Come ti stavo dicendo

Come ti stavo dicendo prima che m’interrompesse il disappunto tuo per il desiderio mio di te e che fossi scaraventato fuori dalla galassia che abiti, ecco: ti amo. Non è che volessi toccarti le ciglia, a questo mai mi sarei permesso di ambire, solamente mi avrebbe procurato del privilegio il fatto di avere un po’ della tua anidride carbonica in me, il feticcio di respirare l’aria che tu hai già respirato. Non so se lo sai, ebbene, l’anidride carbonica provoca sonnolenza. E io, quando l’esplosione mi ha sputato fuori dal cosmo, stavo appunto dicendoti, ecco: se mi appisolo non è una scusa per poggiare la mia testa sulle tue cosce. Conoscevo la tua pericolosità, cioè, nel senso, me la immaginavo, ma non pensavo che avvicinandomi con la testa di qualche centimetro potessi innescarti. E invece. Quella maledetta anidride carbonica, m’ha reso il servizio. Tutta colpa sua. Tutta colpa dell’anidride carbonica. La testa ha cominciato a pendolare e io che avevo gli occhi chiusi a concentrarmi, a goderti, a gustarti, a respirare il tuo respiro, ho formato un’ellisse che mi ha attratto alla tua orbita. Un casino insomma, facevo per esserti satellite e invece sono deflagrato in un boom di meteoriti piccoli piccoli. E tutto questo, tutto ‘sto tutto, perché volevo dirti senza urlare che, ecco: ti amo.

Vento

A forza di sbattere ovunque, il vento si stancò.
Cessò del tutto di soffiare.
Si arrese.

Le persone non trovavano più piacere nel sentire la brezza sulla loro pelle.
Troppe le giacche a vento, troppi i colletti alzati, troppe le sciarpe, troppi no si prese il vento per continuare, come fosse nulla, ad accarezzare la terra.

Così, Vento, un giorno non precisato d’Agosto – il più caldo, forse per fare in modo che la sua mancanza si notasse in maniera definitiva – decise di andare via da qui.
Improvvisamente i bambini non riuscirono più a far volare i loro aquiloni, le girandole smisero di vorticare, le bolle di sapone caddero tutte inesorabilmente verso il basso senza opporre resistenza alcuna alla forza di gravità, i fiori del tarassaco – quelli su cui si soffia esprimendo un desiderio – smisero di attraversare l’aria e neppure i baci volanti funzionarono più.

Vento rimase oltre le nuvole. Si nascose al limite tra lo spazio siderale e il primo cielo terrestre. Richiamò a sé persino la Bora per poi mettersi a guardare, ferito e malinconico, di sotto.

L’umanità tutta prese a chiedersi cosa fosse successo.

Non passò neppure un giorno dalla diserzione di Vento che già lo smarrimento ebbe modo di creare il suo nido velenoso.

L’aria si fermò pesante sulle ciglia di chiunque.

Si fermò anche il coriandolare del polline tra i campi, allora il Fiore, che vide Vento nascondersi e sospirare a se stesso quelle parole di sconforto, con la lungimiranza di chi sa spargere un po’ di sé per colorare la vita degli altri, gli si rivolse alzando i petali come in una hallelu-Jah.
– Vento, tu hai ragione. Non v’è dubbio alcuno. La gratitudine è come l’acqua per le mie radici. Quando manca muore tutto. Seccano i propositi. Cade l’entusiasmo sul terreno. Calpestato dalle aspettative pesantissime che ognuno di noi si porta addosso.
Considera questo, però. Il campo non muore se un fiore solo sfiorisce. Le piogge prima o poi tornano secondo i loro giri. Con questo voglio dirti, senza troppe parole inutili, che ho bisogno di te. Perché fondamentale è la tua forza. I miei semi possono permettersi di posarsi, portati da te, sui fiori migliori. A colorare altre distese, ad essere raccolti dall’innamorato, a profumare la passeggiata, a seguire il Sole, ad essere disegnati da un bambino e così di nuovo rinascere, per colorare altre distese, per essere raccolti dall’innamorato, per profumare la passeggiata, per seguire il sole, per essere disegnati da un bambino.
Gli umani hanno scordato il motivo per cui sono qui, arrivati molto dopo di te, molto dopo di me, su questa terra che gli abbiamo dato in gestione. Hanno deciso di ricreare il mio profumo in laboratorio, hanno cercato di fermare i tuoi cicli finendo per mancare al patto con la nostra madre comune, Natura. Non hanno imparato nulla durante la convivenza con noi. Coinquilini presuntuosi e menefreghisti. Finiscono col celebrare e poi praticare il loro ego, come fosse una virtù. Non hanno imparato nulla dalle maree che tornano, dai fiumi in piena e dal respiro fremente della terra.
Per questo motivo, così maldestri e ingenui, vanno accarezzati. Perché il ricordo di una carezza può cancellare tutte la colpe di una coscienza imbrattata. Tu accarezzali. Dovrò bastarti io, così come dovrà bastarti la vita che mi hai dato, annodata com’è al tuo soffio.

