosi. E il collo, torcendosi, ha la possibilità di sentenziare Sì e No, proprio come la bilancia della giustizia. Ma un piede? Ma.. Piede?

Piede si rese conto, a differenza di mani, piedi, spalle e testa, nonostante tutto, che possedeva la libertà di andare lontano, anzi, lontanissimo.
E lontanissimo, con lui, poteva portarci le scelte di tutta una vita.

Con i palmi chiusi a conca

Mi ricordo che da bimbo
non riuscivo a contenere
l’acqua nelle mani;
 
guardavo i grandi che bevevano
tutti appresso alla fontana
con i palmi chiusi a conca.
 
L’acqua non cadeva
tra le dita non si perdeva,
piuttosto dissetava.
 
E proprio non capivo
perché non ci riuscivo
e poi mi raccontavo
 
«magari ho dita piccole,
che l’acqua se ne fugge»
e non mi rassegnavo.
 
Ogni volta riprovavo,
mettevo le mie mani
con i palmi chiusi a conca.
 
La fontana era una madre
che quietava ogni sete
e mai si lamentava.
 
L’acqua che scorreva
si prendeva pure il tempo
che, ahimè, intanto gocciolava.
 
Scordai quella faccenda,
che non ebbi a ricordarmi
fino a molti anni dopo.
 
Oggi invece è lutto grande,
la fontana è già smontata
e nessuno è al capezzale.
 
«Le mie mani sono queste»,
le ho girate un po’ nell’aria
e ho provato a bere quella.
 
Sono adulte le mie dita
che ora sanno contenere
senza perdere una goccia.
 
Sarebbe bello se ci fosse
in ogni scuola e in ogni classe
una fontana come quella,
 
sarebbe bello se ci fosse
e che s’insegnasse a tutti come bere
con i palmi chiusi a conca.

Il nostro fiato stropicciato

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli,
avere cura della tua stanchezza.
Non c’è niente di più reale
della tua stanchezza.
Voglio reincontrare le tue gambe
sul tuo divano
alla Domenica sera.

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli;
portarti al sicuro nel tuo letto Ikea.
Non c’è niente di più ricordato,
dai miei ricordi,
del tuo letto Ikea.
Voglio conoscere il tuo smalto
che si consuma
sulla lava incandescente della noia.

Voglio essere la casa dei tuoi sbadigli
perché una volta ti ho guardata dormire
sul fogliame dei nostri vestiti
ancora caldi,
con i nostri odori ormai tutti consumati,
il nostro fiato stropicciato
e l’aria che brillava fuori dalle persiane.
Quella volta ho protetto il tuo riposo,
e baciato il tuo ultimo sbadiglio
prima che ti addormentassi.
Era Domenica sera
e da allora,
la sera,
sei tu.

La superficie della tua bellezza

Ormai la notizia è ufficiale: l’Ente Internazionale per lo Studio dei Movimenti Interstellari non riesce a calcolare la superficie della tua bellezza.

Un nuovo comunicato stampa è stato diffuso questa mattina mettendo in chiaro i dati sulla capacità della tua pelle di assorbire la luce e di irradiarla donando calore al mio cuore. Nonostante le ricerche, nessuna delle diverse comunità scientifiche impegnate nell’impresa di scoprire il movimento aureo del tuo sbattere di ciglia, è giunta ad un risultato certo e definitivo.

Il presidente dell’EISMI non ha voluto rilasciare commenti a tal proposito, si è limitato, durante l’incontro con la stampa, ad affermare l’assoluta inspiegabilità del fenomeno gravitazionale che porta le mie mani a dover orbitare attorno al tuo corpo.

A quanto pare, a detta degli esperti esterni all’EISMI, ci vorranno ancora 100.000.000 – centomilioni – di secoli per riuscire calcolare la superficie della tua bellezza.

Il tuo modo di gesticolare

La timidezza è il tuo sguardo che si toglie dal mio.

E fa bene il tuo sguardo a togliersi dal mio.

La timidezza è il tuo modo di gesticolare

come se tra me e te ci fosse un confine di vetro

che non valichi mai.

La timidezza è tu

che Donna ti ergi

al cospetto delle mie mani

come un obelisco

fatto di carne e dinamite.

