I tuoi fiori

C’è una piantina in un grande vaso di terracotta, all’ingresso
l’ha portata il giardiniere almeno quattro mesi fa
da lui è stata innaffiata per un paio di mesi
s’è impettita di verde e vestita di fiori.
Il giardiniere poi
tutto occupato con il nuovo roseto
ha cominciato a dimenticarsene;
la piantina quindi s’è seccata
così ho preso a metterle l’acqua che Shiro
faceva avanzare nella ciotola:
qualche goccia al mattino e poi di nuovo a sera
senza speranze di sorta
[né ho avuto mai il pollice verde].
Oggi
mi sono ritrovato a toglierle di dosso
i vecchi rametti secchi:
di nuovo i tuoi fiori fucsia
– mi sono sorpreso a dirle –
e nemmeno conosco il tuo nome.

La forma che ha la tua nostalgia nella mia mano

Tieni
– mi disse
con un sottile sfiato di voce
come fosse dentro a un respiro –
questa è la mia nostalgia
tienila tu
io rischierei di perderla
o peggio
stropicciarla
rovinarla
ucciderla.
E comprendi
– aggiunse –
che c’è poco da guardare
nello spettacolo degli uomini
se la tenerezza non è avvinta
stretta stretta
alla nostalgia
nel mirabolare
potrebbe capitolare
e frantumarsi in piccoli cocci d’indifferenza.
Aprii una mano
gliela porsi
– chiudi gli occhi! – mi fece
e io chiusi gli occhi
sentii un piccolo oggetto freddo posarsi sul palmo
e poi le sue mani che chiudevano le dita della mia
con dentro la sua nostalgia.
Adesso voltati – disse –
così ebbe le mie spalle
puoi aprire gli occhi ma non la mano – disse –
così li aprii
comincia a camminare – disse –
così cominciai a camminare
quando arriverai a sentirti lontano abbastanza – disse –
da me
lontano da me
bhè
solo allora
potrai fermarti
aprire il tuo palmo
e guardare la forma che ha la mia nostalgia nella tua mano.
Ci fu molto tempo
che percorsi
prima di sentirmi lontano abbastanza
così tanto tempo
che arrivai in fondo alla notte
nera come il male
come il niente
e allora aprii il palmo
e nel buio denso denso
luccicò
un piccolo elefante di alabastro.
 

Mostrami com’è che si fa la vita

Mostrami
te ne prego
com’è che si fa la vita.
Dove posso trovarla.
sotto quale albero
o cespuglio
o fondale marino.
 
Indicami
ti scongiuro
il punto da cui ti piace la città.
Voglio
mettermi dall’altra parte
e sbracciarmi
e farti-mancare-a-me-stesso-per-poi-ritrovarti.
 
Com’è colorata la tenerezza di cui t’ho amata
e come sono sporchi i cieli sotto i quali non siamo più.
C’è qualcosa di santo nelle tue mani bianche.

Voglio abitarti

La superficie delle acque si quietò
subito dopo che scomparve Atlantide.
 
Non vi fu segno
sulla marea.
 
Nessuno conobbe lo sdegno
per la natura che avvergogna gli uomini.
 
 
 
 
Mi è stata creata,
una volta, Atlantide.
 
Un’isola di oro che profumava
come la resina che
centellina
catinella
dalle nuvole bianche.
 
Sull’ultima vetta dell’atollo che inabissava
dissi:
 
non tuffarti
voglio abitarti
diventa il molo
accoglimi la tenerezza
sapessi cosa mi ha fatto il mondo.

La tua solitudine è inutile

La tua solitudine è peggiore della mia
perché la mia solitudine
è fatta di tante
microscopiche
tue assenze.
La mia solitudine è una parola selvatica
la mia solitudine è maleducata
e se cerchi di addomesticarla
ti uccide la tenerezza,
lo fa per sopravviverti.
La mia solitudine vale più della tua
perché sei orfana della mia solitudine.
La tua solitudine è inutile
e chiacchiera in continuazione.