Così parlò il Fiore.

Vento provò a cantare la sua riconoscenza.
Ci riuscì.

Il Fiore lasciò andare un seme.
Vento lo raccolse e lo portò con sé dall’altra parte del mondo affinché gli ricordasse, ad ogni giro della terra, il sapore della gratitudine.

 

Piede

Che la sua vita sarebbe stata tutta un lottare lo capì fin dal primo contatto con la luce, nello specifico il momento in cui fu afferrato e tenuto in aria, così, penzoloni, per svolgere la procedura solita che comporta l’essere partoriti.
Immediatamente venne il momento di crescere. Ogni cosa, dopo pochi giorni, gli andava stretta e scomoda. A malapena riusciva a tenersi sù.
Solo dopo un paio d’anni conobbe la comodità, quando, una volta imparato a camminare si disse che, per tutto il resto della vita, non sarebbe stato male continuare a farlo. Insomma, come si dice, ci prese gusto.
Sviluppando il concetto di simpatia e antipatia, cominciò a farsi piacere e non piacere tutto ciò che incontrava, sfiorava, vedeva e calpestava. Sì, proprio così: cal-pe-sta-va.
Stiamo parlando di un piede.
Anzi, di Piede. Di chi sennò?!

Piede era un piede destro, tranquillo e sottomesso. Del resto, non poteva farci granché. La vita di un piede esclude quasi del tutto il concetto di riconoscenza. Specie quando sei il piede destro di uno che non è mancino.
La lotta di Piede (perché stiamo parlando di una vera e propria sopravvivenza), consiste nella sua quotidianità.
La giornata inizia col suo fare i conti con la coperta che va via, poi il trauma del toccare terra e sperare che, per quel giorno, possa essere lui “il piede giusto”, successivamente la doccia che gli scrosta di dosso tutto l’intorpidimento conquistato durante la notte, che poi è l’unico momento di vero riposo per lui (tranne quando il gemello gli si butta addosso e ci rimane all-night-long, eccome se ci rimane), solo dopo viene il dramma delle calze (a pois, a rombi fucsia, a strisce oblique multicolor o con gli smiles) e i mocassini (arancioni scamosciati, blu col pendente a forma di baffi, telati finti-strappati o con la cordicella marinara tutta attorno), che il padrone hipster decide quotidianamente. Piede, in questo periodo della sua vita, se ne va all’università. Lì, incrocia piedi di quasi tutti i tipi e lui, che ha una certa sensibilità alla pulizia, non sopporta sono fondamentalmente di 3 categorie: i piedi freakettoni con i sandali anche a Gennaio, i piedi con la vena grossa, costretti a stare in tensione a causa del tacco 12 che ha imposto loro la padroncina di turno e infine quei poveretti che urlano pietà dall’interno degli anfibi che li torturano. Tornato a casa per pranzo, ovviamente a piedi e dopo aver sfiorato per tutto il tragitto i prodotti gastrici di cani e piccioni, non gli viene concesso neppure per qualche minuto di farsi coccolare un po’ dalle pantofole sformate e così poco coerenti col personaggio che si è costruito il suo superiore che subito dopo pranzo.. si va fuori! A casa dell’amico del padrone, Piede, può di solito concedersi un pisolino, ma solo fino a che il Lui non si lamenta del formicolìo muovendo tutta la gamba, spesso anche schiaffeggiandola. Lì sono sempre in quattro: Piede, il suo gemello e i due appartenenti all’amico de il Lui. Vestíti bene, per carità, con quelle Converse gialle semplici e non sporcate apposta per farle più vissute ma, per i suoi gusti, si muovono troppo. Un paio d’ore lì, a fare chissà cosa (c’è sempre una nebbia strana in quelle stanze), e poi di nuovo a casa. Finalmente pantofole! Il sollievo di Piede, a quel punto, comanda al cervello il rilascio di dopamina. A volontà. Il Lui s’addormenta e poi viene la sveglia del suo cellulare a ricordare a Piede e al suo socio di rimettersi in attività, sopportando questa volta chissà quale mise per chissà quante ore e vivendo chissà quali situazioni improbabili e scomode. Quindi, SI ESCE! A tarda sera, una volta tornati a casa, Piede, sviene così come il suo padrone e tutto ricomincia (esclusi festivi).
Insomma: una vitaccia!

