Col sole alto

Il molo di una città sconosciuta
e la cocacola pretesa
due sedie di paglia
– ho lavorato in Italia, sbarcavo sigarette –
fece il cameriere albanese
– una volta lo scafo prese il fuoco.
Mi sono trovato solo solo nel mezzo dell’Adriatico –
e poi?
– e poi dopo assai ore, col sole alto che m’abbruciava, arrivò un peschereccio greco. Cosa volete ordinare? –
Le minuscole migrazioni che hanno coinvolto
le estremità dei nostri polpastrelli
hanno permesso le carezze
che si ricordano meglio dei baci.
Col sole alto
andammo via dal molo di una città
di cui non conoscemmo mai il nome.
Del resto è questo, non altro, quello che è successo nel divenirci:
ormeggi troppo sottili
scialuppe senza timone.

Barbecue

Il mio cane
accetterebbe di me ogni cosa
che per gli altri umani
sarebbe inconsueta
sospetta
strana.
Per esempio
potrei accendere un barbecue
ogni mattina alle 6
senza però cuocere nulla:
s’accuccerebbe nel cortile
e dormirebbe sapendo che sono lì
comunque.
Potrei
starnazzare
o imitare il pavone:
prenderebbe ad abitudine pure quello.
Che gli frega?
Quello che conta
è che io ci sia
che io gli esista appresso
non importa in quale modo.
Stamattina
ho letto le ultime pagine
di una raccolta di Simic
poi ho acceso il barbecue
– aspettavo ospiti –
dopo sono entrato in casa
ho aperto un altro libro
di un altro autore
su versi a caso;
sentivo il bisogno di leggere
ancora una poesia
una soltanto
una dose della nostalgia di qualcun altro
un poco di parole giustapposte.
Se il mio cane accetta
posso accettare pure io
di farmi piacere la poesia:
questa cosa strana
che gli uomini fanno
quando quello che c’è
quando c’è
non è abbastanza.
Basta che si esista appresso.
 
 
 
 
* ~ l’acquerello è di Filippo Motole – “Vittorio e Shiro” [2016].

L’invasione

Sarà sufficiente trovarci al centro
di una grande città come questa?
Basterà a limitare la deflagrazione
l’invasione
la rivoluzione
a cui ci stiamo affacciando?
Il nostro amore farà male a qualcuno?
Qualcuno farà male al nostro amore?
Le nostre mura di difesa sono il Mediterraneo intero
ma il nemico ha le ali
raggiungerà me
raggiungerà te
ci cambierà le parole
e ce le riconsegnerà sbagliate.
Allora proviamo a cantarle
queste parole:
la noia non sa cantare.

Fino a più tardi

Eppure eppure eppure
avrei potuto fare di più per te
per esempio sposarti
o riuscire a capire di cosa parlavi
quando non smettevi
di guardarmi sorridendomi.

Fiori blu su corpo bianco

Fu bello bagnarsi nell’Egeo
accarezzando la virgola in cui
l’ultima unghia dell’Olimpo
graffia l’arenile di pietre lunari
e alle tre del pomeriggio
sentir arrivare un profumo intenso: triglie fritte
così raccogliere le poche cose nello zaino
precipitarsi nella taverna sopra il mare.
 
Un vestito a fiori blu
si tolse da un corpo bianco
baciò la terra
e divenne Grecia.
 
È bello ora soffocare di nostalgia
attendendo un barcone scassato
che mi porti nella grotta di Agamennone
a flirtare con la storia. Di nuovo per l’ultima volta.

I tuoi fiori

C’è una piantina in un grande vaso di terracotta, all’ingresso
l’ha portata il giardiniere almeno quattro mesi fa
da lui è stata innaffiata per un paio di mesi
s’è impettita di verde e vestita di fiori.
Il giardiniere poi
tutto occupato con il nuovo roseto
ha cominciato a dimenticarsene;
la piantina quindi s’è seccata
così ho preso a metterle l’acqua che Shiro
faceva avanzare nella ciotola:
qualche goccia al mattino e poi di nuovo a sera
senza speranze di sorta
[né ho avuto mai il pollice verde].
Oggi
mi sono ritrovato a toglierle di dosso
i vecchi rametti secchi:
di nuovo i tuoi fiori fucsia
– mi sono sorpreso a dirle –
e nemmeno conosco il tuo nome.

Fino a non pensare per non sentire. (palmo aperto a carezza contro La malattia)

Io vorrei vederti in carne, mai in ossa;
che tu non possa ascoltare il sibilo della fine
da dove ti vorrò portare
che non scalci la tua coscienza quando te ne dimenticherai:
in un lago d’estate – l’estate non è il mare –
in un centro commerciale giapponese
sulla transiberiana o in Messico o in Sud Africa o in Alaska;
non si svegli il tuo senso dell’attenzione
sicché non ti venga in mente che noi lo si faccia
per addormentare un dolore tuo
o mio per un dolore tuo
e non è vero che non serve dimenticare
molto si pulisce, invece
a cominciare dalla condizione terrena
attraverso la quale passiamo
da cui guardiamo e veniamo guardati
e che sorpassiamo
spesso senza salutare
come conviene di fare
a chi non sopporta il commiato.
 