Le parole che avevo messo da parte per te

Lo vedi?

Il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

se n’è andato per terra.

Sono inciampato

sul tuo silenzio

e il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

s’è schiantato a terra.

 

Ora,

stanotte ha piovuto molto,

il marciapiede fradicio

ha reso le parole

irriconoscibili.

Si sono unite,

bagnate com’erano,

in una poltiglia di sillabe,

accenti,

punti,

virgole,

parentesi,

vocali,

consonanti

e maiuscole.

 

Ho raccolto

quello che c’era da raccogliere.

Sono tornato indietro,

ho aperto casa,

poggiato la palla di parole,

il cesto

e le mie intenzioni

sul tavolo della cucina.

Poi mi sono accucciato sul tappeto

accanto al tavolo della cucina,

come faceva il segugio

che è il tuo sesto senso,

quando mi dicevi

che t’avrei lasciata

perché io sto bene

solo da solo.

E io ti rispondevo che no,

che dici,

ma dai.

 

Lì mi sono addormentato,

sul tappeto accanto al tavolo della cucina,

mentre gocciolava sulla mia faccia

il sidro

delle parole che avevo messo da parte per te.

L’orbita

Kodak ColorPlus187

Ho coperto le mie mani di buone intenzioni.

Inizialmente sono riuscito a convincerle.

Credevo quasi di averle distratte.

Poi è esplosa una supernova.

Ne volavano i brandelli.

Volevano afferrarli.

Ora sono pianeti.

Le mie mani.

Attorno a te.

Diventano.

L’orbita.

Infinita.

La mia idea di Alessia

Eravamo tutti dodicenni o giù di lì. Giù di lì nel senso che potevamo avere meno di dodici anni, non di più. Tranne uno, Mauro, che di anni ne aveva tredici.

C’era l’abitudine di giocare nel cortile sul quale si affacciavano gli alveari che, per pigrizia e convenzione linguistica, vengono chiamati Case. Caseggiati. C’era una gerarchia fondamentale, i più grandi che le davano, i più piccoli che le prendevano e poi quelli come me, che nel mezzo né le davano, né le prendevano. Forse qualche volta le ho date anch’io, ma non le ho avute. Forse sì, ma probabilmente non riesco a ricordarmelo per l’abitudine ammaestrata che ho di rimuovere tutto ciò che di pessimo mi accade.

Si giocava a biglie provocando un buco nell’asfalto del parcheggio con dei pezzetti di ferro trovati qua e la’. Si giocava a lunga con le figurine dei calciatori Panini. Si giocava a calcio con le regole inventate, esistevano clausole come alta e giocassolo. Si giocava a litigare. Si giocava a parlare delle ragazzine. Si giocava a creare i falò per la notte di S. Giuseppe, quando si lavorava fianco a fianco con i più grandi, ragazzi di quattordici e anche quindici anni, che ai nostri occhi erano vecchi saggi, con chissà quali responsabilità planetarie. Si giocava a fare le crocette intrecciate con i cuori di palma, da vendere a Pasqua di porta in porta. Una volta arrivai a mettermi in tasca la bellezza di quattordicimilalire, un patrimonio. Ricordo che, il giorno dopo, con quei soldi andai di corsa a comprarmi un gioco per il Game Boy. Insomma, si giocava.

Poi da Mauro arrivò l’idea che fece tremare le gambe a tutti noi pivellini: una festa con le ragazze.

La chiesa del mio quartiere fittava delle stanze che aveva dalla parte del convento. Proprio alle spalle dell’abside. Non a scopo abitativo, ci facevano piccole feste, riunioni, corsi e il catechismo. L’inspiegabile catechismo. Non riuscivo proprio a capire come mai Gesù avesse detto delle cose in un libro e noi ne dovessimo studiare un’altro. Il catechismo della Chiesa Cattolica, appunto.

Mauro, con altri due ragazzini andò a parlare col sagrestano per sapere come si potesse fare per occupare quelle stanze per una sola sera e quanto ci venisse a costare. Suo cugino più grande aveva già festeggiato il suo compleanno lì e lui notò che c’era già lo stereo. Fondamentale. Il fine ultimo era ballare con le ragazze, visto che di farci dei discorsi sarebbe stato assurdo. A malapena le conoscevamo di vista, figuriamoci parlarci. Le conosceva Mauro, lui ci scambiava addirittura due battute quando capitava loro di passarci vicine. Era forte Mauro, un uomo. Mica come noi altri.

