Mostrami com’è che si fa la vita

Mostrami
te ne prego
com’è che si fa la vita.
Dove posso trovarla.
sotto quale albero
o cespuglio
o fondale marino.
 
Indicami
ti scongiuro
il punto da cui ti piace la città.
Voglio
mettermi dall’altra parte
e sbracciarmi
e farti-mancare-a-me-stesso-per-poi-ritrovarti.
 
Com’è colorata la tenerezza di cui t’ho amata
e come sono sporchi i cieli sotto i quali non siamo più.
C’è qualcosa di santo nelle tue mani bianche.

Come ti stavo dicendo

Come ti stavo dicendo prima che m’interrompesse il disappunto tuo per il desiderio mio di te e che fossi scaraventato fuori dalla galassia che abiti, ecco: ti amo. Non è che volessi toccarti le ciglia, a questo mai mi sarei permesso di ambire, solamente mi avrebbe procurato del privilegio il fatto di avere un po’ della tua anidride carbonica in me, il feticcio di respirare l’aria che tu hai già respirato. Non so se lo sai, ebbene, l’anidride carbonica provoca sonnolenza. E io, quando l’esplosione mi ha sputato fuori dal cosmo, stavo appunto dicendoti, ecco: se mi appisolo non è una scusa per poggiare la mia testa sulle tue cosce. Conoscevo la tua pericolosità, cioè, nel senso, me la immaginavo, ma non pensavo che avvicinandomi con la testa di qualche centimetro potessi innescarti. E invece. Quella maledetta anidride carbonica, m’ha reso il servizio. Tutta colpa sua. Tutta colpa dell’anidride carbonica. La testa ha cominciato a pendolare e io che avevo gli occhi chiusi a concentrarmi, a goderti, a gustarti, a respirare il tuo respiro, ho formato un’ellisse che mi ha attratto alla tua orbita. Un casino insomma, facevo per esserti satellite e invece sono deflagrato in un boom di meteoriti piccoli piccoli. E tutto questo, tutto ‘sto tutto, perché volevo dirti senza urlare che, ecco: ti amo.

Ma io?

Ma io?
Io non ho niente per te.
Le poesie che hai letto
i romanzi
le storie di cui fai parte
non ho niente per te.
Cosa ti aspetti?
Non aspettarti le sceneggiature
di un film che non guarderai mai.
Chi fa il finale sei tu
chi mi guarda sei tu
chi sa com’è meglio sei tu
io posso solo virare la rotta della mia storia.
Ma guardami
io ho solo un po’ di terra
e una vanga
e il privilegio di poterti estirpare
tutte le volte che voglio.

La clemenza rara della natura

La strada è un fiume in piena,
esonda:
io qui,
tu lì.
Ti guardo sull’altra sponda
come si guarda la felicità altrui.
 
Questo fiume si quieterà,
avrà la clemenza rara della natura.
Un altro poco e mi volterò,
d’ora in poi guarderò il muro,
ti aspetterò così,
ti darò le spalle,
perché non posso contenerti negli occhi
senza tenerti nelle mani.
 
Questo fiume si quieterà
e se vorrai guadarlo
le mie spalle saranno pronte
ad avvertire
finalmente
il tuo abbraccio.

Sotto una quercia

Ho cercato

davvero

dappertutto

ma non ho

saputo abbracciare

una quercia

che mi rendesse

il perdono

per essere uomo.

Avrei voluto

trovarci dentro

la vita.

Corpo, gli occhi

Copro gli occhi anche al buio
adesso.
 
Ora che bruci troppo forte
la stanza è illuminata
dalla mia cassa toracica in fiamme.
 
copro gli occhi
corpo, gli occhi
 
Sbircio tra le dita
e va a fuoco il cosmo.
 
Ho le vertigini a stringere il tuo nome.

Voglio abitarti

La superficie delle acque si quietò
subito dopo che scomparve Atlantide.
 
Non vi fu segno
sulla marea.
 
Nessuno conobbe lo sdegno
per la natura che avvergogna gli uomini.
 
 
 
 
Mi è stata creata,
una volta, Atlantide.
 
Un’isola di oro che profumava
come la resina che
centellina
catinella
dalle nuvole bianche.
 
Sull’ultima vetta dell’atollo che inabissava
dissi:
 
non tuffarti
voglio abitarti
diventa il molo
accoglimi la tenerezza
sapessi cosa mi ha fatto il mondo.

Il buio mi fece l’anima di acqua

Ero su un albero altissimo
la mattina fluiva
silenziosa.
 
Il temporale della notte
con la primissima carezza del sole
profumava ancora.
 
Così sentivo i movimenti del pianeta
riuscivo a percepire lo spostamento delle placche terrestri
così come fa il mio sangue ogni volta che si rifugia nel mio cuore.
 
Ero su un albero altissimo
al che l’albero gracchiò
e le sue radici si staccarono dal terreno in un rumoraccio improvviso.
 
Il frastuono echeggiò
ma subito implose nella quiete
nel fruscio del vento tra la fronda del mio ramo.
 
Tutto fu sospeso mentre nelle orecchie si ovattava il vuoto
l’albero saliva così di fretta che superata la prima porta del cielo
sono riuscito a scorgere il cappello del temporale della notte.
 
Quello saliva saliva saliva
non si fermava mica
forse non sa che oltre l’atmosfera non so volare – dicevo tra me.
 
Il gelo del proto-spazio congelò le sue foglie
nell’istante in cui arrivai a toccare il buio
e il buio mi fece l’anima di acqua e deflagrai in una polvere di brina.
 
Ero su un albero altissimo
che mi ha insegnato la notte.
 
Ero su un albero altissimo
volevo solo asciugarmi un po’ dopo il temporale
ma la notte è una madre spietata
e la notte è nera
come nere
sono le mie piume
come nere
sono le mie ali
da corvo.

La tua solitudine è inutile

La tua solitudine è peggiore della mia
perché la mia solitudine
è fatta di tante
microscopiche
tue assenze.
La mia solitudine è una parola selvatica
la mia solitudine è maleducata
e se cerchi di addomesticarla
ti uccide la tenerezza,
lo fa per sopravviverti.
La mia solitudine vale più della tua
perché sei orfana della mia solitudine.
La tua solitudine è inutile
e chiacchiera in continuazione.