La superficie della tua bellezza

Ormai la notizia è ufficiale: l’Ente Internazionale per lo Studio dei Movimenti Interstellari non riesce a calcolare la superficie della tua bellezza.

Un nuovo comunicato stampa è stato diffuso questa mattina mettendo in chiaro i dati sulla capacità della tua pelle di assorbire la luce e di irradiarla donando calore al mio cuore. Nonostante le ricerche, nessuna delle diverse comunità scientifiche impegnate nell’impresa di scoprire il movimento aureo del tuo sbattere di ciglia, è giunta ad un risultato certo e definitivo.

Il presidente dell’EISMI non ha voluto rilasciare commenti a tal proposito, si è limitato, durante l’incontro con la stampa, ad affermare l’assoluta inspiegabilità del fenomeno gravitazionale che porta le mie mani a dover orbitare attorno al tuo corpo.

A quanto pare, a detta degli esperti esterni all’EISMI, ci vorranno ancora 100.000.000 – centomilioni – di secoli per riuscire calcolare la superficie della tua bellezza.

Carogna

Forse avrei dovuto ascoltarti,
mi sarei dovuto riposare.
Non facevo altro,
da mattina a sera.
E così,
alla fine,
è arrivata la fine.

Nelle ultime ore,
quando affannato tremavo
e fatica sudavo,
le ore si sono fatte grandi
e sono esondate
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.

Avrei dovuto riposare,
e dicevi tu
e parlavi di ciò che vedevi,
che già intuivi
e mi mostravi.

Negli ultimi minuti,
quando ho rovistato
tra le macerie della mia volontà,
i minuti si sono gonfiati
e poi sono esplosi
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.

E avrei dovuto ascoltarti,
di certo
mi sarei dovuto riposare.

Però,
carogna tu,
non lo dicevi per me,
lo dicevi per te
che mi sarei dovuto riposare.

E allora fammelo un monumento,
carogna.
Un monumento in marmo bianco
come quelli per i caduti in guerra.
Fallo un monumento
a uno che se lo merita
e facci scrivere sopra:
“Qui giace uno
che non mi ha mai smesso.
Che non mi ha mai smesso.
Mai, mi ha smesso.”

Due farfalle sono venute a fare l’amore

Oggi,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.

Anche ieri,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.

L’hanno fatto, l’amore,
nel senso che le ho viste
mentre una inseguiva il volo dell’altra.

L’amore, l’hanno fatto,
hanno creato in me il senso dell’amore.

Perché se
quelle due farfalle che ieri e oggi
sono venute a fare l’amore a casa mia
domani non verranno a fare l’amore a casa mia
io avrò creato una mancanza dentro di me,
sentirò l’attesa crescere
e poi farsi delusione
e non mi sentirò amato
dal loro amore.

Ma aspetterò
come ho aspettato
e già aspetto,
quelle due farfalle che sono venute a fare l’amore
a casa mia.

Il tuo modo di gesticolare

La timidezza è il tuo sguardo che si toglie dal mio.

E fa bene il tuo sguardo a togliersi dal mio.

La timidezza è il tuo modo di gesticolare

come se tra me e te ci fosse un confine di vetro

che non valichi mai.

La timidezza è tu

che Donna ti ergi

al cospetto delle mie mani

come un obelisco

fatto di carne e dinamite.

Le parole che avevo messo da parte per te

Lo vedi?

Il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

se n’è andato per terra.

Sono inciampato

sul tuo silenzio

e il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

s’è schiantato a terra.

 

Ora,

stanotte ha piovuto molto,

il marciapiede fradicio

ha reso le parole

irriconoscibili.

Si sono unite,

bagnate com’erano,

in una poltiglia di sillabe,

accenti,

punti,

virgole,

parentesi,

vocali,

consonanti

e maiuscole.

 

Ho raccolto

quello che c’era da raccogliere.

Sono tornato indietro,

ho aperto casa,

poggiato la palla di parole,

il cesto

e le mie intenzioni

sul tavolo della cucina.

Poi mi sono accucciato sul tappeto

accanto al tavolo della cucina,

come faceva il segugio

che è il tuo sesto senso,

quando mi dicevi

che t’avrei lasciata

perché io sto bene

solo da solo.

E io ti rispondevo che no,

che dici,

ma dai.

 

Lì mi sono addormentato,

sul tappeto accanto al tavolo della cucina,

mentre gocciolava sulla mia faccia

il sidro

delle parole che avevo messo da parte per te.

Niente di romantico

Dalla finestra della mia casa di città
ho visto i miei film preferiti.
È sera tardi.
Un’auto.
C’è un uomo
e c’è una donna
e la bambina di lei
da pochi mesi venuta a questo mondo.
Non sono sposati,
lo si capisce e non so perché,
arrivano sotto casa di lei,
lui scende calmo, tira su col naso e si copre meglio il petto
chiudendo i lembi superiori del suo piumino dozzinale.
Lei toglie dal sedile la bambina con il sediolino
e la poggia sul carrozzino.
La bambina comincia a piangere.
Poi, lei sola, arriva sotto le scale davanti al portone,
con un cenno sforzato della voce sale gli scalini,
apre,
chiama l’ascensore,
aspetta,
ci entra
e l’ascensore comincia a salire.
Si sente il pianto della bambina
che aumenta di volume
quando la sua mamma apre la porta dell’ascensore
ed esce sul pianerottolo.
Il suono della serratura che lavora è morbido.
Di nuovo il pianto della bambina si attenua,
sono ormai dentro casa
e la mamma comincia a cantare
un la-la-la dolce e rassicurante.
Lui resta sulle scale del portone,
s’accende una sigaretta e l’afferra
tra indice e medio come stesse tenendo un sigaro,
tira di nuovo col naso,
esce il telefono dalla sua tasca con la mano libera,
si guarda attorno.
Smanetta col cellulare
mentre continua la dolce nenia quattro piani sopra.
Lui sbuffa,
ché già ha finito la sigaretta.
L’aria è bagnata
che se riuscissi a guardare in cielo
ci sarebbe di sicuro la luna circondata dal suo lago di luce.
Lui accende un’altra sigaretta.
La bambina smette di piangere,
sua madre smette di cantare,
si sarà addormentata.
L’ascensore scende dopo pochi minuti,
il portone s’apre,
lei lo bacia su un angolo delle labbra
senza parlare.
Si richiude il portone,
risale l’ascensore,
di nuovo la serratura al quarto piano.
Lui resta immobile
per un po’
e dopo getta anche quella sigaretta.
Il suo respiro fuma ancora,
ma solo per il freddo,
ché solo quello gli è rimasto.