Piede ne potrebbe raccontare di avventure. Come quella volta in cui, d’Estate, in spiaggia, si trovò davanti a due piedi di ragazza. Piccoli, sporchi di sabbia e bagnati. Ci rimasero per un po’, dopo di che si puntarono, sprofondarono per qualche centimetro e improvvisamente si alzarono, come se stessero prendendo il volo. Ma non erano in volo, no, semplicemente il Lui aveva afferrato quella ragazza dalla sua piccola vita perché, ai piani superiori, stava svolgendosi un primo bacio.
Un’altra volta ancora, anni prima, il Lui, nella palestra della scuola elementare, finì per tramortire Piede. Prese a calci una palla da basket e.. AIO! Seguirono tre/quattro giorni di cure, ma prima che il dolore fosse passato del tutto, si tornò alla vita di sempre; fatta di mignolini sbattuti agli angoli dei mobili, storte, calpestamenti vicendevoli e d’estate, gli scogli appuntiti su cui il Lui si arrampicava per tuffarsi assieme agli altri padroni di altri piedi.

Nella vita di Piede, ad un certo punto, successe un incontro. Successe perché non se l’aspettava, almeno con quelle modalità.
Era in un locale electro-chic perché il Lui, in quel postaccio, avrebbe incontrato una Lei appartenente a una delle 3 categorie che lui proprio non sopportava, ovvero il piede con la vena grossa.
Piede, stanco e debilitato, viene poggiato al suo gemello sinistro, così, accavallato. All’improvviso la tensione e la postura dritta. Al che Piede pensa “eccola, la vena grossa sarà nei paraggi”. Il Lui si sposta di quarantacinque gradi e.. una carrozzella. No no no no, non quelle per metterci dentro i bimbi e i rispettivi piedi, proprio una carrozzella per adulti.
Piede si ritrova davanti un altro piede, ma immobile, sul reggi-gambe della sedia a rotelle.
Gli pare, però, da una seconda impressione, di aver già visto quelle scar.. ..le Converse gialle!
Rimangono ferme, pensa.
Si muovevano troppo, pensava.
E adesso?
Ferme.

Ipnotizzato dalla situazione che s’era palesata, ha giusto intravisto, senza che si girasse o che spostasse la sua posizione, il tacco 12 avvicinarsi e allontanarsi in un momento.
Piede e le Converse gialle rimasero di fronte l’uno alle altre per una mezzora buona. Poi il Lui, velocemente, prese la strada di casa. E ciò che bagnava Piede, non era pioggia.

Piede quella sera pensò a ciò che aveva sempre considerato una sfortuna. Essere giù, in tutti i sensi. Dover subire gli ordini dalla testa, sempre sottomesso, mentre le mani possono toccare il cielo e avere la possibilità di amare. Le spalle possono dire la loro, sollevandosi e riabbassandosi. E il collo, torcendosi, ha la possibilità di sentenziare Sì e No, proprio come la bilancia della giustizia. Ma un piede? Ma.. Piede?