Tornando, ci disse che si poteva fare e avevamo una settimana per organizzarci. Che poi, organizzarsi, per quel poco che c’era da fare. L’organizzazione consisteva nel cercare la musica adatta, i giochi da fare e la roba da bere. Per il cibo, chiaro, avremmo mangiato ognuno a casa propria. Alla fine le mamme si occuparono di comprare qualche Fanta, Coca Cola e 7up. La 7up!

Doveva essere Primavera, perché le nostre magliette si inzuppavano con una facilità estrema. Non era Estate, perché altrimenti le magliette non le avremmo avute neppure.

In quella settimana quasi me ne dimenticai, della festa. Per giorni non scesi a giocare perché mi venne una cosa che il medico chiamò ringotracheite. Quasi mi piaceva ringotracheite, mi sembrava di essere uno dei Beatles. Che stronzata!

Arrivò il Sabato. Il pomeriggio, dopo i compiti che dal sottoscritto spesso e volentieri venivano rimandati mollemente alla Domenica sera, scesi giù. C’era un nervosismo che percepii come comico prima e allarmante poi. Tutti con le buste. Aspettavamo Mauro. Mauro arrivò. Senza neppure il suono di uno scappellotto ci mettemmo sulla strada che portava al luogo dove avremmo tenuto la festa. Delle ragazze che ci sarebbero state ne conoscevo solo un paio. Conoscevo, parolona. Diciamo che avevo nella mia testa la loro immagine perché anni prima frequentavamo lo stesso asilo.

Fummo lì. Uno stanzone bello grande. Pareti gialle e soffitto bianco. Due lampadine segnavano i punti luce, penzolavano attaccate direttamente ai fili della corrente. Ogni volta che uno entrava sbattendo la porta, si mettevano ad oscillare. Qualcuno cominciò a farlo apposta.

Fabio spazzò il pavimento con la scopa che trovammo lì stesso.

Leo con la paletta raccoglieva e buttava ciò che Fabio spazzava nel grande cestino che si trovava subito di fianco all’ingresso.

Io, con Piero e l’altro Fabio, sistemai i tavoli. Erano ripiegabili, di legno e ci guardavano dal fondo della stanza. Li portammo al centro. Li aprimmo. Li sistemammo per lungo, come a formare un’isola al centro della stanza. Srotolammo la tovaglia di carta, aveva un motivo con delle ciliegie. Posammo i piattini, li riempimmo con delle patatine e poi fu il turno delle bibite. Ebbene. C’era, tra il resto, una confezione di 3 Peroni da 33. Ci guardammo increduli, poi assieme ci voltammo verso Mauro. Ci guardava. Sorrideva. Capimmo.

Si fecero le 18, cominciava a tramontare. Io avevo addosso un paio di pantaloncini jeans strappati qui e lì, di quelli da battaglia. Li usavo quando c’era da far casini giù in cortile. Le gazzelle rosse che mi feci comprare un paio di mesi prima perché le aveva mio fratello. Già distrutte. E una t-shirt. La t-shirt era di un inserto mensile che usciva con un qualche quotidiano o settimanale. TUTTO MUSICA. Era bianca. Sopra c’era disegnato un grosso orologio con al posto delle lancette, chitarre. La scritta TUTTO MUSICA era composta come quella di Never mind the bolloks dei Sex Pistols, con delle lettere prese da giornali, ritagliate e messe una di seguito all’altra a formare le parole. Durante l’apertura dei tavoli, però, non riuscendo a sganciare il meccanismo che teneva chiuse le due parti piegate, mi tagliai. Giusto qualche goccia di sangue Una ferita da nulla che prontamente tamponai con la maglietta di TUTTO MUSICA. Lo feci perché eravamo tutti d’accordo che, ad una certa, avremmo lasciato tutto pronto e ci saremmo concessi una mezzoretta per andarci a lavare, prima che fossero arrivate le 19. Orario dell’appuntamento.