Mai mai mai mai più

Acqua minerale effervescente e sigarette nazionali:
di questo odoravano i campeggi italiani
nell’estate del ’94.
Poi una volta il circo rimase da settembre a novembre
e una ragazzina sinti della famiglia circense venne in classe
– la presentò la maestra –
io uscivo da quell’estate lì con la carnagione più scura della sua
quel primo giorno Michelino non c’era e lei restò al banco mio
parlava bene l’italiano e non lo davo per scontato
visto che la maestra sottolineò “è una sinti”.
Ricordo che mi chiesi se la nazione dalla quale provenisse
si chiamasse Sintònia.
Il suo cuore era dolciastro – giocava a raccogliere i fiori del cortile
e alcuni me li faceva assaggiare, danno di limonata, diceva, ed era vero –
il suo carattere invece era forte
non aveva paura di sporcarsi le mani a cacciare lucertole
e difatti nessuna delle altre della classe aveva piacere a giocare con lei.
Un giorno successe pure che mi portarono al circo a veder lo spettacolo
e scrutando tra le mascherine
non riuscii nemmanco a intravederla.
I tre mesi furono soffiati via in un attimo con l’arrivo dell’autunno
e alla fine
– e forse si può intuire da come ho srotolato romanticamente questa storia –
ci fu il bacio
e davvero, non per creare un qualche tipo di climax
successe proprio all’ultimo minuto prima di non vederci più
proprio più
mai mai mai mai più.
E io non me la ricordavo ‘sta storia
[proprio zero]
perché sono sempre stato bravo
a dimenticarmi quel che mi provoca delle sommosse coscienziali;
l’ho riesumata dall’ippocampo dopo aver visto un servizio
di approfondimento in tv.
In un campo sinti intervistavano il capofamiglia
parlava di come tutti loro anni prima fossero in un circo
per vera tradizione circense
e che poi ha dovuto cominciare a fare un lavoro nuovo
un lavoro di tutti i giorni, dice
poi gli spunta da dietro una giovane donna
con un bimbo piagnucoloso addosso
il capofamiglia la acclude con un braccio e la tira avanti
bene bene a favor di telecamera
e fa
questa mia figlia, per fare continuare studiare come italiani
per questo abbiamo lasciato circo.
Ovviamente era lei
e quello suo figlio
e quello suo padre
e io non ho una morale per ‘sta storia
ma è una poesia
anche solo per il fatto
di poterla riammettere
tra le cose
che non dimenticherò
mai mai mai mai più.

Un fiore feroce

È nato un fiore feroce
a cui non basta bucare il cemento
lui dice zitto i colori dei petali suoi
che il buio annerisce.
 
La tavola in disordine
il vino versato:
cola una goccia rossa
e nel tragitto verso la terra
confonde il senso dell’ordine.
 
Coriandolando
la polvere dà un peso specifico al tempo.
 
Solo i grilli
e i disperati
cercano l’amore
al riparo dalla luce
ingigantendo l’attesa
per un attimo di finitudine.

Cristo e liquori

Scesi dalla metro, il Pireo ci offrì:
un cieco che disponeva all’elemosina,
un prete ortodosso sull’uscio della chiesa
poggiato al muro come il proprietario di un pub
– you can enter with shorts and skirt –
ci urlò sollevando il mento
poi verso uno dei moli, una giovane donna molto bella
salì a bordo di uno yatch con personale di bordo;
proseguendo ci trovammo di fronte il portone
dell’associazione nautica Aristoteles Sokrates Homer Onassis
e io dissi – pazzesco!
Ma ero stanco, avrei potuto dirle di più
spiegarle chi è stato Onassis
tutto ciò che ha significato
ma ero stanco
così poco dopo ci fermammo alla taverna Adelfos
ordinammo sarde arrosto, taramosalad, polpo alla brace;
in acqua i gabbiani panciuti mangiavano le molliche del nostro pane
a due palmi dal tavolo.
Il lenzuolo blu della sera si stese completamente
e percorrendo il ritorno nella ragnatela delle case vecchie
mi capitò di guardare all’interno
di una finestra accesa
di un piano terra,
mi fermai:
un uomo anziano col vestito della festa, di spalle
il suo collo pareva quello di una tartaruga tricentenaria
se ne restava seduto di fronte al lettore di musicassette
ascoltando una saltellante melodia di bouzouki
ma la cosa che più di tutte mi rivoltò il petto
fu notare all’angolo opposto della stanza
un carrellino con sopra – da sinistra verso destra:
una grande cornice dorata con dentro una foto in bianco e nero
un volto di ragazza – sua moglie forse –
santini
una cornice di legnaccio
con dentro un disegno raffigurante Maria piangente
un’icona di Cristo pantocratore
e subito accanto, svariate bottiglie
– alcune piene, la maggior parte quasi terminate –
di rakomelo, ouzo, metaxa, tsipouro, mastika e altro mai visto.
Tutto questo sullo stesso piano.
Moglie
santi
Cristo
e liquori.
Riprendemmo il passo.
A pochi metri le grandi navi dei milionari
imitavano il gorgoglìo della terraferma.
Le voci e il rumore delle posate
uscivano dalle affollatissime taverne col menù turistico.
I gatti di strada litigavano coi colombi.
L’odore di nafta misto acqua di mare misto pesce fritto.
Poco altro accerta la verità della grazia
come la disperazione.