Piede si rese conto, a differenza di mani, piedi, spalle e testa, nonostante tutto, che possedeva la libertà di andare lontano, anzi, lontanissimo.
E lontanissimo, con lui, poteva portarci le scelte di tutta una vita.

Con i palmi chiusi a conca

Mi ricordo che da bimbo
non riuscivo a contenere
l’acqua nelle mani;
 
guardavo i grandi che bevevano
tutti appresso alla fontana
con i palmi chiusi a conca.
 
L’acqua non cadeva
tra le dita non si perdeva,
piuttosto dissetava.
 
E proprio non capivo
perché non ci riuscivo
e poi mi raccontavo
 
«magari ho dita piccole,
che l’acqua se ne fugge»
e non mi rassegnavo.
 
Ogni volta riprovavo,
mettevo le mie mani
con i palmi chiusi a conca.
 
La fontana era una madre
che quietava ogni sete
e mai si lamentava.
 
L’acqua che scorreva
si prendeva pure il tempo
che, ahimè, intanto gocciolava.
 
Scordai quella faccenda,
che non ebbi a ricordarmi
fino a molti anni dopo.
 
Oggi invece è lutto grande,
la fontana è già smontata
e nessuno è al capezzale.
 
«Le mie mani sono queste»,
le ho girate un po’ nell’aria
e ho provato a bere quella.
 
Sono adulte le mie dita
che ora sanno contenere
senza perdere una goccia.
 
Sarebbe bello se ci fosse
in ogni scuola e in ogni classe
una fontana come quella,
 
sarebbe bello se ci fosse
e che s’insegnasse a tutti come bere
con i palmi chiusi a conca.

La superficie della tua bellezza

Ormai la notizia è ufficiale: l’Ente Internazionale per lo Studio dei Movimenti Interstellari non riesce a calcolare la superficie della tua bellezza.

Un nuovo comunicato stampa è stato diffuso questa mattina mettendo in chiaro i dati sulla capacità della tua pelle di assorbire la luce e di irradiarla donando calore al mio cuore. Nonostante le ricerche, nessuna delle diverse comunità scientifiche impegnate nell’impresa di scoprire il movimento aureo del tuo sbattere di ciglia, è giunta ad un risultato certo e definitivo.

Il presidente dell’EISMI non ha voluto rilasciare commenti a tal proposito, si è limitato, durante l’incontro con la stampa, ad affermare l’assoluta inspiegabilità del fenomeno gravitazionale che porta le mie mani a dover orbitare attorno al tuo corpo.

A quanto pare, a detta degli esperti esterni all’EISMI, ci vorranno ancora 100.000.000 – centomilioni – di secoli per riuscire calcolare la superficie della tua bellezza.

Carogna

Forse avrei dovuto ascoltarti,
mi sarei dovuto riposare.
Non facevo altro,
da mattina a sera.
E così,
alla fine,
è arrivata la fine.

Nelle ultime ore,
quando affannato tremavo
e fatica sudavo,
le ore si sono fatte grandi
e sono esondate
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.

Avrei dovuto riposare,
e dicevi tu
e parlavi di ciò che vedevi,
che già intuivi
e mi mostravi.

Negli ultimi minuti,
quando ho rovistato
tra le macerie della mia volontà,
i minuti si sono gonfiati
e poi sono esplosi
e così,
alla fine,
è arrivata la fine.

E avrei dovuto ascoltarti,
di certo
mi sarei dovuto riposare.

Però,
carogna tu,
non lo dicevi per me,
lo dicevi per te
che mi sarei dovuto riposare.

E allora fammelo un monumento,
carogna.
Un monumento in marmo bianco
come quelli per i caduti in guerra.
Fallo un monumento
a uno che se lo merita
e facci scrivere sopra:
“Qui giace uno
che non mi ha mai smesso.
Che non mi ha mai smesso.
Mai, mi ha smesso.”

Due farfalle sono venute a fare l’amore

Oggi,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.

