L’impronta delle sue labbra sul bicchiere

la verità è che non guardavo le sue mani
guardavo l’impronta delle sue labbra sul bicchiere
 
se non sai ascoltarmi
– diceva –
non fingere di saperlo fare
 
ma io l’ascoltavo
 
angeli della vite
diteglielo voi
che sapete ascoltarmi
mentre ascolto
e annego dentro alla ferita
in fondo al ventre della notte
angeli del luppolo
anche voi
testimoniate
voi che sapete
che nel sogno vi concedete
 
così come gli angeli del distillo
pure loro
lo sanno
come profuma il suo nome
 
diteglielo voi
io non conosco un porto sicuro
nel quale far riposare
la mia flotta sconfitta.

Come imparare un bacio

Provai
molte volte
a baciare la pioggia
ma non riuscii
io non riuscii a trattenerla la pioggia
sulle mie labbra di bimbo.
 
Provai
quindi
alcune volte
a baciare la notte
e non ci riuscii
proprio no
io non sentii posarsi la notte
sulle mie labbra di ragazzo.
 
Ed ecco
ritorno adesso
avendo potuto
essendo state
addomesticate
le mie labbra di uomo
a tentare il tuo bacio.

I giorni vigliacchi

Non restava niente degli anni della tenerezza
– nessuno, nessuno tranne il sottoscritto può sapere
e nessuno può scrivere prima quel che verrà detto poi! –
urlò l’uomo sbattendo un pugno sul tavolo
su cui si posava una striscia di luce pomeridiana
poi guardò la donna bagnarsi di un pianto simile a quello delle bestie
l’uomo attese che finisse di guaire
le si avvicinò
premette il suo petto sul suo seno
e avvolgendola come in una morsa tra le grandi braccia
si fece vibrare addosso le scosse di assestamento del dolore di lei.
 
Quando fu buio
e il fruscìo del traffico serale cominciò a sibilare nell’appartamento
come un gas letale
nessuno accese le luci
la donna e le sue lacrime
si erano abbandonate esauste e scomposte sul divano
il soffitto cominciò a brillare dei luccichii dei fari delle auto
delle insegne intermittenti dei locali

e delle abatjour arancioni nelle case degli altri.

La donna allora aprì pesantemente le palpebre
voltò impercettibilmente lo sguardo verso l’ingresso
e visse giorni vigliacchi
che riempì con la sola cosa che le restava
la sua assenza.

Ho combattuto guerre sotto alla tua pelle

Quante guerre ho combattuto sotto alla tua pelle
e nessuna che io sia riuscito a vincere
nessuna che mi legittimasse
 
da lì sotto, da sotto alla tua pelle
i tramonti non cercavano i poeti
e i poeti non cercavano i tramonti
 
com’era bella l’estate
quando mi riposavo all’ombra delle tue tempie
e stavo e restavo al fresco delle tue palpebre
 
c’è stato quel tempo di pace
io l’ho gustato come una spezia preziosa
per poi armarmi e partire di notte, in silenzio
 
ho combattuto guerre sotto alla tua pelle
ma anche tra le macerie
è bello il giorno che divampa e muore.
 

Rebetiko del naufrago innamorato

Conosco una donna
e le sue croci bianche
la luce è luce nella luce
e fa della vita la vita
 
è un profumo la donna
a cui canto
si fa guardare come una calamità
si fa desiderare come la fortuna
 
bevo il suo cuore
canto con gli anziani
al tavolo del rebetiko:
la zattera per non affondare nella notte
 
i suoi capelli sono origano selvatico
acini d’uva nera i suoi occhi
il suo collo un porto quieto
e alla sera
quando sole danzano le falene
sotto la mia pelle
succede una festa di paese.
 

La tua isola

Ma era la prima volta che sorvolavo la tua isola
ci vedevo le radure e i fuochi e i rottami di chi
ha sorvolato la tua isola prima che lo facessi io
ci vedevo i messaggi che mandavano dall’alto
le richieste di aiuto ancora visibili sulla sabbia
e vedevo macchie nere su tutta la tua superfice
ognuna di quelle è stata un grande fuoco rosso
e tu che sei definitiva come le cose improvvise
non hai avuto nessuna pietà per la loro miseria
e ascoltami mia signora dei baci e di salsedine
scongiurami dallo scongiurarti di mai finirmi
concedimi un giorno uno solo la tua isola
permettimi ti portarmi alle guance
la tua sabbia calda di sole
di guardare la clessidra
la marea che si alza
e se puoi ti prego
donami a lei
alla marea
che possa
portarmi
dove tu
non
sei
più.