Macché, Mauro si andò a lavare mentre noi sistemavamo le ultime cose e non tornava. Qualcuno doveva pur rimanere lì a sorvegliare la situazione. Gli altri pure, una quindicina di minuti dopo che Mauro se ne fu andato, piano piano cominciarono a dissolversi come il fumo di una sigaretta con la bora. Rimasi lì spazientito. Fuori qualcuno aveva sistemato uno stereo. Uno di quelli seri. Aveva persino il lettore per i Compact Disc. Lo stereo fu sistemato all’esterno perché li avrebbe avuto luogo il clou della festa. Il gioco della spazzola. Con la musica. Con le ragazze. Vagamente avevo intuito di cosa si trattasse.         Mentre pensavo a come si sarebbe potuto svolgere il tutto, in quale successione sarebbero avvenute le presentazioni, il ballo, il gioco e le bibite, ecco Mauro.

“oh! ma solo io ‘sto ancora così.. che cà.. ” – dissi.

“Embhè!?”

“EH! Tutti a lavarsi a cambiarsi e io così, con la maglia sporca di sangue, tutto sudato e sono quasi le sette.. ”

“Embhè!?”

“Che embhè!?”

“Stai beeeeneeee. Il sangue neppure si vede, sembra faccia parte della maglia. Sineee, stai bene cosìììì.. ”

“Così!?”

“Così, sì, stai bene. Capirai”

Non capii quel ‘capirai’, me lo buttai alle spalle come non fosse importante e decisi che sì, sarei rimasto così, tanto ..

Arrivarono gli altri. Forse non avevo mai visto tutti i ragazzi del quartiere così tirati. L’altro Fabio aveva addirittura il gel. Ai miei occhi avrebbero tutti potuto presentare la grande notte degli Oscar.

Cominciarono ad arrivare le ragazze. Alcune accompagnate dai genitori fin dentro, fino al cortile di fronte allo stanzone. Le 3 birre, furono nascoste. Neanche fossero droghe pesantissime.

Le presentazioni non furono fatte.

Mauro le conosceva tutte.

Tutte conoscevano Mauro.

Tutte guardavano Mauro.

Mauro guardava tutte.

Noi altri rimanemmo un po’ in là.

Piano, prima le ragazze, poi noi, ci avvicinammo al tavolo. Mangiammo quel poco di patatine che le ragazze ci avevano gentilissimamente lasciato. Cominciammo a bere ciò che c’era da Bere. Mauro parlava con Chiara, la ragazza più bella. Lo guardavamo con ammirazione. Sembrava essere un uomo navigatissimo. Sapeva come guardarla, perché lei delle volte arrossiva vistosamente. Chissà cosa si dicevano. Mauro tirò fuori la prima birra. La bevve in mezz’ora. Dopo la seconda andò ad alzare la musica. La musica. Con la emme minuscola. Io ero abituato ad ascoltare mio padre che la Domenica mattina ci svegliava tutti mettendo sul piatto del giradischi il Bolero di Ravèl. Mio fratello che si sparava a palla Nirvana, Sex Pistols, Pearl Jam e Soundgarden. Mia sorella fissata di Vasco e Carboni. Mia madre che tra Modugno, Mina e Battisti me le cantava tutte fin da bambino. Ero certo di poterla chiamare musica con la emme minuscola. Microscopica, anzi. Ricordo, a coronamento della qualità musicale della quale si stava facendo scempio, gli 883. Già, gli 883. C’era addirittura un loro cd O R I G I N A L E su quello stereo maledetto.

Insomma, la cosa scivolava così. Alla t-shirt da schifo, non ci pensavo neppure più.

 

“Allora .. ” – urlò Mauro salendo su una sedia di plastica – “.. mo facciamo il GIOCO DELLA SPAZZOLA!” – il nome del gioco lo gridò fortissimo.

Nessuna reazione. A Mauro non importava.

“Create le coppie!” – proseguì, e come se avesse parlato l’imperatore dell’universo, con tutto l’imbarazzo del mondo, ognuno prese a sé una delle ragazze. Mauro mi si avvicinò e mi porse la scopa utilizzata da Fabio un paio d’ore prima per pulire la stanza. Poi mi fece – “Questa sarà la nostra spazzola, comincia tu!” – mi sorrise e io rimasi con la scopa a mezz’aria.

