Col sole alto

Il molo di una città sconosciuta
e la cocacola pretesa
due sedie di paglia
– ho lavorato in Italia, sbarcavo sigarette –
fece il cameriere albanese
– una volta lo scafo prese il fuoco.
Mi sono trovato solo solo nel mezzo dell’Adriatico –
e poi?
– e poi dopo assai ore, col sole alto che m’abbruciava, arrivò un peschereccio greco. Cosa volete ordinare? –
Le minuscole migrazioni che hanno coinvolto
le estremità dei nostri polpastrelli
hanno permesso le carezze
che si ricordano meglio dei baci.
Col sole alto
andammo via dal molo di una città
di cui non conoscemmo mai il nome.
Del resto è questo, non altro, quello che è successo nel divenirci:
ormeggi troppo sottili
scialuppe senza timone.

Più di un sole

Poggia i sassi
uno a uno sulla sabbia
mano a mano che li dipinge.
Non riesco ad afferrare l’immagine
ma mi sembra la stessa per ogni pietra:
un vago fondo azzurro che si spezza a metà
poi una striscia gialla e un punto bianco tra i due.
La luce attorno è così forte che sembra provenire da
più di un sole [è la salsedine che appesantisce l’aria fresca].
Allora penso al petrolio per sporcare la delicatezza, all’atalante
all’equilibrio inquinato: inquieto, acquattato e poi ancora inquieto.
Voglio voler esistere nella curva infinita per saper mai cos’aspettarmi.

Come ti stavo dicendo

Come ti stavo dicendo prima che m’interrompesse il disappunto tuo per il desiderio mio di te e che fossi scaraventato fuori dalla galassia che abiti, ecco: ti amo. Non è che volessi toccarti le ciglia, a questo mai mi sarei permesso di ambire, solamente mi avrebbe procurato del privilegio il fatto di avere un po’ della tua anidride carbonica in me, il feticcio di respirare l’aria che tu hai già respirato. Non so se lo sai, ebbene, l’anidride carbonica provoca sonnolenza. E io, quando l’esplosione mi ha sputato fuori dal cosmo, stavo appunto dicendoti, ecco: se mi appisolo non è una scusa per poggiare la mia testa sulle tue cosce. Conoscevo la tua pericolosità, cioè, nel senso, me la immaginavo, ma non pensavo che avvicinandomi con la testa di qualche centimetro potessi innescarti. E invece. Quella maledetta anidride carbonica, m’ha reso il servizio. Tutta colpa sua. Tutta colpa dell’anidride carbonica. La testa ha cominciato a pendolare e io che avevo gli occhi chiusi a concentrarmi, a goderti, a gustarti, a respirare il tuo respiro, ho formato un’ellisse che mi ha attratto alla tua orbita. Un casino insomma, facevo per esserti satellite e invece sono deflagrato in un boom di meteoriti piccoli piccoli. E tutto questo, tutto ‘sto tutto, perché volevo dirti senza urlare che, ecco: ti amo.