Anche ieri,
a casa mia,
due farfalle sono venute a fare l’amore.

L’hanno fatto, l’amore,
nel senso che le ho viste
mentre una inseguiva il volo dell’altra.

L’amore, l’hanno fatto,
hanno creato in me il senso dell’amore.

Perché se
quelle due farfalle che ieri e oggi
sono venute a fare l’amore a casa mia
domani non verranno a fare l’amore a casa mia
io avrò creato una mancanza dentro di me,
sentirò l’attesa crescere
e poi farsi delusione
e non mi sentirò amato
dal loro amore.

Ma aspetterò
come ho aspettato
e già aspetto,
quelle due farfalle che sono venute a fare l’amore
a casa mia.

Le parole che avevo messo da parte per te

Lo vedi?

Il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

se n’è andato per terra.

Sono inciampato

sul tuo silenzio

e il cesto di paglia

con le parole che avevo messo da parte per te

s’è schiantato a terra.

 

Ora,

stanotte ha piovuto molto,

il marciapiede fradicio

ha reso le parole

irriconoscibili.

Si sono unite,

bagnate com’erano,

in una poltiglia di sillabe,

accenti,

punti,

virgole,

parentesi,

vocali,

consonanti

e maiuscole.

 

Ho raccolto

quello che c’era da raccogliere.

Sono tornato indietro,

ho aperto casa,

poggiato la palla di parole,

il cesto

e le mie intenzioni

sul tavolo della cucina.

Poi mi sono accucciato sul tappeto

accanto al tavolo della cucina,

come faceva il segugio

che è il tuo sesto senso,

quando mi dicevi

che t’avrei lasciata

perché io sto bene

solo da solo.

E io ti rispondevo che no,

che dici,

ma dai.

 

Lì mi sono addormentato,

sul tappeto accanto al tavolo della cucina,

mentre gocciolava sulla mia faccia

il sidro

delle parole che avevo messo da parte per te.

Niente di romantico

Dalla finestra della mia casa di città
ho visto i miei film preferiti.
È sera tardi.
Un’auto.
C’è un uomo
e c’è una donna
e la bambina di lei
da pochi mesi venuta a questo mondo.
Non sono sposati,
lo si capisce e non so perché,
arrivano sotto casa di lei,
lui scende calmo, tira su col naso e si copre meglio il petto
chiudendo i lembi superiori del suo piumino dozzinale.
Lei toglie dal sedile la bambina con il sediolino
e la poggia sul carrozzino.
La bambina comincia a piangere.
Poi, lei sola, arriva sotto le scale davanti al portone,
con un cenno sforzato della voce sale gli scalini,
apre,
chiama l’ascensore,
aspetta,
ci entra
e l’ascensore comincia a salire.
Si sente il pianto della bambina
che aumenta di volume
quando la sua mamma apre la porta dell’ascensore
ed esce sul pianerottolo.
Il suono della serratura che lavora è morbido.
Di nuovo il pianto della bambina si attenua,
sono ormai dentro casa
e la mamma comincia a cantare
un la-la-la dolce e rassicurante.
Lui resta sulle scale del portone,
s’accende una sigaretta e l’afferra
tra indice e medio come stesse tenendo un sigaro,
tira di nuovo col naso,
esce il telefono dalla sua tasca con la mano libera,
si guarda attorno.
Smanetta col cellulare
mentre continua la dolce nenia quattro piani sopra.
Lui sbuffa,
ché già ha finito la sigaretta.
L’aria è bagnata
che se riuscissi a guardare in cielo
ci sarebbe di sicuro la luna circondata dal suo lago di luce.
Lui accende un’altra sigaretta.
La bambina smette di piangere,
sua madre smette di cantare,
si sarà addormentata.
L’ascensore scende dopo pochi minuti,
il portone s’apre,
lei lo bacia su un angolo delle labbra
senza parlare.
Si richiude il portone,
risale l’ascensore,
di nuovo la serratura al quarto piano.
Lui resta immobile
per un po’
e dopo getta anche quella sigaretta.
Il suo respiro fuma ancora,
ma solo per il freddo,
ché solo quello gli è rimasto.