Il gioco della spazzola consiste nel creare delle coppie. Si danza. Uno rimane fuori, con la spazzola in mano, gira per le coppie che ballano, sceglie la ragazza con cui fare coppia e da la spazzola al ragazzo che sta danzando con lei. A quel punto, colui che ha ricevuto la spazzola dovrà cercarsi un’altra ragazza, che non sia quella appena lasciata.

Nonostante la musica non fosse propriamente ballabile, tutti se ne stavano avvinghiati come se stessero facendosi il lento più lento della storia dei lenti. Sembrava nelle orecchie avessero degli auricolari da cui fuoriusciva tutt’altro.

Cominciai a girovagare tra quei ragazzi infighettiti e quelle ragazze profumate. Mi sentivo fuori luogo. Praticamente, lo ero.

Porsi la spazzola/scopa all’altro Fabio. Non perché avessi particolarmente notato la sua partner. Lo feci semplicemente perché sapevo che l’altro Fabio non mi avrebbe sputato addosso nessuno sguardo micidiale, non avrebbe fatto commenti e un po’, avrebbe capito la situazione. Mi avvicinai e lui capì, neppure il tempo di raggiungerlo e lui s’era già staccato. Sorrise pienamente consapevole della funzione del gioco. Afferrò la scopa.

Non me ne resi conto, quando girai la testa smettendo di guardare l’altro Fabio ero già vicinissimo a lei. La guardai, feci un’esposizione dei miei denti, sarebbe dovuto essere un sorriso. Lei invece, portò dolcissimamente in alto gli angoli della sua bocca. Mosse il mento come per avvicinarmi, sollevò le sopracciglia e io mi sentii sprofondare. Improvvisamente mi ricordai della mia maglietta TUTTO MUSICA macchiata di sangue, del fatto che non fossi tornato a casa a lavarmi come gli altri, del fatto che probabilmente risultai lo sfigatone di turno fin dall’inizio della festa e di tante altre menate. Me ne scordai immediatamente quando lei mi poggiò la sua mano sulla spalla. Quel movimento provocò uno spostamento d’aria profumatissimo. Dev’essere questo l’odore degli angeli – giuro, pensai questa cosa stupidissima. Con la maglietta TUTTO MUSICA macchiata di sangue. Cominciammo a ciondolarci a destra e sinistra, come un pendolo. Io le tenevo le mani sui fianchi, un po’ più in sù. Passò un minuto che sembrò un millennio e lei fece pressione con la sua mano. Capii, non so come, che potevo avvicinarmi. Capii che non si ballavano così i lenti. Capii che probabilmente, ad un certo punto, avrebbe addirittura potuto poggiare il suo viso sulla mia spalla. Con la maglietta TUTTO MUSICA macchiata di sangue.        Le mie mani si mossero naturalmente, con l’avvicinarmi. Finirono con l’intrecciarsi e si posarono sui suoi capelli. I suoi capelli lunghissimi. Fino al sedere. Per un istante credetti di averglieli tirati leggermente, feci per ritrarmi un poco e le sussurrai uno “scusa!” più veloce della luce. Mi guardò, non le sembrava le avessi tirato i capelli. Arrossii mentre mi rendevo conto che quella, probabilmente, era la prima volta che toccavo i capelli di una ragazza. Non una bambina di cui si millanta l’amore a 5 anni. Ma un’adolescente, una ragazza. Grande quanto me.

“Cambio!” – Piero era dietro di me. Con la scopa.

Lasciai andare i fianchi di quella che poi scoprii chiamarsi Alessia.

Il resto fu inutile, non ricordo neppure le altre ragazze con cui ballai. Ormai ero un esperto del lento, dopo Alessia.

La festa finì dopo circa un’ora buona. Comunque non ricordo nulla di ciò che ci fu dopo. Probabilmente facemmo quel gioco fino alla fine, ma non m’importava. Neanche per niente!          Tornai a casa, buttai la maglietta TUTTO MUSICA macchiata di sangue nel cesto delle robe sporche nel bagno di servizio. Corsi in camera. Presi un blocchetto di fogli e cominciai a scrivere:

 

“Credo di essermi innamorato.. lei si chiama Alessia.. e non saprà mai niente.. è bellissima, ha i capelli lunghi fino al sedere e mi guardava. Mi sono innamorato.. “.