Il setaccio

Vicino al greto del fiume
la terra si fa argilla
e l’argilla è preziosa
 
con l’intercessione del tuo tocco
può divenire forma
 
Mi hai insegnato
come ad un bambino
che il fango può essere
una casa
un cavallo
un carrarmato
un castello
 
e che persino dentro puoi trovarci l’oro
piccoli frammenti di primordio.
 
Prima che diventasse un privilegio
l’oro
era una pietra
e lo è ancora
noi
abbiamo cambiato il suo significato.
 
Così è con quello che abbiamo perso
con te che cercavi nel fondale mio
tra le pietre
la più bella
la Storia che siamo stati.
 
Poi abbiamo cambiato quel significato
come quell’oro là
ci siamo detti e dati valori diversi
 
ma adesso siamo al sicuro
nella capanna dei ricordi
e non dobbiamo corrugarci la fronte
se ci perdiamo nel fondo
del greto
del fiume.
 
Tesoro mio dolcissimo
il setaccio della memoria
trattiene solo
quello che di prezioso resta.

Le due ferite che hai sul viso

Puoi orientarti
e persino permetterti di perderti
su di me
 
con le due ferite che hai sul volto
quelle che il mondo ti costringe ad aprire
per obbligarti a guardarlo.
 
Su di me, ti dico
puoi permetterti di scordare il sentiero
dal quale vieni
 
con le due ferite che hai sul viso
quelle che ti portano la luce
saprai riconoscermi.
 
Ma devi incamminarti
un passo avanti e poi un altro
su di me, incamminami
 
le due ferite che hai sotto la fronte
faranno di te un viaggio
e io mi farò faro e tu potrai abitarmi.

Mostrami com’è che si fa la vita

Mostrami
te ne prego
com’è che si fa la vita.
Dove posso trovarla.
sotto quale albero
o cespuglio
o fondale marino.
 
Indicami
ti scongiuro
il punto da cui ti piace la città.
Voglio
mettermi dall’altra parte
e sbracciarmi
e farti-mancare-a-me-stesso-per-poi-ritrovarti.
 
Com’è colorata la tenerezza di cui t’ho amata
e come sono sporchi i cieli sotto i quali non siamo più.
C’è qualcosa di santo nelle tue mani bianche.

Come ti stavo dicendo

Come ti stavo dicendo prima che m’interrompesse il disappunto tuo per il desiderio mio di te e che fossi scaraventato fuori dalla galassia che abiti, ecco: ti amo. Non è che volessi toccarti le ciglia, a questo mai mi sarei permesso di ambire, solamente mi avrebbe procurato del privilegio il fatto di avere un po’ della tua anidride carbonica in me, il feticcio di respirare l’aria che tu hai già respirato. Non so se lo sai, ebbene, l’anidride carbonica provoca sonnolenza. E io, quando l’esplosione mi ha sputato fuori dal cosmo, stavo appunto dicendoti, ecco: se mi appisolo non è una scusa per poggiare la mia testa sulle tue cosce. Conoscevo la tua pericolosità, cioè, nel senso, me la immaginavo, ma non pensavo che avvicinandomi con la testa di qualche centimetro potessi innescarti. E invece. Quella maledetta anidride carbonica, m’ha reso il servizio. Tutta colpa sua. Tutta colpa dell’anidride carbonica. La testa ha cominciato a pendolare e io che avevo gli occhi chiusi a concentrarmi, a goderti, a gustarti, a respirare il tuo respiro, ho formato un’ellisse che mi ha attratto alla tua orbita. Un casino insomma, facevo per esserti satellite e invece sono deflagrato in un boom di meteoriti piccoli piccoli. E tutto questo, tutto ‘sto tutto, perché volevo dirti senza urlare che, ecco: ti amo.