 

 

Posso dire che il fatto di essermi innamorato per la prima volta coincide con il momento in cui ho ballato con una ragazza, la prima volta. Le ho annusato i capelli per la prima volta. Le ho sfiorato i capelli, per la prima volta. Mi ha abbracciato, per la prima volta. Mi ha sorriso una ragazza, la prima volta. Ho scritto le mie emozioni, per la prima volta. Ho annusato la sua pelle, per la prima volta.

Il giorno dopo, pur consapevole che la cosa sarebbe finita in una nuvola di fumo, fui felicissimo. Fui felicissimo per l’intero mese. Fui felicissimo, fino a che non mi accorsi che mia madre aveva gettato la maglietta TUTTO MUSICA perché macchiata di sangue. Avrei voluto metterla ancora, per possedere la sensazione, l’illusione di sentire il profumo della sua pelle.          Non la rividi più.

Tempo fa mi aggiunse su facebook.

Lei mi aggiunse su facebook.

Io non la riconobbi, ci parlammo per un po’. Ci dicemmo delle amicizie in comune. Guardai le sue foto e.. Alessia. Non l’avevo riconosciuta. Le dissi tutto. Lei non ricordava. Nulla di nulla. Era ancora più bella.

La mia idea di Alessia era più forte della realtà.

Ho perso

L’ho guardata e sono uscito.

Avevo l’immagine di lei fissa lì, come l’ultimo fotogramma dell’ultima pellicola dell’ultimo film al mondo.

Era stesa sul divano, guardava fiera quello che restava sul letto, guardava fiera quello che avrei dovuto ancora mettermi addosso per dirmi vestito.

– Così te ne vai.

– Così me ne vado.

– E cosa rimane?

– Nulla rimane, so cosa ho lasciato, ma non rimane niente.

– Niente?

– Niente! Quello che mi hai dato è stato solo quello da cui sei voluta fuggire.

– Ma che dici? Discorso da telenovela.

– Sarà, ma le telenovela dovranno pur essersi ispirate a qualcosa.

– Stronzate!

– Comunque non è vero..

– Cosa?

– Quello che tu pensi di me, adesso.

– E cosa penso di te adesso?

– Pensi che io sia quella lì, quella che non ti conosce, che è così e basta, che finisce tutto.

– Mi hai detto mille cose prima, tutti i discorsi che facevi, tutto quello che dicevi di adorare di me: la voce, lo sguardo, i movimenti delle mani, le parole. Ma dopo tutto non rimane nulla. Perché dopo tutto quello che abbiamo desiderato resta sempre nulla. Hai mai visto un bambino che dopo la sorpresa non ne desidera un’altra?

– Che centrano i bambini ora?

– È così, dai, restiamo così, ne abbiamo parlato. Abbiamo tutto dei bambini, tranne l’arrendevolezza.

– L’arrendevolezza?

– Sì, l’arrendevolezza. I bambini si arrendono alla loro età, noi invece non abbiamo niente a cui dare conto. Ti sembra poco?

– Io mi sto rivestendo. Abbiamo fatto l’amore. Perché tu sesso, questo, non puoi chiamarlo. Riesci a chiamarla arrendevolezza?

– No, ma restiamo bambini. Non hai voluto quello che desideravi?

– Affatto.

– Cosa desideravi?

– Te!

– Nooooo, non desideravi me. Desideravi l’idea di me.

– L’idea di te sei tu. Non dire cazzate. Tu sei quello che sembri, mai il contrario. Noi siamo sempre quello che sembriamo. Non abbiamo nessuna possibilità di essere quello che siamo davvero. Altrimenti sarebbe come se tu mi avessi detto di rimanere con te, per sempre, ora.

– Per sempre?

– Vedi!? Non sai essere quello che vuoi!

– Hai bevuto troppo.. io dico.

– Io dico, invece, che tu adesso saresti dovuta essere il mio corpo.

 

Lui se ne andò, lasciò il suo odore e niente più.

Lei si alzò, aprì la finestra, il fresco della notte le colpì il seno e piano, schiuse le labbra sussurrò – ho perso.